Gaza: assedio e carestia

L'esercito israeliano stringe la città in una morsa, ma sui civili, oltre ai proiettili, si abbatte la fame

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  Francesco Oppio
  28 agosto 2025
  3 minuti, 47 secondi

Si è aperto con il via libera del governo Netanyahu all’occupazione di Gaza City l’ennesimo capitolo dell’escalation militare israeliana nella Striscia. All’alba del 21 agosto i carri armati delle Forze di difesa israeliane (IDF) hanno puntato a prendere il controllo delle aree periferiche, preparando il terreno per l’arrivo dei 60mila riservisti convocati per l’operazione, attesi in servizio dai primi giorni di settembre.

In visita alla base navale di Haifa, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha mobilitato la Marina a sostegno delle forze di terra, ma, come riporta The Times of Israel, si è soffermato anche sul pericolo per la vita degli ostaggi rapiti da Hamas in seguito all’intensificarsi delle operazioni a Gaza City. “C’è un accordo sul tavolo e va accettato”, ha affermato il vertice delle IDF in merito alla questione, passando poi la palla nelle mani del premier. Mentre il ministro della Difesa Israel Katz avverte che Gaza City potrebbe “trasformarsi in Rafah e Beit Hanoun”, rase al suolo all’inizio del conflitto, se le condizioni di Israele non verranno accettate, ovvero il rilascio di tutti gli ostaggi e il disarmo dell’organizzazione politica e militare islamista.

Nei giorni scorsi oltre 350mila manifestanti si sono riversati nelle strade di Tel Aviv per chiedere il cessate il fuoco e la prosecuzione dell’intesa sul rimpatrio degli israeliani intrappolati a Gaza. Le proteste si sono spinte sino alle abitazioni dei ministri, con i familiari degli ostaggi che hanno accusato il governo di sacrificare i loro cari per “esigenze politiche”. Nonostante i disordini, tra le fiamme e il blocco delle principali arterie del Paese, il gabinetto di sicurezza convocato da Netanyahu nella serata del 26 agosto ha confermato la prosecuzione del piano di occupazione di Gaza.

Nel frattempo, sul fronte palestinese la crisi umanitaria si è aggravata al punto che nella Striscia si parla di carestia. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), dopo l’allarme lanciato alla fine di luglio circa l’accesso al cibo calato a livelli senza precedenti, ha riscontrato un ulteriore aumento delle morti legate a malattie e malnutrizione, classificando le condizioni della popolazione civile nella fascia di massimo rischio della scala integrata della sicurezza alimentare. Nel rapporto diffuso il 22 agosto dall’organo sostenuto dall’ONU si legge che la situazione di carestia presente a Gaza potrebbe estendersi rapidamente alle aree meridionali della Striscia, nei territori di Deir al-Balah e Khan Younis, entro i primi giorni di settembre.

È la prima volta che viene confermata una condizione di carestia in Medio Oriente, un evento definito dal Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres come un “disastro senza precedenti” e un “fallimento di tutta l’umanità”. In quanto potenza occupante, Guterres ha sottolineato che Israele ha “doveri inequivocabili” imposti dal diritto internazionale, compreso quello di garantire ai civili l’accesso al cibo, ai medicinali e ad altri beni essenziali.

Come descritto da Amnesty International, ormai da diversi mesi il sistema umanitario attivo nella Striscia di Gaza è stato smantellato dalle restrizioni imposte dal governo israeliano. Dei 400 siti di distribuzione presenti durante la tregua oggi se ne contano appena 4, tutti posti sotto il controllo militare dell’esercito di Netanyahu. Inoltre, il blocco messo in atto dalle forze israeliane all’inizio dell’estate continua ad impedire l’ingresso di aiuti e beni commerciali nel territorio di Gaza. Ad oggi il coordinamento della totalità delle operazioni umanitarie è in capo alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una ONG sostenuta da Stati Uniti e Israele che dovrebbe garantire la neutralità umanitaria in sostituzione delle Nazioni Unite. Tuttavia, sono diversi i media e i funzionari internazionali che ne mettono in dubbio il ruolo, sostenendo sia uno strumento del governo israeliano per usare la fame come “arma contro il popolo palestinese”.

La Relatrice speciale ONU Francesca Albanese è intervenuta definendo “assurdo” che la gestione degli aiuti umanitari a Gaza sia in mano ad uno Stato “accusato di genocidio e di crimini di guerra dalle maggiori corti di giustizia interazionali”, nella tolleranza della Comunità internazionale. Concludendo che la centralità dell’organizzazione nello schema di distribuzione degli aiuti imposto da Israele sia “l’ennesimo attacco alla possibilità di esistere del popolo palestinese”.

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