Allevamenti intensivi sotto accusa: la Spagna apre la strada, l’Italia nel mirino dell’OIPA

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  Alessia Bernardi
  23 agosto 2025
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Per la prima volta, un tribunale europeo ha stabilito che l’inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi può violare i diritti fondamentali delle persone. La decisione arriva dal Tribunale Superiore di Giustizia della Galizia, in Spagna, che ha riconosciuto la responsabilità diretta di queste attività nella compromissione del diritto alla vita e all’integrità personale. Una pronuncia destinata a fare giurisprudenza e a influenzare le politiche ambientali e agricole dell’UE, in un momento in cui il dibattito politico sul tema resta timido e frammentato.

Il caso galiziano nasce da un contenzioso legato alle emissioni di ammoniaca e altre sostanze nocive provenienti da grandi stabilimenti zootecnici, che avrebbero contribuito a un degrado ambientale tale da incidere sulla salute dei cittadini. Il tribunale ha ritenuto sufficiente la prova scientifica per collegare inquinamento e malattie respiratorie, croniche e acute, fino a decessi prematuri. Questa sentenza rappresenta un passo senza precedenti: è la prima volta che una corte europea mette nero su bianco il nesso tra allevamenti intensivi e violazione di diritti umani fondamentali. Infatti, il tribunale Superiore di Giustizia della Galizia non si è limitato a riconoscere un impatto generico sulla salute, ma ha individuato una responsabilità diretta e documentata fra le emissioni prodotte dagli allevamenti e i danni subiti dalla popolazione locale. Nella motivazione, i giudici hanno richiamato studi epidemiologici, dati ambientali e rapporti delle autorità sanitarie regionali, evidenziando come concentrazioni elevate di ammoniaca, metano e particolato fine siano collegate a patologie respiratorie croniche, aumento dei casi di tumore e decessi prematuri. La corte ha stabilito che ignorare queste evidenze equivale a trascurare il principio di precauzione, cardine del diritto ambientale europeo, e a non garantire la tutela effettiva dei cittadini come previsto dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Dunque, il valore della decisione è duplice: da un lato, riconosce che il danno ambientale può configurarsi anche come lesione di diritti umani, e non solo come violazione; dall’altro, apre la strada a possibili azioni legali in altri Stati membri. È plausibile che, sulla scia di questo precedente, associazioni, comitati locali e persino enti pubblici possano intentare cause simili, chiedendo non solo il risarcimento dei danni, ma anche la modifica delle politiche di finanziamento e sostegno alla zootecnia intensiva. Per gli esperti di diritto ambientale, la pronuncia galiziana potrebbe avere un impatto paragonabile a quello delle prime cause climatiche vinte in Europa, dove la protezione dell’ambiente è stata interpretata come parte integrante della salvaguardia della vita e della salute umana.

Proprio a partire dal precedente spagnolo, l’Organizzazione Internazionale Protezione Animali (OIPA), vede la possibilità di spingere l’Italia a riconsiderare il sostegno pubblico a questo modello produttivo. Il nostro Paese è già al centro di un’emergenza ambientale cronica: la Pianura Padana è tra le aree più inquinate d’Europa, e in Lombardia l’85% delle emissioni di ammoniaca proviene proprio dagli allevamenti intensivi. Nonostante ciò, i fondi della Politica Agricola Comune (PAC) continuano a fluire copiosi verso il settore: tra il 2019 e il 2023 sono passati da 250 a 286 milioni di euro, con il 40% di queste risorse, pari a 113 milioni nel 2023, destinato a imprese situate in Comuni con livelli di azoto oltre i limiti di legge. Con la seconda tranche di semplificazioni della PAC 2023-2027 presentata lo scorso maggio, l’OIPA ha inviato una lettera al Commissario europeo per l’Agricoltura Christophe Hansen chiedendo: la revoca dei finanziamenti agli allevamenti con inadempienze ambientali o sanitarie, nuovi criteri di accesso ai fondi legati a salute pubblica, biodiversità e qualità ambientale, il riorientamento fondi verso attività sostenibili, etiche e progetti di rinaturazione e investimenti nella ricerca su alternative, inclusa la carne coltivata.

Proprio su quest’ultima, che studi dell’Università di Oxford e di Amsterdam indicano come capace di ridurre fino al 96% le emissioni rispetto alla carne convenzionale e il consumo di suolo del 99%, è già vietata in Italia nel 2023, in controtendenza rispetto a possibili strategie di transizione alimentare sostenibile. Questione parzialmente riconfermata fino a fine 2024. Per l’OIPA, rappresenta una delle vie più promettenti per ridurre l’impatto ambientale e migliorare il benessere animale, senza imporre un passaggio immediato a diete vegetariane o vegane.

Si evidenzia dunque, che se in Spagna la giustizia ha aperto un varco, in Italia la sfida è ancora tutta politica. Il riconoscimento legale dei danni sanitari e ambientali causati dagli allevamenti intensivi in Galizia potrebbe diventare un modello per iniziative simili nel nostro Paese, dove le condizioni di inquinamento sono già critiche. Comunque la transizione richiede scelte coraggiose: toccare la zootecnia intensiva significa incidere su filiere economiche radicate, con impatti sociali e occupazionali rilevanti. Per l’OIPA, non affrontare il problema significherebbe restare in contraddizione con gli impegni climatici ed etici dichiarati dall’Unione Europea.

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Alessia Bernardi

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Sviluppo inquinamento sostenibilità allevamenti intensivi