Bahrain: molteplici arresti e condanne dall'inizio del conflitto

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  Anna Pasquetto
  31 marzo 2026
  5 minuti, 39 secondi

Ad un mese dall’inizio delle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran, la situazione sembra non risparmiare i vicini Paesi del Medio Oriente. La risposta iraniana non si è fatta attendere e le forze militari hanno inviato attacchi di droni e missili che hanno colpito anche Manama, capitale del Bahrain, talvolta prendendo di mira illegalmente i civili. I morti nel Paese del Golfo Persico, la cui popolazione è sciita ma da tempo sotto il potere della minoranza sunnita, sono stati due, mentre secondo la Bahrain News Agency, la fonte ufficiale di notizie, l'ammontare dei feriti è 46.

Human Rights Watch testimonia e denuncia che oltre agli attacchi, le autorità del Bahrain stanno usando la copertura della guerra per legittimare ulteriori violazioni dei diritti della popolazione, attuando una fortissima repressione del dissenso e arrestando circa una quarantina di persone la cui colpa era di aver condiviso sui social media immagini e video degli attacchi iraniani, di aver esercitato il loro diritto di partecipare a manifestazioni pacifiche che piangono l'uccisione dell’Ayatollah Khamenei, ex leader supremo dell’Iran, o ancora per aver protestato contro gli attacchi israelo-statunitensi.

La risposta del Consiglio per la Protezione Civile del Ministero degli Interni è stata rilasciata il 6 marzo, dichiarando che ogni azione intrapresa fosse volta a ‘’sostenere le responsabilità della sicurezza pubblica alla luce della palese aggressione iraniana contro il Regno del Bahrain" e vietando ogni forma di protesta, ufficialmente per ‘’la sicurezza della popolazione’’.

Il Ministero dell'Interno del Paese ha poi affermato di aver arrestato almeno 40 persone per motivi che vanno dall'"abuso dell'uso dei social media" all'’’espressione di simpatia per l'aggressione iraniana, che costituisce tradimento".

Un chiaro esempio sono Hussein Naji e Ali Mahdi, arrestati il 1° marzo mentre si dirigevano verso l’Ambasciata statunitense per protestare pacificamente contro l'aggressione all’Iran. I motivi dell’arresto sarebbero secondo le autorità: ‘’incitazione all’odio contro il governo", ‘’appoggiare uno stato ostile’’ e "provocare disordini durante la guerra’’.

Come loro, anche Muneer Mirza Ahmed Mushaima è stato arrestato a casa sua il 4 marzo in piena notte da una trentina di uomini che si sono qualificati come agenti della Forza per il mantenimento dell’ordine, alcuni anche in borghese. L’accusa rivoltagli è stata di ‘’gestire un account sui social media con contenuti illegali", ma il telefono usato come prova sembra non essere il suo.

In un altro caso, Youssef Ahmed ha dichiarato che alle 3:30 del mattino dell'8 marzo, alcuni uomini, apparentemente agenti di polizia, sono venuti a casa sua e hanno interrogato lui e suo figlio di 16 anni. "C'erano due auto non contrassegnate, senza insegne della polizia", ha detto. "Anche quando hanno chiesto il mio documento d'identità, ho chiesto loro chi fossero, e hanno detto che erano la polizia, ma non mi hanno dato alcun documento". Essi hanno controllato il telefono del figlio, se ne sono andati ma sono tornati ad arrestarlo nel pomeriggio successivo senza fornire spiegazioni circa il motivo dell'arresto, e soprattutto senza un mandato.

Le azioni delle autorità del Bahrain si avvicinano pericolosamente al crimine di scomparsa forzata quando ai detenuti non è concesso di fare telefonate alle famiglie o agli avvocati per diversi giorni, né tantomeno è rivelata ai cari del detenuto la posizione dello stesso.

Le sparizioni forzate, che consistono nella detenzione di una persona e il rifiuto di fornire informazioni circa la posizione o l’arresto, costituiscono un grave reato nel diritto internazionale. A vietarle sono sia il diritto umanitario internazionale che il diritto internazionale dei diritti umani.

Non è tutto: il 9 marzo la procura del Bahrein ha dichiarato pubblicamente di aver ‘’richiesto alla corte di emettere condanne a morte per alcuni degli imputati a causa del loro coinvolgimento nello spionaggio".

Lo stesso giorno, il Police Media Center del Ministero dell’Interno ha annunciato l’arresto di cinque lavoratori pakistani e uno del Bangladesh perché avrebbero “filmato, pubblicato e condiviso video relativi agli effetti della traditoria aggressione iraniana, esprimendo simpatia per essa ed esaltando questi atti ostili in modo tale da danneggiare la sicurezza e l’ordine pubblico”.

L’escalation del conflitto che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran riflette l’escalation che avviene all’interno del Bahrain stesso, le cui ultime azioni si aggiungono ad una lunga storia di repressione della libertà di parola e della detenzione arbitraria di leader politici e difensori dei diritti umani nel Paese, e ad una gran parte della popolazione è stata costantemente negata un'adeguata assistenza sanitaria nonostante le loro urgenti esigenze, spesso causate dalla tortura e dalla detenzione a lungo termine.

È necessario tenere a mente che il Bahrain è parte del Patto Internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che protegge il diritto e la libertà di espressione e di assemblea pacifica, oltre ad aver ratificato la Carta Araba sui diritti umani, la quale obbliga i Paesi che usano la pena di morte a limitarne l’applicazione solo a circostanze eccezionali e per i crimini considerati ‘’più gravi’’, definizione in cui non rientrano atti come la protesta pacifica o l'espressione online.

Nonostante ciò, il governo del Paese ha sempre dato voce a leggi più repressive, a partire dal codice penale, la legge antiterrorismo, la legge sulla stampa e la legislazione sulla criminalità informatica, volte tutte a limitare ulteriormente i diritti della popolazione nel loro spazio civico.

In virtù di ciò e degli ultimi avvenimenti, il Centro del Bahrain per i diritti umani (BCHR) ha lanciato l’allarme all’inizio del mese circa ulteriori preoccupazioni sulle detenzioni e sulla repressione della libertà di parola ed espressione. Secondo i documenti della BCHR, l’1 e il 2 marzo sarebbero state arrestate almeno 60 persone, tra cui minori, che protestavano contro le azioni militari in seguito ad attacchi coordinati israelo-statunitensi contro l’Iran. È proprio il coinvolgimento dei minori ad aggravare la vicenda: secondo la Convenzione sui diritti dell’infanzia, è del tutto vietata la detenzione arbitraria di minori per l’esercizio del loro diritto.

Durante la 61esima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHCR), diverse ONG hanno espresso preoccupazione e in relazione a ciò, il 12 marzo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione giuridicamente vincolante che ha condannato gli attacchi Iraniani ai Paesi del Golfo, chiedendo l’immediato cessate il fuoco. Tale risoluzione è stata sostenuta dal Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), di cui il Bahrain fa parte, insieme all'Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti, al Qatar, all'Oman e al Kuwait. La risoluzione ha determinato formalmente che l’esercito iraniano ha commesso una violazione del diritto internazionale.

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Diritti Umani

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