È notizia degli ultimi giorni quella dell’approvazione dell'AI Act, la discussa legge che prevede per la prima volta la normazione dell’Intelligenza Artificiale.
Il via libera, a seguito di un lungo dibattimento, è arrivato attraverso il voto da parte del Consiglio europeo, dopo l’approvazione dello scorso 13 marzo da parte del Parlamento, che sancisce di fatto l’entrata in scena di un unicum a livello legislativo.
Tuttavia, la misura avrà tempi di attuazione piuttosto lunghi, vista l’entrata in vigore in maniera progressiva nei prossimi due anni; solamente i controlli e i divieti derogheranno a queste tempistiche, entrando in vigore nei prossimi mesi[1].
Una cosa sembra però certa, l’UE per l’ennesima volta si è fatta capostipite introducendo nuovi standard globali sul settore tecnologico, dopo quanto fatto con la GDPR[2].
Anche in questo caso l’iniziativa sta assumendo una portata davvero importante, investendo vari settori dell'economia e della società, a partire dall’energia, dall’ambito medico e da quello industriale-produttivo, ragion per cui la ratio che dovrà guidarne l’applicazione dovrà prevedere un quadro normativo piuttosto flessibile e capace di adattarsi alle future scoperte e applicazioni dell'AI, con il chiaro obiettivo di mantenere come capisaldi i diritti fondamentali, la sicurezza e l’etica.
Piuttosto dovrà essere evitato un errore in particolare: quello di creare limiti e oneri troppo stringenti agli operatori, che quotidianamente lavorano con i sistemi AI, e alle aziende, prevaricando l’ambito puramente regolatorio e trasformandosi in un ostacolo, in primo luogo economico.
In questa ottica, forse, la preoccupazione più importante è costituita dall’attuazione di misure troppo stringenti su PMI e startup, che proprio dallo sviluppo dell’AI potrebbero trarre grande profitto.
Il secondo luogo, un altro importantissimo obiettivo che dovranno porsi le istituzioni europee è quello di predisporre non solo risorse, ma anche un supporto tangibile agli operatori, in modo da potersi conformare, consentendo di attuare al meglio quanto previsto.
È per questo auspicabile che l’Europa sviluppi, accanto alla sopracitata normativa, un quadro chiaro di obiettivi (KPI) da raggiungere, che possano aiutare tutti a misurare il reale impatto sull’economia e sulla società europea delle scelte legislative attuate dal Parlamento europeo[3].
Proprio sugli impatti che la normativa avrà, in particolare a livello economico, sono emersi numerosi studi e stime da parte di autorità indipendenti e società di consulenza, proprio con la finalità di interpretare al meglio gli scenari futuri.
Uno dei più interessanti è stato presentato da Intellera, la quale ha rivisto le stime relative alle spese da affrontare, che dovrebbero incardinare diverse attività, dalla conoscenza delle nuove procedure all’acquisizione e elaborazione dati, dalle procedure amministrative all’auditing esterno.
Se seguendo i parametri proposti dalla Commissione i costi previsti ammonterebbero a circa il 17,3% del fatturato delle PMI, Intellera Consulting ritiene invece che essi possano attestarsi intorno all’1,3% del fatturato medio di tali realtà[4].
Come è possibile evincere, si tratta solo di stime, anche se è evidente che i costi e i benefici in questa partita saranno una tema essenziale dei prossimi anni, che molto orienteranno il dibattito e le future applicazioni.
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L'Autore
Tiziano Sini
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