A quattro anni dall'invasione russa dell'Ucraina: la CPI tra mandati d'arresto e limiti dell'enforcement

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  Giorgia Savoia
  01 marzo 2026
  3 minuti, 50 secondi

Il 17 marzo 2023, la Camera Preliminare II della Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato d'arresto contro Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale per i diritti dell'infanzia, per il crimine di guerra di deportazione illegale di minori ucraini verso il territorio russo, ai sensi dell'articolo 8 dello Statuto di Roma. Era la prima volta che un simile provvedimento colpiva il capo di Stato di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel marzo 2024, la stessa Camera ha emesso mandati contro il generale Sergei Kobylash e l'ammiraglio Viktor Sokolov per aver diretto attacchi contro obiettivi civili e per aver causato danni sproporzionati alla popolazione civile, condotte che potrebbero costituire crimini di guerra, nonché per il crimine contro l'umanità di atti inumani, degli articoli 7 e 8. Nel giugno 2024 sono stati emanati mandati di arresto anche nei confronti dell'ex ministro della Difesa Sergei Shoigu e del capo di Stato maggiore Valery Gerasimov. In totale, la CPI ha emesso sei mandati d'arresto nel contesto del conflitto in Ucraina, tutti contro cittadini russi, nessuno dei quali è stato ancora eseguito.

I 125 Stati parte dello Statuto di Roma sono obbligati, ai sensi dell'articolo 59, ad arrestare e trasferire all'Aia chiunque si trovi sul loro territorio e sia destinatario di un mandato. Da marzo 2023, Putin ha svolto la quasi totalità della sua attività diplomatica in paesi non firmatari dello Statuto: Cina, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Bielorussia e diversi paesi dell'Asia centrale. Nell'agosto 2023 avrebbe dovuto partecipare al summit BRICS di Johannesburg, in Sudafrica, Stato membro della CPI, ma alla fine ha preso parte ai lavori solo in videocollegamento, dopo che un tribunale sudafricano aveva confermato l'obbligo di procedere all'arresto in caso di sua presenza sul territorio nazionale.

Nel settembre 2024, Putin si è recato in Mongolia su invito del presidente Khürelsükh: il primo viaggio in un paese membro della CPI dall'emissione del mandato. Le autorità mongole non hanno proceduto ad alcun arresto, adducendo motivazioni economiche: la Mongolia, infatti, dipende fortemente dalla Russia per carburante ed elettricità. Il 24 ottobre 2024, la Camera Preliminare II ha formalizzato una Non-Cooperation Finding (decisione di mancata cooperazione), dichiarando la Mongolia inadempiente rispetto agli obblighi assunti con la ratifica dello Statuto e rimettendo la questione all'Assemblea degli Stati Parti. Quest'ultima, priva di poteri sanzionatori diretti, ha preso atto della decisione inserendo il tema della non cooperazione come punto permanente del proprio ordine del giorno annuale.

Il caso Mongolia mette in luce un limite strutturale del sistema creato dallo Statuto di Roma, ormai quasi trent'anni fa: la CPI non dispone di un proprio meccanismo esecutivo e la sua capacità di far rispettare i mandati dipende interamente dalla volontà politica degli Stati parte. Quando tale volontà entra in conflitto con interessi economici, gli obblighi giuridici vengono accantonati. Lo stesso è accaduto con il caso Almasri e con il caso Netanyahu.

Restano poi almeno due questioni giuridiche aperte. La prima riguarda la sorte del mandato in un eventuale scenario negoziale. In merito a ciò i procuratori della CPI hanno chiarito che il provvedimento contro Putin rimarrebbe in vigore anche in caso di accordo di pace con amnistia generale, poiché solo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza potrebbe sospendere i procedimenti della Corte. La seconda riguarda l'immunità del capo di Stato. L'articolo 27 dello Statuto di Roma esclude espressamente che la qualifica ufficiale, inclusa quella di presidente, possa costituire un ostacolo alla giurisdizione della Corte. Questo principio vale però formalmente solo per i cittadini degli Stati parti: poiché la Russia non ha ratificato lo Statuto, rimane aperta la questione se tale norma abbia acquisito valore consuetudinario, e sia quindi vincolante anche per i non firmatari, problema che la dottrina internazionalistica non ha ancora risolto in modo univoco.

A quattro anni dall'invasione, i mandati della CPI nel contesto ucraino non hanno prodotto arresti. Hanno sì ristretto la mobilità di Putin, ma senza isolarlo, e hanno dimostrato che il diritto penale internazionale funziona solo quando i potenziali imputati cessano di avere il potere, politico ed economico, sufficiente ad ignorarlo.

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