Droni in cielo e fosse comuni nel suolo; nel 2025 è così che si presenta il Sudan, logorato da una guerra che ha causato migliaia di morti, sfollati, e una delle crisi umanitarie più urgenti nello scenario internazionale attuale. Nel teatro sudanese, dove si scontrano principalmente l’esercito regolare e le milizie delle Rapid Support Forces (RSF), sono comparsi dei protagonisti che sembrano centrare ben poco nel conflitto: ragazzi colombiani, alcuni appena maggiorenni, reclutati con false promesse di lavoro e inviati a combattere nel conflitto in Sudan al fianco delle Rapid Support Forces (RSF), la milizia paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti.
La loro storia, raccontata da The Telegraph e confermata da altre inchieste internazionali come Al Jazeera, AP News e Africa News, porta alla luce un meccanismo di reclutamento che parte dalla Colombia, passa attraverso gli Emirati Arabi Uniti e termina nelle zone di guerra del Sudan. Ma anche, la loro storia, fa sorgere interrogativi sul mercato globale dei mercenari, sulle forme contemporanee di sfruttamento e ancora una volta sul rispetto del diritto internazionale umanitario.
La guerra in Sudan: un teatro fragile e complesso
La guerra in Sudan è iniziata nell’aprile del 2023, dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir, rovesciato da un’ondata di proteste popolari. Per gestire la delicata transizione democratica fu istituito un Consiglio Sovrano, composto da militari e civili, con l’obiettivo di condurre il paese verso un governo eletto. Tuttavia, le tensioni tra l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF), controllate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti — erede diretto delle milizie Janjaweed responsabili del genocidio in Darfur — finirono per far crollare la tregua.
Entrambi i generali si dichiaravano a favore della transizione, ma nella pratica si contendevano il controllo dell’apparato militare, delle risorse economiche e del potere politico. Quando nel 2023 si discusse di integrare le forze di Hemedti nell’esercito regolare, l’equilibrio si ruppe definitivamente e il paese precipitò in una nuova guerra civile.
Da allora, il paese vive una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Le stime parlano di oltre 190.000 morti e 10 milioni di sfollati interni, con intere regioni inaccessibili agli aiuti umanitari. Vari think tank ed attori internazionali parlano di “catastrofe silenziosa”.
Il conflitto non è solo sudanese, interessi regionali e globali operano nella regione: Egitto ed Arabia Saudita da una parte, Emirati Arabi e Russia dall’altra. Le due parti continuano a esercitare la propria influenza armando o finanziando le parti in conflitto, trasformando questa guerra in una guerra per procura con uomini e mezzi che arrivano da lontano. È in questo contesto che si inserisce la presenza dei mercenari colombiani.
Dalle promesse di lavoro ai campi di battaglia
Dall’altro lato dell’Atlantico, gli annunci di lavoro tramite cui i colombiani venivano reclutati parlavano di contratti di sicurezza negli Emirati Arabi Uniti: guardie per impianti petroliferi, centri commerciali o complessi residenziali. Le condizioni economiche proposte, con stipendi alti, vitto e alloggio, spingevano molti ad accettare. Secondo alcune testimonianze, molti dei colombiani coinvolti erano ex militari o poliziotti provenienti da Cali, Medellín e Barranquilla in cerca di occupazione. In Colombia il congedo dalle forze armate spesso coincide con la disoccupazione, e le offerte provenienti da agenzie di sicurezza private straniere possono apparire come un’occasione legittima di guadagno.
Secondo le ricostruzioni, una volta arrivati a Dubai, i loro passaporti venivano ritirati e i contratti modificati. Invece di essere assegnati a incarichi civili, venivano imbarcati su aerei diretti verso Nyala, nel Darfur o in altre zone di conflitto sudanesi, dove ad attenderli c’erano comandanti delle RSF con fucili ed uniformi, ed inviati direttamente al fronte. Alcuni erano poco più che ragazzi. Le testimonianze di acluni colombiani reclutati raccontano di aver perso compagni sotto i bombardamenti; altri di essere stati minacciati di morte se avessero tentato la fuga.
Una rete di reclutamento transnazionale
Le autorità sudanesi hanno accusato ufficialmente gli Emirati Arabi Uniti di aver finanziato e organizzato il trasferimento dei mercenari colombiani a sostegno delle RSF. Abu Dhabi ha negato ogni coinvolgimento, parlando di “accuse infondate”, ma il sospetto è alimentato da precedenti simili.
Già durante la guerra in Yemen, società di sicurezza legate agli Emirati avevano impiegato centinaia di ex militari latinoamericani per operazioni di combattimento o di protezione di strutture interne. Utilizzare personale straniero permetteva di affidarsi a soldati esperti, ma meno costosi e più “sostituibili” rispetto ai contractor occidentali.
