La notte tra il 24 e il 25 gennaio 2025, un drone armato ha colpito l’ospedale materno saudita di El-Fasher, una città nel nord del Darfur, in Sudan. La struttura, una delle ultime attive in tutta la regione, forniva assistenza sanitaria essenziale a migliaia di persone, tra cui donne incinte, bambini e sfollati interni. Il bombardamento ha causato almeno 70 morti e numerosi feriti tra pazienti, accompagnatori e personale medico.
L’attacco si inserisce nel quadro di un conflitto in corso dal 2023 tra l’esercito regolare del Sudan (Forze Armate Sudanesi, o SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), un gruppo paramilitare nato da ex milizie janajaweed attive nel Darfur sin dai primi anni 2000. La lotta per il potere tra i due gruppi ha rapidamente travolto gran parte del Paese, causando migliaia di vittime e milioni di sfollati. Khartoum, la capitale del Sudan, è stata tra le prime città ad essere coinvolta negli scontri, ma il conflitto si è rapidamente esteso in tutto il paese, con una particolare intensificazione nel Darfur, dove le tensioni etniche e militari si intrecciano da decenni. El-Fasher, capoluogo del Darfur Settentrionale, rappresenta l’ultima grande città della regione ancora sotto il controllo dell’esercito regolare. Da mesi è, infatti, sotto assedio da parte delle RSF, che mirano a completare la conquista del Darfur.
Modalità dell’attacco
L’attacco, avvenuto nella notte tra il 24 e il 25 gennaio, ha colpito direttamente l’area del pronto soccorso dell’ospedale materno saudita, conosciuto anche come Saudi Maternity Hospital. Secondo le ricostruzioni, un drone armato ha centrato la struttura durante un momento di particolare affollamento, causando gravi conseguenze per i pazienti, accompagnatori e per il personale medico. L’esplosione ha provocato il crollo parziale dell’edificio, danneggiando anche reparti adiacenti, tra cui il blocco chirurgico. Inoltre, la violenza dell’impatto ha innescato incendi interni e reso estremamente difficili i soccorsi, lasciando numerose persone intrappolate sotto le macerie. Le testimonianze raccolte confermano che l’ospedale era chiaramente identificabile come struttura civile e che non vi erano presidi militari all’interno né nelle immediate vicinanze. Per questa ragione si può parlare di un attacco mirato, e non frutto di un errore. Dopo il bombardamento, l’ospedale è stato evacuato e ha cessato ogni attività, privando El-Fasher dell’ultima struttura in grado di offrire cure mediche d’urgenza.
I responsabili
Le autorità sudanesi hanno attribuito la responsabilità dell’attacco alle Rapid Support Forces, accusandole di aver colpito volutamente un ospedale civile. Secondo il governo, si è trattato di un’azione deliberata, parte di un’offensiva più ampia volta a sradicare le ultime postazioni militari dell’esercito regolare nella città e a prendere il controllo di El-Fasher. Le RSF, invece, hanno negato ogni coinvolgimento ed hanno accusato l’aviazione militare sudanese di aver colpito l’ospedale sostenendo che sarebbe stato un errore di mira durante un’operazione aerea. Tuttavia, diverse testimonianze indipendenti, comprese quelle di medici presenti durante l’attacco, e fonti umanitarie attive nella zona, hanno confermato che negli ultimi mesi sono stati i droni delle RSF a colpire ripetutamente infrastrutture civili, mercati, campi profughi e ospedali. L’ipotesi del coinvolgimento diretto delle RSF appare dunque coerente con il modus operandi già osservato in precedenti attacchi nella regione.
Le reazioni della comunità internazionale
L’attacco ha suscitato un’ondata di condanne da parte della comunità internazionale. L’Ufficio delle Nazioni Unite in Sudan ha definito l’attacco “uno scioccante atto di violenza” ed “un affronto all’umanità”, richiamando entrambe le parti in conflitto al rispetto delle convenzioni internazionali che proteggono le strutture mediche e la popolazione civile. Inoltre, la coordinatrice umanitaria dell’ONU per il Sudan, Clementine Nkweta-Salami, ha definito l’episodio “uno shock per la coscienza umana”. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha denunciato la devastazione dell’ospedale come “una tragedia evitabile”. Il suo direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che attaccare medici e pazienti è una grave violazione del diritto internazionale e ha chiesto con urgenza una protezione reale delle strutture sanitarie ancora attive. Infine, anche l’Arabia Saudita, che finanzia l’ospedale colpito, ha espresso profonda indignazione, definendo l’attacco “un crimine contro civili innocenti” e chiedendo l’apertura di un’indagine indipendente.
Un sistema sanitario al collasso
L’attacco al Saudi Maternity Hospital ha aggravato una crisi sanitaria già fuori controllo. Secondo le stime dell’ONU, oltre il 70% delle strutture sanitarie del Sudan non sono più funzionanti a causa della guerra. In molte aree del Darfur, non esiste alcun accesso regolare a cure mediche. Mancano medicinali, personale qualificato, attrezzature e sicurezza per operare. Fino alla notte del 24 gennaio l’ospedale saudita era l’unica struttura della città con sale operatorie funzionanti, capacità chirurgiche e capacità di gestire emergenze ostetriche, traumi da guerra e malattie infettive. Ogni giorno ospitava non solo donne in gravidanza e neonati, ma anche feriti di guerra, sfollati e malati cronici. Dopo il bombardamento, la città si è ritrovata completamente priva di assistenza medica d’urgenza. Al contempo la situazione nei campi profughi intorno a El-Fasher, come Zamzam e Abu Shouk, è drammatica: mancano acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria di base. Le organizzazioni umanitarie segnalano un rischio di epidemie elevato, un crescente tasso di mortalità tra bambini e donne incinte e che milioni di persone sono esposte alla carestia.
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