America First dopo l’egemonia: la NSS 2025 come strategia di transizione

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  Federica Placidi
  17 dicembre 2025
  5 minuti, 3 secondi

La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti pubblicata nel novembre 2025 non rappresenta semplicemente un aggiornamento dottrinale, ma segnala una fase di transizione profonda nella postura internazionale di Washington. Più che delineare un nuovo ordine globale, il documento riflette il tentativo degli Stati Uniti di adattarsi a un sistema internazionale frammentato e multipolare, senza rinunciare del tutto a una visione gerarchica del potere costruita in decenni di supremazia.

Il filo conduttore della strategia è l’adozione esplicita di un approccio “America First”, definito come pragmatico, non ideologico e orientato esclusivamente alla sicurezza e alla prosperità interne. In questa cornice, la promozione della democrazia – per lungo tempo pilastro della legittimazione internazionale statunitense – viene declassata a obiettivo accessorio, subordinato alla cooperazione con governi considerati funzionali agli interessi americani, indipendentemente dalla loro natura politica.

Questa scelta non è soltanto il riflesso di una preferenza ideologica, ma il prodotto di una crisi più ampia delle assunzioni che hanno sostenuto l’ordine liberale post-Guerra fredda: l’idea che l’integrazione economica producesse convergenza politica; che le alleanze fossero un moltiplicatore automatico di potere; che la leadership americana fosse percepita come un bene pubblico globale. La NSS prende atto del fallimento parziale di queste premesse, ma lo fa sostituendo l’universalismo con una logica selettiva e transazionale.

Un segnale particolarmente rilevante è l’abbandono del paradigma della “competizione tra grandi potenze” come asse esplicito della politica estera. Cina e Russia non vengono più descritte come sfidanti sistemici di un ordine da difendere, ma come attori con cui gestire rapporti di forza all’interno di equilibri regionali. Il documento sembra accettare implicitamente l’esistenza di sfere d’influenza e rifiuta l’idea di una dominazione globale americana, pur rivendicando il diritto degli Stati Uniti a proteggere aree considerate vitali per la propria sicurezza.

Questa impostazione emerge con particolare chiarezza nella centralità attribuita all’emisfero occidentale. La NSS rielabora la dottrina Monroe in chiave contemporanea, affermando che la preminenza statunitense nelle Americhe costituisce una condizione non negoziabile della sicurezza nazionale. Migrazione, criminalità transnazionale e presenza cinese vengono ricondotte a un’unica cornice securitaria, che giustifica pressioni economiche, condizionamenti politici e, potenzialmente, l’uso della forza militare. In questa visione, lo spazio di manovra dei Paesi latinoamericani appare fortemente ridotto, mentre viene sottovalutato il fatto che, per molti governi della regione, la competizione tra potenze esterne rappresenta ormai una risorsa negoziale più che una minaccia.

Nel teatro indo-pacifico, il linguaggio adottato è più prudente ma non meno ambizioso. Da un lato, la strategia rassicura Pechino sul rispetto della sovranità e sulla non interferenza negli affari interni; dall’altro, rafforza la deterrenza, il controllo tecnologico e il coordinamento con una vasta rete di alleati e partner. La contraddizione è evidente: Washington chiede ai Paesi della regione di esporsi maggiormente nel confronto con la Cina, pur riconoscendo implicitamente che le loro economie restano profondamente interconnesse a quella cinese. Il rischio è che un’eccessiva pressione americana alimenti strategie di non allineamento o neutralità, riducendo l’efficacia stessa del contenimento.

Il capitolo dedicato all’Europa è tra i più controversi. La richiesta di un maggiore burden-sharing in ambito NATO è coerente con il ridimensionamento dell’impegno statunitense, ma il tono adottato nei confronti degli alleati europei è marcatamente paternalistico. L’Europa viene descritta come un continente in declino demografico e culturale, paralizzato da istituzioni sovranazionali e da politiche migratorie giudicate destabilizzanti. Questa narrazione, oltre a entrare in tensione con il principio di non interferenza, rischia di alimentare ulteriori fratture all’interno del campo occidentale.

La guerra in Ucraina è affrontata principalmente come un problema di stabilità sistemica. L’obiettivo implicito della NSS sembra essere la conclusione del conflitto e il ripristino di un equilibrio strategico con la Russia che eviti una paralisi economica e politica dell’Europa. Ne emerge una visione strumentale dell’alleanza transatlantica: l’Europa è chiamata a rafforzarsi militarmente, ma senza sviluppare una reale autonomia strategica che possa tradursi in una divergenza di interessi.

In Medio Oriente e in Africa, la strategia conferma l’abbandono di qualsiasi ambizione trasformativa. Gli Stati Uniti dichiarano di voler trattare i partner “per ciò che sono”, accettando regimi autoritari in cambio di stabilità, accesso alle risorse e allineamento geopolitico. Più che un disimpegno, si profila una gestione selettiva del rischio, che riduce i costi nel breve periodo ma lascia irrisolte le cause strutturali dell’instabilità regionale.

Un elemento trasversale all’intero documento è l’idea dell’economia come strumento totale di potere. Reindustrializzazione, controllo delle filiere, sanzioni e dazi vengono integrati in una strategia di sicurezza complessiva. Se nel breve periodo questa impostazione può rafforzare la resilienza interna, nel medio-lungo termine rischia di accelerare la frammentazione dell’economia globale e di incentivare la creazione di circuiti alternativi al dollaro e alle istituzioni finanziarie occidentali, erodendo uno dei principali pilastri del potere statunitense.

Quali prospettive apre la NSS 2025?

Nel breve periodo, la strategia offre a Washington maggiore libertà d’azione e minori vincoli ideologici, consentendo una gestione più flessibile delle relazioni con alleati e avversari. Nel medio-lungo termine, tuttavia, il quadro che emerge è quello di un sistema internazionale più transazionale, meno prevedibile e più frammentato, in cui partner e alleati sono incentivati a cercare maggiore autonomia e diversificazione.

La NSS del 2025 appare dunque meno come una dottrina compiuta e più come una strategia di transizione. Essa fotografa un’America che riconosce la fine dell’illusione egemonica, ma non accetta ancora pienamente le implicazioni di un ordine multipolare. La questione centrale non è se gli Stati Uniti continueranno a essere una grande potenza – lo resteranno – ma se sapranno esercitare il proprio potere entro limiti più realistici e condivisi. Su questo punto, il documento lascia aperti più interrogativi che certezze.

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Federica Placidi

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