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Filippine, la guerra alla droga continua a fare vittime

Erano poche le speranze che il cambio al potere potesse essere accompagnato da un miglioramento della situazione nelle Filippine. E infatti non cessano gli omicidi commessi da parte delle forze di polizia e degli squadroni della morte nell’ambito della “war on drugs” dichiarata nel 2016 dall’ex-presidente Rodrigo Duterte. Da quando Ferdinand Marcos Jr. è entrato in carica sono state registrate altre 72 vittime, che si aggiungono alle migliaia degli scorsi anni. Sono questi i numeri che emergono da un rapporto pubblicato da Human Rights Watch che, con un comunicato del 12 settembre scorso, chiede una risoluzione di condanna da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

La “war on drugs” di Duterte

Nel giugno del 2016 il neoeletto presidente delle Filippine Duterte ha dato il via alla guerra alla droga, una politica annunciata più volte durante la sua campagna elettorale volta a eliminare il problema delle tossicodipendenze nel Paese asiatico. La risposta trovata da Duterte è molto semplice e trova in una sua dichiarazione del settembre del 2016 la sintesi più efficace: “Hitler massacrò tre milioni di ebrei…Ci sono tre milioni di tossicodipendenti nelle Filippine. Sarei felice di massacrarli. Una frase che tradotta nell’atto pratico significa giustificare omicidi commessi dalle forze di polizia nei confronti di coloro che vengono sospettati di far parte della rete di spaccio.

Prima di portare a livello nazionale l’applicazione di questa politica criminale, Duterte aveva promosso e giustificato queste esecuzioni illegali quando era sindaco della città di Davao, in carica a più riprese tra il 1988 ed il 2016. A partire dalla metà degli anni ’90, nella città ha iniziato ad intensificarsi l’attività del c.d. Davao Death Squad, un gruppo criminale che agiva con l’obiettivo di eliminare il traffico di stupefacenti che è colpevole della morte di quasi 1.500 persone. Nel corso degli anni il fenomeno degli squadroni della morte si è poi allargato ad altre città del Paese.

L’applicazione di questo modello all’intera nazione, giustificato da dati esagerati rispetto al numero di persone connesse allo spaccio o all’utilizzo di sostanze stupefacenti, ha portato ad una vera e propria strage. L’ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite ha calcolato che le vittime potrebbero essere quasi 9.000, ma alcune organizzazioni per i diritti umani nazionali affermano che il numero reale potrebbe essere addirittura il triplo.

Il modus operandi è sostanzialmente identico come dimostrato dai casi che HRW e Amnesty International hanno potuto visionare. Esistono delle “liste di sorveglianza” in cui vengono segnalati, senza alcuna autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria, tutte le persone ritenute sospette che, nella maggioranza dei casi, fanno parte delle fasce più povere della società filippina. Dopo l’omicidio si procede dunque con la redazione di rapporti ufficiali, spesso identici l’uno all’altro con la sola modifica di nomi, date e luoghi. Vi sono poi due versioni sulla dinamica dei fatti: la polizia afferma di aver risposto al fuoco, mentre i testimoni oculari negano tale possibilità.

L’inchiesta della Corte Penale Internazionale

Nel febbraio del 2018, la Corte Penale Internazionale (ICC) ha deciso di avviare un’inchiesta al fine di perseguire il presidente filippino per crimini contro l’umanità. La risposta di Duterte non si è fatta attendere e nel marzo dello stesso anno ha ritirato il Paese dallo Statuto di Roma, trattato che istituisce l’ICC. Nonostante ciò, la giurisdizione della Corte cessa solo dopo un anno dal ritiro, come affermato anche da una sentenza della Corte Suprema delle Filippine.

