Negli ultimi anni la storia del mondo si è intrecciata a un numero impensabile di violenze, guerre e repressioni. In molti Paesi, i diritti di milioni di persone sono stati messi da parte, considerati superflui, sacrificabili. Una frattura morale che racconta una contemporaneità e un quadro geopolitico preoccupante. Eppure, il 2025 è stato anche un anno di lotte. Lotte per la parità, per una società migliore, per il rispetto, per l’uguaglianza. È stato l’anno delle proteste in piazza, spontanee e organizzate, in tantissime città del mondo, per dar voce a chi, la propria, l’aveva persa.
Ieri, 10 dicembre, si è celebrata la Giornata Mondiale dei Diritti Umani, 24 ore dedicate a riflettere su ciò che è stato e su ciò che può essere fatto per migliorare la condizione dei diritti umani nel mondo. Una ricorrenza, questa, che nasce nel 1950 con la Risoluzione 423 (V) dell’ONU, due anni dopo l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR). Quest’ultima, all’epoca, rappresentò una rivoluzione in quanto, dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale e dei totalitarismi, estendeva dignità e diritti a ogni persona. Nel contesto post-bellico, mettere al centro la dignità umana significava mettere gli Stati di fronte all’obbligo di non lasciare indietro nessuno nella protezione dei diritti, oltre a spingerli verso un piano concreto di attivazione e mantenimento di quella dignità.
Quando parliamo di diritti umani, ad essere inclusi sono tutti quei diritti che appartengono a ogni individuo semplicemente in quanto essere umano. Il diritto internazionale li divide in sei diverse categorie – civili, politici, sociali, economici, culturali e collettivi – che, a loro volta, si dividono in tre generazioni. La prima generazione di diritti comprende i diritti civili e politici, tra cui il diritto all’autodeterminazione, la protezione della vita, la proibizione della tortura, il divieto di discriminazione, la libertà di opinione, di religione e di associazione. La seconda generazione comprende invece i diritti sociali, economici e culturali come il diritto al lavoro, allo sciopero, alla sicurezza e all’istruzione. La terza generazione comprende i diritti collettivi, il cui focus centrale risiede nella solidarietà tra gli individui, come il diritto alla pace.
In un contesto in cui questi diritti dovrebbero costituire la base del vivere comune, il moltiplicarsi e l'intensificarsi dei conflitti a livello internazionale ha prodotto gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Organizzazioni per i diritti umani e organismi internazionali hanno più volte denunciato massacri e devastazioni in diverse regioni del mondo: dal genocidio di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, ai bombardamenti e alle uccisioni di civili ucraini da parte della Russia, fino agli oltre 11 milioni di sfollati interni in Sudan, causati da una devastante guerra civile.
In questo scenario, la violenza sessuale e di genere rimane una delle emergenze più gravi ed estese a livello mondiale. Le stime globali indicano che circa 1 donna su 3 (730 milioni di persone) ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. Un fenomeno in forte aumento anche a causa degli abusi commessi attraverso l’uso dei social media e delle tecnologie digitali.
Ad aggravare le violenze fisiche e psicologiche vi è la scelta – in molti contesti - di non introdurre programmi di educazione nelle scuole e nei centri ricreativi. Non si tratta solo di educazione sessuale e affettiva, ma di un’educazione alla pace, al rispetto del diverso, alla solidarietà e alla responsabilità. Privare le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stessi e il mondo che li circonda significa minare il concetto stesso di educazione come base del progresso.
Nonostante un quadro geopolitico preoccupante e una società che spesso sembra non comprendere le dinamiche mondiali, l’ultimo anno è stato attraversato da forti movimenti di protesta, campagne per i diritti civili e manifestazioni contro la discriminazione. In Asia orientale e meridionale la Generazione Z – nata tra il 1997 e il 2012 – ha guidato manifestazioni contro le élite al potere e governi spesso repressivi. In tutto il mondo, milioni di persone hanno protestato chiedendo la fine delle violenze a Gaza. In Italia l’apice è stato raggiunto il 22 settembre 2025, quando circa mezzo milione di persone si è riunito in 75 città per chiedere la protezione dei civili.
Il rapporto di Amnesty International 2024-2025 ha fotografato una realtà complessa nel valutare gli sviluppi dei diritti umani a livello nazionale, regionale e globale. La tendenza di certi governi attuali a gravi violazioni dei diritti umani all’interno dei conflitti armati, si unisce ad una forte repressione del dissenso, ingiustizia economica e climatica. Una situazione che mette in evidenza la profonda crisi che il diritto internazionale sta attraversando in quanto troppo spesso ignorato quando entra in conflitto con gli interessi politici degli Stati.
La Giornata Mondiale dei Diritti Umani in un contesto internazionale così delicato, assume un valore immenso. Diventa un richiamo per la popolazione mondiale al ricordare che la dignità umana non è un valore negoziabile. Perché il diritto a vivere liberi e rispettati nella nostra quotidianità non è un privilegio, ma la base del concetto di essere umani.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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