Groenlandia: Trump fa sul serio

L’interesse crescente della Casa Bianca per l’isola di proprietà danese incendia i rapporti con l’Europa e avvicina la NATO a un punto di non ritorno

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  Francesco Oppio
  25 gennaio 2026
  3 minuti, 52 secondi

Se nel 2019, durante il suo primo mandato presidenziale, le iniziali asserzioni di Donald Trump in merito all’ipotetica acquisizione del territorio groenlandese da parte degli Stati Uniti vennero accolte con una certa ilarità dalla comunità internazionale, oggi le parole del tycoon hanno assunto un peso specifico impossibile da ignorare.

Nel corso delle ultime settimane, infatti, non solo Trump, ma anche gran parte dell’amministrazione americana ha seminato numerosi indizi che rivelano quanto, oggi più che mai, l’immensa isola artica sia una priorità per il Paese. A partire dal consigliere per la sicurezza interna degli USA, Stephen Miller, che, poche ore dopo il successo dell’operazione Absolute Resolve in Venezuela con l’arresto dell’ormai ex Presidente Nicolás Maduro, ha dichiarato in un’intervista che la Groenlandia “dovrebbe far parte degli Stati Uniti”, senza specificare chiaramente se tale acquisizione possa avvenire anche per vie militari. Sul punto, il Presidente americano non ha lasciato spazio al dubbio: nella giornata del 10 gennaio ha precisato che l’isola verrà presa “con le buone o con le cattive”, perché le acque che la circondano pullulano di cacciatorpediniere e sottomarini russi e cinesi, e “non permetteremo che Mosca e Pechino siano nostri vicini di casa”.

Trump ne fa una questione di sicurezza nazionale, ma l’Europa non ci sta, in primis la Danimarca, del cui regno la Groenlandia fa parte come territorio autonomo sin dal 1953. Per gli osservatori del Vecchio continente, il crescente interesse di Washington per lo sconfinato deserto ghiacciato groenlandese, è dovuto a ciò che il ghiaccio nasconde: ingenti riserve di petrolio e gas naturale, nonché intonsi giacimenti di terre rare, ritenuti cruciali per lo sviluppo tecnologico ed energetico del prossimo futuro. Il sottosuolo dell’isola ospita ben 43 dei 50 metalli che il Dipartimento di Stato americano ha classificato come “materie prime critiche”, a partire da litio, cobalto e nichel, ma anche zinco, rame e grafite, fino ai meno comuni tungsteno, vanadio e titanio, essenziali nella formazione delle superleghe metalliche, molto utilizzate nei settori aeronautico e aerospaziale.

La premier danese Mette Frederiksen ha invitato gli USA a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale nazionale, precisando che un eventuale intervento nel Paese alleato significherebbe la “fine della NATO”. Una frase che è riecheggiata all’interno dello stesso Congresso americano, dove oltre ai Democratici che hanno bollato la faccenda come una “fantasia imperialista”, anche buona parte dei Repubblicani si è dimostrata ostile al tema, mantenendosi in linea con il pensiero del proprio elettorato. Secondo i sondaggi, infatti, oltre il 60% degli elettori di Trump è apertamente contrario a un intervento militare finalizzato alla conquista della Groenlandia, contro l’8% che invece lo sosterrebbe, mentre la parte restante non si esprime.

Il Primo ministro groenlandese Jens Frederik Nielsen, a margine del vertice di Copenaghen del 13 gennaio, ha dichiarato che l’isola “ha fatto la sua scelta e ha scelto l’Europa”, concludendo che “non sarà mai degli Stati Uniti”. Quelle parole hanno inasprito i toni nell’incontro presso lo Studio Ovale del giorno successivo, quando i rappresentanti degli esecutivi di Groenlandia, Danimarca e USA si sono riuniti per trovare un accordo, ma le posizioni si sono rivelate inconciliabili. Il ministro degli Esteri danese, Lars Rasmussen, ha descritto l’incontro come “franco”, sottolineando che la distanza che separa le parti interessate è ancora molto ampia e concludendo che una possibile occupazione statunitense del territorio autonomo rimane “totalmente inaccettabile”.

Nel frattempo, l’allarme lanciato dalla Casa Bianca per le carenze nelle difese militari della Groenlandia ha fatto scattare l’operazione Arctic Endurance, finalizzata a rafforzare la presenza della NATO nella regione artica. Le prime milizie europee hanno già raggiunto la capitale Nuuk, con piccoli contingenti inviati da Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia e dalla Penisola scandinava. Le truppe verranno presto rinforzate da nuovi arrivi e dall’approdo nelle aree strategiche di mezzi di supporto aereo, terrestre e marittimo, come evidenziato dal Presidente francese Emmanuel Macron. Intervistato dalla BBC, l’alto diplomatico francese Olivier Poivre d’Arvor ha precisato che questa mobilitazione invia un chiaro segnale politico a Washington: “la NATO è presente”.

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