“Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone
Riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione”
Così Francesco Guccini descrive luglio in Canzone dei dodici mesi, e di certo calzante suona l’appellativo leone per gli studenti che in Bangladesh da giorni protestano contro il governo di Sheikh Hasina, prima ministra al suo quinto mandato, che ha fatto largo uso dei poteri di emergenza per reprimere il dissenso: con una serie di ordinanze ha chiuso le scuole e le università (focolai delle proteste), ha imposto un coprifuoco, schierato l’esercito al fianco della polizia e imposto un blocco ai servizi internet e di telefonia mobile, per mettere in difficoltà l’organizzazione dei manifestanti.
Per fare chiarezza: il Bangladesh è dal 1972 una repubblica democratica, la sua forma di governo è parlamentare, il primo ministro è nominato, insieme agli altri componenti dell’esecutivo, dal Presidente della Repubblica e tutti sono responsabili di fronte al Parlamento. La Costituzione bengalese è rigida, garantisce nella parte 3° un complesso importante di libertà e diritti fondamentali della persona, per la cui violazione è predisposto un ricorso alla High Court Division, pur predisponendosi l’ammissibilità di deroghe ai diritti fondamentali nei casi di cui agli articoli 45, 47 e 141B della Costituzione: tra di essi, la proclamazione dello Stato di emergenza.
In queste settimane, la repressione pesante e violenta del dissenso - si parla di più di 2500 arresti e 174 morti - ha fatto seguito allo scoppio di proteste, in origine pacifiche, nate nelle università e dilagate poi al di fuori dei nuclei accademici, sfociando in avvenimenti come l’assalto al carcere di Narsingdi, che ha comportato la liberazione di oltre 850 detenuti e l’incendio della struttura.
Perché si protesta? Il casus belli è stata la reintroduzione del sistema di quote degli impieghi pubblici: questo era stato abolito nel 2018, ma reintrodotto qualche mese fa in seguito all’accoglimento delle richieste mosse dalle famiglie dei veterani della guerra di indipendenza dal Pakistan del 1971: il sistema inizialmente fissava per quote il 56% dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione, di cui il 30% riservato, appunto, ai parenti dei reduci. I giovani bengalesi si oppongono a questo tipo di distribuzione, che ritengono ingiusto e non meritocratico per più ragioni: innanzitutto, ogni anno sono 400 mila i neolaureati che concorrono agli impieghi pubblici, ma i posti disponibili sono soltanto 3 mila; in questo scenario, la distribuzione per quote assicura il posto ai componenti di famiglie che, secondo molti, sono tra i principali sostenitori della Lega Awami, il partito della prima ministra Sheikh Hasina, dunque sarebbe un sistema interessato.
Soffermiamoci sulla sua figura: la premier è la figlia di Sheikh Mujibur Rahman, leader fondatore del paese che guidò il movimento di indipendenza del Bangladesh dal Pakistan, per cui è conosciuto come il Padre della Nazione. Hasina fu eletta per la prima volta nel 1996, ha perso le seguenti elezioni ma è tornata poi al potere nel 2009: da allora non lo ha più lasciato, e a gennaio 2024 ha iniziato il suo quarto mandato consecutivo.
In questi anni il Paese ha visto triplicato il proprio reddito pro capite e, secondo una stima della Banca Mondiale, ha visto uscire dalla povertà più di 25 milioni di persone; molti sono stati i progetti infrastrutturali, e di conseguenza molti gli investimenti esteri attirati; il Bangladesh è diventato tra i più grandi paesi produttori di abbigliamento, secondo solo alla Cina.
La prima ministra si è sempre fatta promotrice di politiche a favore delle fasce più povere della popolazione e dei diritti delle donne, oltre ad essersi schierata contro le dittature militari e aver sempre difeso la democrazia; l’opinione delle opposizioni però, assieme a quelle di diverse organizzazioni internazionali, critica un progressivo cambio di rotta negli ultimi 15 anni del suo governo, nella direzione di una chiusura autoritaria e di minaccia alla democrazia stessa.
La sua leadership è la più lunga in assoluto nella storia del paese, ma le ultime due elezioni non sono libere dalle ombre della violenza e della repressione verso l’opposizione, rappresentata dal Bangladesh National Party (Bpn), a capo del quale si trova la rivale storica di Hasina, Khaleda Zia: quest’ultima si trova agli arresti domiciliari, il suo erede è in fuga da un mandato di cattura, moltissimi membri e sostenitori del Bpn si trovano in carcere; non solo, nei giorni precedenti le elezioni si sono registrati 18 casi di violenza politica.
Torniamo alla causa delle proteste: il sistema delle quote era stato sospeso nel 2018 per un ordine del governo, ma era ritornato in vigore dopo una dichiarazione di illegalità dell'ordine stesso da parte dell’Alta Corte: trattandosi di un ordinamento di common law, le sue decisioni sono vincolanti. L'esecuzione della sentenza è stata sospesa fino allo scorso 21 luglio, quando è intervenuta la Corte Suprema che ha deciso per la riduzione della quota destinata ai discendenti dei reduci al 5% dei posti negli impieghi pubblici.
La decisione tuttavia non ha portato alla fine delle proteste: queste settimane hanno visto il Governo di Sheikh Hasina reagire con estrema violenza, giunta al culmine in particolare quando in piazza è scesa anche la sezione universitaria del partito della premier, ma con l’obiettivo di schierarsi contro le persone in protesta. A questo punto le richieste dei manifestanti, che non sono più soltanto studenti, sono cambiate ed aumentate, e la critica si è allargata al governo in generale e alla sua gestione repressiva del dissenso: le proteste non si fermeranno, almeno fino a quando non sarà rilasciato chi è stato incarcerato in queste settimane e non si saranno dimessi i responsabili delle violenze.
L’esperto di politica Ali Riaz, benché creda che il governo possa resistere politicamente, non esclude che il perseverare delle proteste abbia il potenziale di provocarne la dimissione. La sopravvivenza stessa del governo di Sheikh Hasina è messa in discussione.
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