Il tema dei diritti digitali dei minori e degli adolescenti è un ambito di ricerca a cui a lungo si è dedicata Cristiana Carletti, professoressa associata di Diritto Pubblico Internazionale presso l’Università Roma Tre. Durante l’intervista, la professoressa ha toccato diversi aspetti legati alla presenza di bambini e adolescenti negli ambienti digitali: dai rischi e pericoli, alle recenti evoluzioni nella ricerca scientifica, fino agli obiettivi e alle possibilità di miglioramento dei quadri normativi già in vigore. Il tema chiave è la formazione e l’informazione continua: conoscere le piattaforme e farle conoscere ai bambini è il primo passo per aumentare il livello di consapevolezza nell’uso dei mezzi digitali. E in questo sono coinvolti tutti: bambini, genitori, educatori e perfino i provider digitali, sia pubblici che privati. Ma prima di arrivare a questo, è importante inquadrare i diritti digitali dei minori e capire come siano collegati ai diritti umani.
Se dovessimo cercare di dare una definizione, come potremmo identificare esattamente i diritti digitali dei minori e degli adolescenti? Si potrebbero considerare, in qualche modo, dei diritti umani "di quarta o quinta generazione"?
La prima premessa da fare è che si tratta di diritti umani di prima generazione. I diritti digitali, infatti, sono innegabilmente legati al mondo contemporaneo e sono già stati, in qualche modo, affermati in strumenti normativi vincolanti dedicati in modo specifico ai diritti civili e politici — tra cui la libertà di espressione e di pensiero, il diritto all’informazione e alla comunicazione, attiva e passiva, e il diritto alla riservatezza. Questi diritti vanno necessariamente interpretati per poter essere inquadrati nella dimensione digitale, ancora non regolamentata sotto il profilo giuridico. Lo stesso Comitato ONU sui diritti del fanciullo, in un commento generale adottato recentemente, menziona i diritti di prima generazione come fondamentali per la tutela di minori e adolescenti negli spazi digitali. Il tema va inoltre inteso come direttamente correlato alla fascia d’età dei minori, in base alla singola fattispecie: sempre in tempi recenti, infatti, è diminuito il range d’età che rende i più giovani maggiormente esposti a violazioni di tali diritti.
Questi diritti sono quindi garantiti da specifici quadri normativi? Quali?
Avendo menzionato il Comitato ONU sui diritti del fanciullo, un quadro normativo centrale e vitale per lo studio e lo sviluppo dei diritti digitali dei minori è proprio la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Abbiamo anche un sistema intergovernativo regionale, il Consiglio d’Europa, nel quale si pone elevata attenzione al tema dei minori sulle piattaforme digitali, anche se l’apparato normativo regionale europeo appare meno robusto di quello internazionale appena menzionato per tale specifico aspetto. Per questo motivo si può richiamare, ad oggi, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), in particolare le disposizioni che riguardano i diritti dell’infanzia, diversamente dal sistema dell'Unione Europea, nel quale è stata adottata una serie di documenti strategici e programmatici, che toccano diversi temi quali il diritto alla riservatezza e all’oblio, l’accesso all’informazione, la protezione da molteplici forme di abuso, il diritto all’ascolto e il già menzionato diritto/libertà di espressione. L’Unione Europea è sprovvista, quindi, di un quadro normativo solido e ben costruito sui diritti digitali dei minori, lasciando come possibili modalità per colmare tale lacuna il richiamo indiretto alla CEDU, alla Carta dei diritti fondamentali o al diritto derivato, il quale si concentra principalmente sui temi digitali in un'ampia eccezione. Un elemento rilevante nei tre sistemi finora citati — Nazioni Unite, Consiglio d’Europa e Unione Europea — è la propensione a garantire la partecipazione attiva delle giovani generazioni alle iniziative. Ne è una riprova la Convenzione quadro sull'intelligenza artificiale (AI), nel cui processo di redazione sono stati consultati anche i minori stessi. Anche l’OCSE si è occupata di studiare il comportamento dei gestori digitali, pubblici e privati, rispetto ai processi di marketing: il minore non viene percepito come utente, ma come cliente, e questo porta i provider a cercare di instaurare nei suoi confronti un rapporto di fidelizzazione economica. L’OCSE non ha propriamente regolamentato questo fenomeno, ma ha prodotto delle soft laws, linee guida e codici, di cui spesso i gestori digitali tengono conto per ragioni prettamente reputazionali. Non rispettare queste indicazioni getta cattiva luce sulla piattaforma, portando a ricadute economiche, come perdite o crollo dei titoli in borsa. Ciò significa che, pur non essendo hard laws, risultano comunque efficaci per il loro impatto nella tutela dei diritti dei minori.
