Il conferimento del Premio Sakharov 2025 ad Andrzej Poczobut, giornalista bielorusso incarcerato dal regime di Aleksandr Lukashenko, e a Mzia Amaglobeli, giornalista georgiana arrestata dopo le proteste contro la legge sugli “agenti stranieri”, rappresenta molto più di un atto di solidarietà verso due vittime della repressione. È una scelta strategica, attraverso la quale il Parlamento europeo riafferma la propria proiezione geopolitica e la dimensione normativa del potere europeo. In un contesto internazionale segnato dal ritorno della forza, la libertà di stampa e la tutela dei diritti umani diventano strumenti attraverso cui l’Unione definisce la propria identità e i propri confini politici.
Andrzej Poczobut incarna l’elemento più visibile della resistenza civile in Bielorussia. Membro della minoranza polacca, è stato condannato nel 2023 a otto anni di carcere con l’accusa di “attività ostili allo Stato”, in realtà per aver denunciato le violazioni dei diritti umani e documentato la repressione seguita alle elezioni del 2020. La Bielorussia costituisce oggi un’estensione funzionale della potenza russa: un territorio subordinato ma strategico, ponte logistico e militare verso l’Ucraina e avamposto politico contro l’Europa centro-orientale. Sostenere la libertà di parola in Bielorussia significa, in prospettiva, erodere uno dei pilastri del sistema di controllo russo, basato sulla censura e sulla manipolazione informativa. Poczobut diventa così il simbolo di un conflitto che non è solo nazionale, ma sistemico: quello tra la verità come risorsa di potere e la propaganda come strumento di dominio.
La figura di Mzia Amaglobeli riflette un’altra dimensione di questa contesa. Direttrice dei media Batumelebi e Netgazeti, Amaglobeli è stata incarcerata durante le manifestazioni contro un disegno di legge che mira a limitare le organizzazioni civiche finanziate dall’estero. Tale provvedimento, ispirato al modello russo, rappresenta un tentativo di ridefinire i margini della libertà politica in Georgia, un Paese formalmente candidato all’adesione europea ma sempre più sospeso tra l’aspirazione occidentale della società e la deriva autoritaria del potere. Premiare Amaglobeli equivale, quindi, a riconoscere la Georgia come spazio conteso, in cui l’Europa cerca di mantenere un’influenza normativa e simbolica. È un segnale rivolto non solo a Tbilisi, ma a tutto il Caucaso, dove la competizione tra modelli di governance – europeo, russo e turco – continua a ridefinire le alleanze regionali.
Il Premio Sakharov, istituito nel 1988 in memoria del fisico e dissidente sovietico Andrej Sakharov, è sempre stato lo strumento attraverso cui il Parlamento europeo traduce i valori fondanti dell’Unione in azione politica. Tuttavia, la sua funzione è mutata nel tempo. Da riconoscimento umanitario, esso si è trasformato in un dispositivo di soft power, un mezzo di proiezione geopolitica che integra la dimensione etica con quella strategica. L’Unione europea, priva di una capacità militare autonoma e di un potere coercitivo comparabile a quello degli Stati Uniti o della Cina, esercita la propria influenza soprattutto tramite norme, standard e simboli. In questa logica, i diritti umani e la libertà di stampa non rappresentano soltanto principi, ma strumenti operativi per la costruzione di un ordine internazionale coerente con la visione europea del mondo.
La decisione di premiare Poczobut e Amaglobeli si inserisce, dunque, in una strategia di contenimento politico e narrativo nei confronti dell’autoritarismo orientale. La Bielorussia è la proiezione più diretta del potere russo, mentre la Georgia costituisce il terreno di contesa più sensibile tra Bruxelles e Mosca. Entrambe le aree rappresentano, per l’Unione, ciò che la dottrina realista definirebbe una buffer zone, una fascia di instabilità che separa l’ordine europeo dalla sfera d’influenza russa. Agendo in queste regioni attraverso premi, partenariati e sostegno civile, l’Europa tenta di estendere la propria “sfera normativa”, cioè quella capacità di plasmare comportamenti politici altrui mediante il prestigio delle proprie regole e del proprio modello di governance.
Tuttavia, la dimensione simbolica non può sostituire indefinitamente la dimensione del potere. Le condanne, le sanzioni e i premi non hanno modificato, finora, l’equilibrio politico interno in Bielorussia né la traiettoria illiberale del governo georgiano. L’Unione europea resta vulnerabile a una contraddizione strutturale: quella tra la pretesa di universalità dei propri valori e la limitata capacità coercitiva di imporli. Senza una coerenza strategica tra dichiarazioni di principio e strumenti operativi, il rischio è che la “geopolitica dei valori” si riduca a un linguaggio autoreferenziale, utile per rafforzare la legittimazione interna ma inefficace sul piano esterno.
Eppure, la potenza simbolica dell’Europa risiede proprio in questa ambiguità. La sua forza non nasce dalla minaccia, ma dalla capacità di definire l’orizzonte del possibile. Il Premio Sakharov continua a rappresentare una forma di potere narrativo, in grado di affermare una gerarchia morale tra democrazia e autoritarismo. In un contesto in cui la verità stessa è oggetto di manipolazione sistematica, il riconoscimento a due giornalisti incarcerati serve a riaffermare l’idea che la libertà d’informazione è parte integrante della sicurezza europea. Difendere la parola significa difendere l’autonomia politica del continente.
Dopo la guerra in Ucraina, l’Unione ha avviato un processo di ridefinizione della propria identità strategica. Ha rafforzato la Bussola Strategica, incrementato gli investimenti nella difesa comune e consolidato la cooperazione con la NATO. Ma la vera frontiera del potere europeo resta la capacità di coniugare la forza materiale con la forza morale. In questa prospettiva, il Premio Sakharov agisce come strumento di continuità: una memoria della vocazione originaria dell’Europa come potenza etica e, al tempo stesso, un esperimento di proiezione politica in un sistema internazionale frammentato.
In definitiva, premiare Poczobut e Amaglobeli significa riaffermare che la libertà di stampa non è un valore astratto, ma una componente della sicurezza europea. In un’epoca in cui la guerra, la propaganda e la disinformazione ridisegnano le percezioni collettive, la difesa della verità diventa una forma di difesa territoriale. L’Europa non può più limitarsi a predicare i suoi valori: deve imparare a praticarli come strumenti di potere. Solo così la libertà potrà continuare a essere non un’illusione morale, ma una risorsa geopolitica.
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L'Autore
Eleonora Strano
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Potere normativo europeo Premio Sakharov Geopolitica dei valori Libertà di stampa Bielorussia e Georgia Identità strategica europea