Lo scorso 11 agosto, una giovane madre groenlandese, Ivana Nikoline Brønlund, è stata sottoposta a un test di “competenza genitoriale", denominato forældrekompetenceundersøgelse (FKU), poco dopo la nascita della figlia. In seguito, la neonata è stata allontanata dalla madre. Questo test, ideato per valutare la capacità dei genitori di prendersi cura dei propri figli, sarebbe vietato alla popolazione Inuit da una legge la cui entrata in vigore era prevista per il 1° maggio 2025. La decisione è arrivata dopo la denuncia di donne groenlandesi e di organizzazioni per i diritti umani, che hanno segnalato il mancato riconoscimento, da parte dei danesi, delle diversità culturali, linguistiche e sociali del popolo Inuit.
A spiegare il funzionamento del test FKU è il sito boernetinget.dk, secondo cui i professionisti si servono di tre passaggi. In primo luogo, vengono organizzate conversazioni iniziali con i genitori, che hanno l’opportunità di esprimere il proprio punto di vista sulle preoccupazioni sollevate dai professionisti. Successivamente, gli operatori sociali osservano e analizzano l’ambiente domestico e le interazioni familiari, raccogliendo anche le opinioni degli insegnanti e del personale sanitario. In un’ultima istanza, viene redatta una relazione conclusiva con una serie di raccomandazioni, che possono includere misure di supporto alla genitorialità o, in caso di pericolo imminente per il minore, la valutazione di forme di assistenza alternative.
Secondo quanto dichiarato dallo psicologo clinico Isak C. Nellemann, che per anni ha eseguito il test e in seguito si è schierato dalla parte delle donne Inuit, il FKU risulta quasi impossibile da superare. Le domande rivolte ai genitori possono spaziare da nozioni scientifiche, come “Di cosa è fatto il vetro?”, a informazioni di cultura generale, come “Qual è il nome della scalinata a Roma?". I numeri confermano che il test ha un impatto sproporzionato sulle famiglie groenlandesi rispetto a quelle danesi. Secondo un rapporto del Centro danese per la ricerca sulle scienze sociali, pubblicato nel 2022, il 5,6% dei bambini groenlandesi nati in Danimarca è stato dato in affido, a fronte dell’1% dei bambini danesi. La stessa ricerca evidenzia come i legami tra le famiglie groenlandesi e gli assistenti sociali danesi siano progressivamente peggiorati a causa delle differenze culturali e linguistiche.
Casi simili accadono da anni in Danimarca. Nel novembre 2024, Keira Alexandra Kronvold, una giovane donna nata in un piccolo paese nell’ovest della Groenlandia, è stata dichiarata inadatta a crescere la propria figlia. Alla base della decisione c'erano le espressioni facciali della donna, che, a giudizio dei professionisti che avevano analizzato il caso, non la rendevano idonea a educare la bambina secondo i codici sociali danesi. In seguito alla nascita della figlia, alla donna furono concesse solo due ore con lei prima che venisse affidata a una nuova famiglia. Per lei, come per molte altre madri groenlandesi, il test non venne tradotto, rendendone impossibile la comprensione. Nel corso degli anni, la signora Kronvold ha perso tutti e tre i suoi figli e, per poterli rivedere, dovrà affrontare un percorso che comprende l’apprendimento della lingua danese e la capacità di esprimersi con espressioni facciali conformi agli standard richiesti.
I casi di discriminazione nei confronti delle donne Inuit affondano le radici nella Danimarca degli anni Sessanta e Settanta. In quel periodo, molte giovani Inuit subirono l’impianto di contraccettivi senza il loro consenso. Tra il 1966 e il 1970 furono impiantate oltre 4.500 spirali contraccettive, il che corrisponde al 35% delle donne Inuit in età fertile. Questi dispositivi, spesso inseriti a ragazze poco più che bambine, causarono gravi danni alla salute, come emorragie interne e infezioni addominali, che in alcuni casi portarono all’infertilità. Un’altra pratica comune a quel tempo fu quella di sottrarre i bambini alle loro famiglie in Groenlandia per farli crescere in contesti europei. Coloro che ebbero la fortuna di tornare nella propria terra natale furono però rinchiusi in orfanotrofi, costretti a crescere in solitudine e privi di autentiche radici culturali, mentre si cercava di preservare la lingua e le abitudini danesi.
Ciò che lega queste vicende sembra essere la persistenza di vecchie logiche di stampo coloniale, radicate nella concezione del popolo Inuit come incapace di prendersi cura di sé e dei propri figli. Il divieto del test FKU sul popolo Inuit segna una svolta significativa, ma non basta a sanare decenni di politiche discriminanti.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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