Le indagini sono dunque proseguite, fino a novembre 2021, cioè quando il dipartimento di giustizia filippino ha notificato alla Corte che erano in atto delle indagini nazionali su diversi casi. Infatti la Corte ha giurisdizione su quanto avvenuto nel Paese, ma solo nel caso in cui il sistema giudiziario nazionale non sia in grado di condurre delle indagini accurate in maniera autonoma. Già in giugno però, il pubblico ministero ha chiesto di poter proseguire con le sue indagini in quanto quelle condotte a livello nazionale erano ritenute insufficienti. L’apertura dell’inchiesta e le indagini condotte dall’ICC non hanno però fermato Duterte che ha continuato a mettere in atto il suo programma criminale contro le droghe e soprattutto è continuato ad aumentare il numero delle vittime.

Un cambiamento che non ci sarà

La vittoria elettorale di Ferdinand Marcos Jr., figlio di Ferdinand Marcos, dittatore che tra il ’65 e l’89 ha instaurato nelle Filippine un regime violento e oppressivo, ed anche la nomina alla vicepresidenza di Sara Duterte, figlia quest’ultima dell’ex-presidente, non hanno migliorato la situazione. I diritti umani continuano infatti ad essere calpestati e le morti non si arrestano. I timori che l’elezione della figlia Sara potesse consentire a Duterte, che non si è potuto candidare a causa del limite dei mandati imposto dalla Costituzione, di continuare ad esercitare una forte influenza sull’esecutivo sembrano infatti essere fondati.

Tutto ciò avviene poi in un Paese in cui si sono evidenziati grandi passi indietro nel campo del rispetto dello stato di diritto e dove la libertà di stampa è messa a dura prova, come testimoniato dal caso di Maria Ressa, fondatrice del giornale indipendente Rappler, la cui chiusura è stata recentemente ordinata dal neoeletto presidente. Nelle Filippine è veramente in corso una guerra, ma non alla droga, e le vittime non sono solo i cittadini, ma anche la democrazia.

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Fonti utilizzate per la stesura dell'articolo: 

https://www.hrw.org/news/2022/09/12/philippines-strong-un-human-rights-council-action-needed

https://www.amnesty.it/filippine-la-guerra-alla-droga-di-duterte-ha-fatto-almeno-6600-morti/

https://www.ilpost.it/2022/06/30/filippine-ferdinand-marcos-jr-insediato-presidente-figlio-dittatore/

https://www.ilpost.it/2016/10/15/come-fatta-la-guerra-alla-droga-di-duterte/

https://www.ilpost.it/2022/06/29/filippine-rappler-governo-ordinato-chiusura/?dmc_cid=3683&dmc_gid=353772928&dmc_ch=email&dmc_mid=354995823&dmc_uid=3884640684&uc701=3884640684&utm_source=Iscritti&utm_medium=email&utm_campaign=Evening-Post&utm_content=Evening+Post+290622&id=3884640684

https://www.hrw.org/report/2017/03/02/license-kill/philippine-police-killings-dutertes-war-drugs#_ftn63

Fonte immagine

https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-dell-uomo-che-tiene-il-fucile-1592109/


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  • L'Autore

    Giorgio Giardino

    Giorgio Giardino, classe 1998, è studente della laurea magistrale Politiche europee ed internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Precedentemente ha conseguito la laurea triennale in Scienze politiche e relazioni internazionali presso l'Università Lumsa a Roma, con una tesi sulla libertà di espressione in relazione al fenomeno del reclutamento dei foreign terrorist fighters. Da sempre interessato a tematiche riguardanti i diritti fondamentali e relazioni internazionali, ricopre all'interno di MI la carica di revisore e di autore per la sezione Diritti Umani.

    Giorgio Giardino, class 1998, is a student of the master's degree European and international politics at Università Cattolica del Sacro Cuore. Previously he has achieved a bachelor degree in Political science and international relation at Università Lumsa, with a thesis on freedom of expression in relation to the phenomenon of the recruitment of foreign terrorist fighters. Always interested in issues concerning fundamental rights and international relations, he holds the position of reviewer and author for the Human Rights section of MI.

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Temi Diritti Umani


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filippine droga vittime Democrazia

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