«Avevamo appena lasciato Bakhmut quando iniziò un terribile bombardamento della strada»: così racconta Halyna Nechvoloda a Brovary, città ucraina nell’oblast’ di Kiev, in un’intervista del 16 gennaio 2024 al “Museum of Civilian Voices”, in merito agli eventi della battaglia di Bakhmut, una delle più sanguinose del conflitto russo-ucraino. Halyna e suo marito rimasero a Bakhmut fino all’ottobre 2022, a quel tempo mancavano i beni essenziali e il rischio di restare vittime di un bombardamento era molto elevato, poiché l’artiglieria russa operava incessantemente, colpendo sia le difese ucraine sia aree residenziali, edifici e infrastrutture civili, causando la distruzione quasi totale della città.
Dentro l'inferno di Bakhmut
La battaglia di Bakhmut, durata dall’agosto 2022 al maggio 2023, si è svolta nella cittadina omonima e nei suoi dintorni, nell’oblast' orientale di Donetsk. È stata una delle battaglie più sanguinose e dure del conflitto russo-ucraino; ancora oggi è complicato quantificare con precisione le vittime civili e militari. Stime NATO affermano di circa 20-30.000 tra morti e feriti per la parte russa e circa 10.000 per la parte ucraina. Nella conquista russa di Bakhmut ruolo rilevante lo ebbe la PMC Wagner, compagnia militare privata guidata da Prigozhin, considerata un proxy del governo russo. Al suo interno operavano mercenari professionisti, ma non solo: a partire dal luglio 2022, la Wagner iniziò infatti a reclutare detenuti dalle carceri russe. Quest’ultimi però erano scarsamente addestrati ed equipaggiati e la maggior parte di loro venne utilizzata nella battaglia di Bakhmut come “carne da cannone” in continui assalti per sfondare le linee di difesa ucraine per poi consentire alle forze professionali russe di penetrare nel terreno. Il fronte di Bakhmut è stato descritto come un vero e proprio “tritacarne”, a indicare l’enorme costo umano di ogni singolo avanzamento.
Vivere sotto le bombe
È inevitabile che una battaglia di questo tipo comporti pesanti ripercussioni per gli abitanti della città, costretti a sopravvivere quotidianamente sotto i colpi dell’artiglieria russa e alle difficoltà di accesso ai beni di prima necessità. La città di Bakhmut prima della guerra contava 73.000 abitanti, a inizio marzo 2023 si contavano soltanto circa 6.000 persone rimanenti nonostante le offerte di evacuazione dal governo ucraino. Mancavano elettricità, acqua e gas. Un’abitante, Nina, racconta che nel suo quartiere vivevano circa cento persone e che i militari e i volontari ucraini avevano fornito loro dei generatori, che però potevano essere utilizzati solo a intermittenza, per ricaricare i telefoni o fare il bucato occasionalmente. Alcune persone erano costrette a raccogliere legna e a sopravvivere con il poco cibo disponibile anche per giorni. Ogni singolo edificio di Bakhmut porta i segni di mesi di combattimenti. Molte case non sono che cumuli di macerie; quelle ancora in piedi hanno finestre rotte, muri crivellati dalle schegge e tetti gravemente danneggiati.
Già nella primavera del 2022, quando il fronte si stava avvicinando alla città, gli abitanti di Bakhmut ripulirono a fondo le loro cantine e vi sistemarono dei mobili. Questi “rifugi” improvvisati non sono in realtà abbastanza forti per resistere ad un eventuale razzo ma quantomeno sono più sicuri rispetto a rimanere in superficie all’interno delle proprie abitazioni. La cantine non sono ventilate, quindi le persone salgono regolarmente fino alla porta d’ingresso per prendere un po’ d’aria fresca; per questo motivo cercano anche di usare meno candele durante la notte. Durante il giorno rimangono di più nei loro appartamenti, ma poiché i bombardamenti continuano tutta la notte, di solito scendono a dormire nei loro bunker. Nelle cantine ogni centimetro è prezioso: Olena, di sette anni, e i suoi genitori vivono da mesi nel seminterrato del loro condominio, condividendo lo spazio con i vicini. Nell’angolo riservato alla famiglia, Olena ha dipinto un vaso con tre fiori e sul soffitto ha disegnato tre mani, che simboleggiano lei, sua madre e suo padre.
I volontari ucraini li evacueranno in seguito in un luogo più sicuro, poiché la famiglia ha accettato di lasciare la città dopo che il fuoco dell’artiglieria aveva colpito il loro appartamento.
Difficoltà e anche rifiuto di evacuare la propria città
I civili rimasti a Bakhmut hanno dovuto adeguarsi al difficile contesto imposto dalla guerra e aiutarsi a vicenda per sopravvivere in una città ridotta a macerie. Molte persone non poterono evacuare, altre si rifiutarono.
Intere famiglie rimasero a Bakhmut, consapevoli dei rischi, a causa della presenza di persone malate o anziane che non volevano o non potevano essere evacuate. «Mia figlia è fuggita in Polonia. Ora vive lì. Io non posso» afferma Liudmyla che ha rifiutato le offerte dei volontari di evacuarla, insistendo sul fatto che doveva rimanere perché i familiari e vicini le avevano lasciato le chiavi dei loro appartamenti da custodire. Liudmyla prosegue dicendo: «All’inizio abbiamo lasciato la città e ci siamo trasferiti a Dnipro; l’affitto continuava ad aumentare. Per questo siamo tornati. Lavoravo in un reparto di elettronica, ho guadagnato i soldi per comprare questo appartamento. E ora dovrei andarmene e andare da qualche altra parte?».
Secondo le autorità ucraine, a fine marzo 2023 a Bakhmut erano rimasti circa 3.500 residenti; molti di loro si rifiutavano di evacuare la città, cercando anche di nascondersi dalla polizia e dai soccorritori incaricati di effettuare ispezioni negli appartamenti. Molte persone accettavano di evacuare solo dopo la morte di un familiare, in seguito a ferite riportate, oppure quando la loro casa veniva distrutta da un bombardamento. In questi casi risulta estremamente difficile convincerle a evacuare, poiché non vogliono in alcun modo lasciare le proprie abitazioni. Evacuare i civili richiede grande pazienza: «Questo nostro lavoro richiede molta pazienza, perché ci sono periodi in cui non si riesce a evacuare nessuno: le persone si rifiutano semplicemente di andarsene e si rischia la vita, come potrebbero dire alcuni, per niente», afferma Kuba Stasiak, giornalista e volontario polacco impegnato nelle operazioni di evacuazione dei civili a Bakhmut.
Il costo invisibile del fronte
Bakhmut non è soltanto il nome di una battaglia, ma è anche il simbolo del costo umano che la guerra ha rappresentato e continua a rappresentare, ancora oggi, con il conflitto in corso. Dietro ogni battaglia c’è la sofferenza dei civili, vi sono le implicazioni che essa comporta per chi non è combattente ma subisce comunque la natura distruttiva del conflitto: case svuotate, città ridotte a cumuli di macerie, famiglie disperse, separate o uccise, cantine trasformate in abitazioni e anziani che rifiutano di lasciare il luogo in cui sono nati e cresciuti. Forse sono proprio queste vite, che cercano disperatamente di aggrapparsi a una normalità che non esiste più, a rimanere in secondo piano rispetto alla dimensione militare della guerra e a essere le più difficili da raccontare.
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L'Autore
Gabriele Bellono
Autore per l'area tematica "Diritti Umani" di MI POST
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Bakhmut Guerra in Ucraina Donetsk emergenza umanitaria