Molte sono le discussioni di stampo politico che scuotono l’opinione pubblica americana e concorrono ad allargare la distanza sempre più netta tra la fazione democratica e quella repubblicana. Tra queste, le discussioni sul diritto al free speech, assicurato dal primo emendamento della Costituzione americana, sono tornate nuovamente al centro dell’attenzione.
In particolare, la decisione di cancellare il Jimmy Kimmel Live!, il talk show di Jimmy Kimmel in onda dal 2003, ha scatenato reazioni contrastanti sulla tenuta del diritto di libera espressione nell’era del Presidente Trump.
La fine di Jimmy Kimmel Live!
Durante il suo talk show, Kimmel ha intrapreso un monologo sull’attuale situazione politica americana e sulla recente morte dell’attivista conservatore Charlie Kirk.
In primo luogo, Kimmel ha sostenuto che la destra statunitense sta cercando di approfittare dell’assassinio di Kirk per raggiungere scopi politici. Inoltre, ha preso in giro la reazione di Donald Trump ai microfoni di un giornalista che gli aveva chiesto come si sentiva dopo la tragedia, definendo la sua reazione come quella di “un bambino di quattro anni che piange per il pesce rosso.”
La reazione è stata immediata: il vertice della Federal Communications Commission, rappresentato dalla persona di Brendan Carr, ha minacciato cause legali e pesanti sanzioni contro l’emittente televisiva ABC e il suo proprietario, la Walt Disney Company, se non avessero preso la decisione di cancellare il talk show.
La Federal Communications Commission è l’agenzia indipendente del governo federale statunitense con il compito di regolare principalmente le comunicazioni radiofoniche e televisive, assicurandosi di tutelare i consumatori americani. Ed è proprio in questo contesto che Carr ha mosso le sue accuse alla ABC, definendo le parole di Kimmel come “ingannevoli” per il pubblico americano.
In risposta a queste minacce, la prima decisione è arrivata dal Nexstar Communications Group, proprietario di numerose emittenti locali dove vengono trasmessi i programmi di ABC e che ha deciso di non accettare più la trasmissione del talk show di Kimmel.
“Offensivo e insensibile, in un momento critico per la politica nazionale” le parole del presidente della divisione broadcasting di Nexstar, Andrew Alford, sul monologo di Kimmel. La decisione di Nexstar è poi stata seguita da ABC, che ha annunciato la cancellazione definitiva del programma.
Dal suolo britannico, il Presidente Trump ha gioito per la notizia, sostenendo che Kimmel sia stato licenziato perché è una “persona non talentuosa” e che il suo programma avesse pessimi ascolti. Ma parte dell’opinione pubblica e diversi colleghi di Kimmel hanno definito la vicenda l'ennesimo duro colpo al diritto di libertà di parola.
Trump e il diritto al free speech
La cancellazione del talk show di Kimmel non è che l’ultima delle diatribe scoppiate in relazione a quanto garantito dal primo emendamento della Costituzione statunitense. Basti pensare alla cancellazione del Late Show di Stephen Colbert o alle cause legali contro il Wall Street Journal e il New York Times, tuttora pendenti.
Colbert, erede del celebre David Letterman che ha condotto uno dei talk show più famosi al mondo fino al 2015, questo luglio ha annunciato la chiusura del programma per il 2026, dopo innumerevoli pressioni governative dovute principalmente alla satira che il conduttore indirizzava a Trump.
Sempre a luglio, Trump ha mosso un’azione legale da 10 miliardi di dollari contro Rupert Murdoch e il suo Wall Street Journal dopo la pubblicazione di un biglietto di auguri “osceno” che Trump avrebbe inviato a Jeffrey Epstein. Nonostante Trump sostenga si tratti di un falso e abbia deciso di citare in giudizio il giornale per diffamazione, i portavoce della testata giornalistica assicurano “piena fiducia nel rigore e nella precisione” dei suoi report e un’incrollabile determinazione nel difenderli di fronte a qualsivoglia causa legale.
La questione dei cosiddetti “Epstein files”, parte integrante della battaglia intrapresa da Trump contro i media, pare aver superato l’Oceano Atlantico ed essere atterrata col Presidente sul suolo britannico. Infatti, tra le proteste che si sono scatenate nelle strade inglesi per la visita, sono state proiettate sul castello di Windsor immagini di Trump in compagnia di Epstein, oltre che immagini del biglietto di auguri pubblicato dal Wall Street Journal.
È invece più recente la notizia che Trump citerà in giudizio il New York Times per 15 miliardi di dollari per calunnia e diffamazione: “questo avrà fine ORA!” le parole del Presidente sul suo social Truth, facendo riferimento al trattamento di sfavore che sente di ricevere dal giornale.
Gli screzi tra Donald Trump e il Times hanno però radici passate, fin da quando il candidato repubblicano lo aveva definito “il portavoce del Partito Democratico della sinistra radicale”, dopo che aveva appoggiato la candidatura di Kamala Harris per le presidenziali del 2024. Anche in questo caso, però, un portavoce del giornale ha definito la denuncia un “tentativo di soffocare e scoraggiare” il giornalismo libero e indipendente e ha assicurato che il Times non si farà intimorire.
Resta dunque da vedere che conclusione troveranno i guai legali per le due principali testate giornalistiche newyorkesi e come ne uscirà il diritto di free speech, uno dei diritti più cari all'opinione pubblica statunitense e colonna portante della società democratica moderna.
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L'Autore
Lorenzo Graziani
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Stati Uniti d'America Trump Jimmy Kimmel ABC talk show free speech New York Times Wall Street Journal