Secondo la Rappresentante Speciale del Segretario Generale sulla violenza sessuale nei conflitti armati Pramila Patten, nel corso del 2025, le Nazioni Unite hanno registrato e verificato 9.788 casi di violenza sessuale correlati a conflitti in atto. Questo dato rappresenta una cifra indicativa di un fenomeno più ampio e sistematico, oltre che una tendenza fortemente in aumento. Infatti, il numero riportato nel report risulta pari a più del doppio rispetto ai 4.600 casi verificati nel rapporto dell’anno precedente.
Le violenze documentate dalle Nazioni Unite non si limitano allo stupro, ma comprendono un ampio ventaglio di crimini: gli stupri individuali e di gruppo, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza e l’aborto forzato, la sterilizzazione coatta, il matrimonio forzato e la tratta di persone finalizzata allo sfruttamento sessuale nei contesti di guerra.
Gli abusi si concentrano principalmente nei Paesi segnati da profonde crisi di sicurezza e conflitti armati, dove la responsabilità ricade sia su attori statali che non statali. In questi contesti, la violenza sessuale viene spesso usata come strumento strategico per raggiungere obiettivi politici e militari. In società caratterizzate da culture fortemente patriarcali, il corpo delle donne continua a essere percepito come un’estensione del potere maschile. Di conseguenza, colpire le donne significa umiliare psicologicamente i combattenti del fronte opposto. Lo stupro diventa così uno strumento di terrore e controllo finalizzato a minare la resistenza delle popolazioni civili e, nei casi più estremi, a distruggere l’identità culturale e biologica di una comunità.
Le dinamiche descritte dal rapporto delle Nazioni Unite trovano diretta conferma in diversi contesti bellici attuali. In Sudan, per esempio, la violenza sessuale continua a essere utilizzata come strumento di guerra e centinaia di donne della zona del Darfur sono state vittime di stupri individuali e di gruppo durante gli attacchi contro i loro villaggi. Il fenomeno non riguarda solo milizie e gruppi armati irregolari, infatti nel rapporto vengono citate nuovamente anche le forze armate di sicurezza russe e israeliane tra le responsabili di violenze sessuali, a causa della reiterazione delle violenze commesse. Questi ultimi due casi, si sono rilevati particolarmente controversi a causa dei ripetuti ostacoli alla ricerca del personale Onu da parte di Russia e Israele.
La giurisprudenza internazionale ha compiuto importanti passi avanti nel riconoscere e punire i crimini in questione. Il diritto internazionale umanitario proibisce lo stupro e altre forme di violenza sessuale, sia nei conflitti armati internazionali sia in quelli non internazionali. Una delle basi fondamentali di questa protezione risiede nelle Convenzioni di Ginevra del 1949. In particolare, la IV Convenzione di Ginevra, dedicata alla tutela dei civili in tempo di guerra, vieta la prostituzione forzata e lo stupro all’articolo 27.
Un ulteriore passo avanti nel diritto internazionale umanitario, viene introdotto con il Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977. Questo, all’articolo 76 (comma I), dichiara che:
“Le donne saranno oggetto di un particolare rispetto e saranno protette, specialmente contro la violenza carnale, la prostituzione forzata e ogni altra forma di offesa al pudore”.
Sul piano giudiziario, una svolta storica nella condanna dello stupro come strumento di genocidio e crimine contro l’umanità, è arrivata dal Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (ICTR) alla fine del secolo scorso. Questa evoluzione ha permesso la successiva adozione dello Statuto di Roma, entrato in vigore il 1° luglio 2002, che include esplicitamente gli stupri e altre forme di violenza sessuale all’interno della lista dei crimini contro l’umanità e nei crimini di guerra. Sul piano diplomatico, con la Risoluzione 2467 del 2019, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha riconosciuto la violenza sessuale come una vera e propria tattica di guerra e terrorismo, richiamando gli Stati alla responsabilità di prevenirla e perseguirla.
Il rapporto S/2026/31 delle Nazioni Unite costituisce un forte appello al Consiglio di Sicurezza e agli Stati Membri a rafforzare la responsabilità, la prevenzione e il sostegno ai sopravvissuti. Tra le principali raccomandazioni figurano la garanzia di un accesso umanitario senza ostacoli, l’espansione dei meccanismi di monitoraggio e sanzioni, il sostegno ai consulenti per la protezione delle donne nelle missioni dell’Onu, il rafforzamento delle indagini e delle azioni penali e l’aumento dei finanziamenti per i servizi medici, psicosociali e legali.
Esiste una continuità brutale e metonica che accomuna la maggior parte delle guerre del passato e del presente. E’ una scia di violenza che per secoli è rimasta ai margini, senza far rumore, spesso taciuta e liquidata come una delle inevitabili conseguenze dei conflitti armati. Attraverso il corpo dei soggetti più vulnerabili, quasi sempre donne e bambine, l’obiettivo è quello di colpire un’intera società, trasformando la sofferenza in un’arma.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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19 giugno Giornata Mondiale contro la violenza sessuale nei conflitti armati Pramila Patten ONU