Quali sono gli obiettivi di questi quadri normativi? Sicuramente un obiettivo primario è la protezione degli utenti minori, ma si può vedere anche un tentativo di sviluppare un uso consapevole delle piattaforme digitali?
L’obiettivo
primario dei quadri normativi già richiamati, nell'ambito dei
rispettivi sistemi intergovernativi internazionali e regionali, è informare e incrementare la conoscenza e la praticità degli strumenti digitali in diversi ambiti e a più livelli
possibili: a partire dall'individuo (il minore), fino al contesto familiare, scolastico formale e informale, ma anche ai
gestori digitali pubblici e privati. In ogni ambito, lo scopo degli
attori pubblici e privati è sensibilizzare e fornire informazioni, unitamente a una formazione continua, la quale si rivela necessaria
perché la velocità di evoluzione degli strumenti digitali rende
obsoleta una piattaforma appena creata. Proprio a tal fine, le
disposizioni normative per la tutela dei diritti digitali dei minori
devono essere sufficientemente flessibili da garantirne un
adattamento futuro, poiché questo potrebbe rendersi necessario prima di
quanto immaginabile.
Quali sono i rischi e i pericoli derivanti dall'uso delle piattaforme digitali da parte di minori e adolescenti? Quali ripercussioni, anche a lungo termine, possono avere questi rischi e pericoli?
I rischi sono molteplici: dal cyberbullismo, alla disinformazione o all'informazione settorializzata, che può portare alla discriminazione e, conseguentemente, ai crimini d’odio, fino al grooming (fenomeno ampiamente trattato e tutelato dai quadri normativi delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa e dell'Unione Europea). I parametri che permettono di valutare la gravità delle ripercussioni, sia nel breve che nel lungo termine, dipendono da alcune variabili, come l’età della vittima, il grado di maturazione e il livello di interazione con la piattaforma su cui avviene la violazione. L’intensità di esposizione alle piattaforme, e soprattutto la modalità con cui si verifica il contatto digitale, sono fondamentali per interpretare le conseguenze sul minore. Se quest'ultimo interagisce sulle piattaforme digitali in modo limitato, è fondamentale educarlo preventivamente, illustrando sia gli aspetti positivi sia quelli negativi, sotto la guida di una figura genitoriale o educativa. Al contrario, un’esposizione frequente e non controllata aumenta maggiormente il rischio di incorrere in pericoli. Nel lungo termine, le dinamiche dannose non dipendono solo dall’intensità dell’esposizione, ma anche dalla reiterazione dello stesso tipo di fonte, notizia, video o argomento. Il pericolo aumenta soprattutto nelle interazioni che nascono sulle piattaforme, dove al rischio di contatti tra minori si aggiunge quello esponenziale di entrare in contatto con adulti che si fingono minori. I pericoli maggiori si riscontrano sulle piattaforme più interattive, che sono prive di adeguata moderazione dei contenuti.
Ci sono delle pratiche quotidiane che i genitori o le figure educative possono mettere in atto per tutelare minori e adolescenti? In questo senso, introdurre un limite d’età per l’accesso alle piattaforme potrebbe portare a miglioramenti concreti e misurabili?
L’età minima per l’accesso alle piattaforme è un palliativo: utile, ma non risolutiva. L’obiettivo primario deve rimanere quello di informare e formare minori e adulti responsabili, ai quali spetta il compito di educare i più giovani a un uso consapevole delle piattaforme, anche quando non siano presenti per supervisionarli. Non si tratta, quindi, di impedirne l'accesso, ma di guidarlo e accompagnarlo. L’ostacolo maggiore che si presenta nella realizzazione di questa formazione costante e sempre al passo coi tempi potrebbe non essere tanto la mancanza di tempo, quanto la scarsa conoscenza delle piattaforme digitali da parte delle figure educative, dovuta sia a una certa difficoltà nell'uso sia al fatto che non sono nativi digitali.
Ci sono ancora dei settori di questa branca che presentano lacune o che potrebbero essere migliorati? Se sì, quali sono e in che modo?