In Sudan, tuttavia, la situazione è diversa. Molti dei colombiani coinvolti non avrebbero firmato un consenso informato, né ricevuto un addestramento specifico o un contratto conforme al diritto internazionale. Le loro condizioni si avvicinano a quelle del lavoro forzato o del mercenariato coatto, pratiche vietate dalle Convenzioni di Ginevra e dalla Convenzione Internazionale contro il reclutamento, l’uso, il finanziamento e l’addestramento di mercenari del 1989.
Oltre alla partecipazione diretta ai combattimenti, alcune fonti sudanesi e internazionali hanno denunciato anche l’impiego dei mercenari colombiani nell’addestramento di minori reclutati dalle RSF. Un’inchiesta pubblicata sul portale Sudan Events ha diffuso immagini che mostrerebbero ragazzini in abiti militari che impugnano fucili d’assalto sotto la supervisione di istruttori stranieri, identificati come latinoamericani. Un ex mercenario, riuscito a fuggire dopo mesi di combattimento, ha raccontato: «Li facevano correre e sparare come adulti. Dicevano che erano “volontari”, ma si vedeva che erano solo bambini. Non dormivo la notte dopo averli visti».
Le RSF sono da tempo accusate dall’ONU e da diverse ONG di utilizzare bambini soldato, ma se venisse confermato il coinvolgimento di stranieri nel loro addestramento, si tratterebbe di complicità internazionale nella violazione dei diritti dei minori. La Convenzione ONU sui diritti del fanciullo e lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale considerano il reclutamento di minori di 15 anni un crimine di guerra. Al momento, però, la verifica indipendente di queste accuse rimane complessa: l’accesso ai territori controllati dalle RSF è estremamente limitato e la disinformazione è diffusa.
Gli Emirati Arabi, che in Sudan mantengono rapporti economici e militari di lunga data, negano di aver ordinato o finanziato il reclutamento, ma non hanno fornito spiegazioni su come centinaia di uomini armati abbiano potuto partire dal loro territorio verso una zona di guerra.
La Colombia, dal canto suo, non ha avviato finora alcuna indagine ufficiale. Alcuni parlamentari hanno chiesto chiarimenti al governo, ma le autorità si sono limitate a dichiarare che si tratta di “iniziative individuali” e non di operazioni autorizzate dallo Stato.
Di fatto, i cittadini colombiani coinvolti in Sudan restano senza protezione diplomatica, esposti ai rischi del conflitto e alla possibilità di essere accusati di mercenariato, un reato punibile dal diritto internazionale.
La protezione dei diritti umani
Le maggiori organizzazioni per i diritti umani chiedono un’indagine internazionale indipendente sotto l’egida dell’ONU sul ruolo dei mercenari in Sudan e sul possibile coinvolgimento di compagnie private con sede negli Emirati. Tra le misure richieste: il tracciamento dei flussi di reclutamento, il monitoraggio delle compagnie di sicurezza coinvolte, il sostegno al rimpatrio dei cittadini colombiani e la protezione dei minori reclutati.
Un’indagine di questo tipo potrebbe costituire un precedente importante per il controllo delle attività di mercenariato e per la tutela dei diritti umani nelle guerre contemporanee, sempre più caratterizzate da attori non statali e forme ibride di violenza.
La questione, da un lato mostra come la precarietà economica e la mancanza di opportunità possano trasformarsi in strumenti di sfruttamento transnazionale, dove individui vulnerabili vengono manipolati e impiegati in conflitti lontani. Dall’altro, mette in luce l’incapacità della comunità internazionale di regolamentare in modo efficace le attività delle compagnie militari private e dei network di sicurezza che operano oltre i confini legali.
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L'Autore
Veronica Grazzi
Veronica Grazzi è originaria di un piccolo paese vicino a Trento, Trentino Alto-Adige ed è nata il 10 dicembre 1999.
Si è laureata in scienze internazionali e diplomatiche all’università di Bologna, ed è durante questo periodo che si è appassionata al mondo della scrittura grazie ad un tirocinio presso la testata giornalistica Il Post di Milano. Si è poi iscritta ad una Laurea Magistrale in inglese in Studi Europei ed Internazionali presso la scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento.
Grazie al Progetto Erasmus+ ha vissuto sei mesi in Estonia, dove ha focalizzato i suoi studi sulla relazione tra diritti umani e tecnologia. Si è poi spostata in Ungheria per svolgere un tirocinio presso l’ambasciata d’Italia a Budapest nell’ambito del bando MAECI-CRUI, dove si è appassionata ulteriormente alla politica europea ed alle politiche di confine.
Veronica si trova ora a Vienna, dove sta svolgendo un tirocinio presso l’Agenzia specializzata ONU per lo Sviluppo Industriale Sostenibile. È in questo contesto che ha sviluppato il suo interesse per l’area di aiuti umanitari e diritti umani, prendendo poi parte a varie opportunità di formazione nell’ambito.
In Mondo Internazionale Post, Veronica è un'Autrice per l’area tematica di Diritti Umani.
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