Gli aspetti più importanti su cui si può ancora migliorare sono, sicuramente, l’informazione e la formazione di minori, adulti e
figure educative, in maniera continuativa ed evolutiva. Altri aspetti
che risultano essere lacunosi, anche a livello internazionale,
riguardano la sottostima dei dati legati alle violazioni dei diritti
digitali. Si tratta di un fenomeno di under-recording (sotto-registrazione), dovuto
a un under-reporting,
ovvero alla mancanza di una mappatura adeguata che consenta di
capire dove, come e quando vengono effettuati gli accessi alle
piattaforme digitali. Il primo passo per poter trovare una
soluzione efficace è infatti conoscere il problema nella sua completezza,
dimensione ed evoluzione. Tali mappature potrebbero essere effettuate secondo diversi criteri e parametri, per esempio in base al tipo di
piattaforma. Un ulteriore aspetto da migliorare riguarda lo studio dell’impatto sulla salute psicofisica
dei minori derivante dall’uso prolungato e intenso delle
piattaforme digitali. Se da un lato esiste una vasta ricerca su
casi estremi, come il suicidio, altri effetti collaterali — ad esempio l’emicrania, il deficit di attenzione, la labirintite o i tic — non sono ancora stati particolarmente approfonditi. Ad oggi, esistono studi sugli stati del sonno e
sulla soglia dell'attenzione, che potrebbero servire come punto di partenza per approfondire ricerche di tipo medico-sanitario riguardanti gli effetti a lungo termine sulle
giovani generazioni online.
Ho potuto osservare che Lei ha trattato il tema dei diritti digitali già dai primi anni 2000. Com'è cambiato il fenomeno negli ultimi 20 anni? La sensazione potrebbe essere quella di un aumento esponenziale del ruolo dei social e delle piattaforme digitali, con conseguente crescita di rischi e pericoli che portano con sé. È così oppure è un fenomeno che si è semplicemente trasformato?
La ricerca inizia nei primi anni 2000 con l’analisi del Protocollo opzionale della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che riguarda in particolar modo prostituzione e pedopornografia. A partire da allora, nel corso di vent’anni la letteratura è aumentata, evidenziando la crescita delle violazioni dei diritti e dei rischi a danno dei minori nello spazio digitale. Se a inizio secolo erano casi sporadici e se ne parlava poco (non perché venissero sottovalutati, ma perché accadevano di rado), ad oggi l’aumento delle piattaforme, che ha comportato una maggiore esposizione e quindi un aumento dei rischi e pericoli, rende il quadro non solo più complesso, ma anche percepito in maniera negativa. Tuttavia, alcuni studi cercano di fare chiarezza sui vantaggi che le piattaforme digitali portano. L’accesso facilitato alle piattaforme offre numerose opportunità di nuove conoscenze, a patto che il minore sia guidato ed educato da un genitore o da un adulto adeguatamente formato.
Come si immagina il ruolo delle piattaforme digitali per le generazioni future? In particolare, quale ruolo avranno programmi come l’intelligenza artificiale per i bambini e gli adolescenti di oggi?
L’intelligenza artificiale rappresenta un territorio ancora solo parzialmente esplorato, sia per adulti che per minori, ed è difficile spiegare in parole semplici cosa opera dietro questo meccanismo. Un gruppo di ricerca inglese ha proposto la creazione di un codice di condotta basato su esercizi di configurazione dell’intelligenza artificiale, con possibili adattamenti per informare e formare i minori, adeguando quindi tono e strumenti alla sensibilità e alle conoscenze di bambini e ragazzi. L’elemento principale da tenere a mente è la distinzione tra mente umana e macchina: la "paura" nei confronti dell’intelligenza artificiale nasce dall’ignoto dei suoi meccanismi e dalla mancanza di conoscenza per poterla adoperare adeguatamente. In merito a questo, è fondamentale ricordare che lo strumento digitale opera, ricerca e analizza sempre a partire da un input umano, e lo fa in modo differente rispetto alla mente umana. Questo ci porta a dire che l’intelligenza artificiale è fallibile, mentre la mente umana, con ciò che produce, qualifica ed elabora, rimane sempre infallibile.
In conclusione, parlare di diritti digitali di minori e adolescenti è un tema complesso e in continua evoluzione, che con molta probabilità resterà sempre in uno stato di trasformazione. La chiave per non rimanere indietro è conoscere e formarsi: questo permette agli adulti di apprendere e di proteggere i minori, consentendo a questi ultimi di usare consapevolmente strumenti che oggi, e sempre di più in futuro, faranno parte della loro vita.
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L'Autore
Gaia Recrosio
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