Come ha fatto la Cina a proteggersi dagli effetti energetici della guerra in Iran

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  Leonardo Di Girolamo
  14 agosto 2026
  4 minuti, 53 secondi

Se avessimo dato un’occhiata al mix energetico della Repubblica Popolare Cinese nel 2025, la situazione sarebbe stata tanto interessante quanto paradossale: un paese che brucia più carbone della somma di tutti gli altri paesi del mondo assieme, ma che allo stesso tempo stava emergendo come una delle potenze energetiche più resilienti. Come spesso accade quando si parla di Cina, quella resilienza non era casuale, ma il frutto di un piano strutturato intorno a quattro principi fondamentali: controllo pressoché totale sulla raffinazione di minerali critici come gallio, grafite e litio; investimenti senza pari in energie rinnovabili; una rete energetica all'avanguardia ad “altissima tensione” in grado di trasferire energia dall'ovest meno popolato verso la costa orientale industrializzata; e il carbone stesso, mantenuto come risorsa strategica fondamentale secondo il dettame del Presidente Xi Jinping “prima costruire, poi distruggere” (先立后破, xian li hou po). L’aspetto della vulnerabilità non era meno evidente: circa tre quarti del petrolio greggio cinese erano d’importazione, e la maggior parte attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre la domanda non mostrava segni di stabilizzazione. L’intero sistema rappresentava quasi ironicamente una dualità yin-yang: la forza bruta e l’affidabilità del carbone bilanciate contro la fragilità delle ambizioni verdi, ciascun elemento in grado di limitare e al contempo potenziare l’altro.

Quel framework si è ora trovato ad affrontare il test pratico più duro da quando la “sicurezza energetica” è entrata nel lessico politico della Cina negli anni ’90.

All’inizio di agosto, a più di cinque mesi dall’inizio della guerra in Iran, lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso al normale traffico commerciale, con transiti che rappresentano una frazione minima delle traversate giornaliere registrate prima del conflitto. Per uno snodo strategico che normalmente gestisce un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio, l’interruzione si attesta tra i più gravi shock energetici degli ultimi decenni.

Per la Cina, l’esposizione appariva severa sulla carta. Il Paese era sia il maggior importatore mondiale di greggio sia il principale cliente dell’Iran, con il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane dirette proprio verso Pechino, spesso attraverso canali alternativi volti a eludere le sanzioni. La guerra e la successiva ondata di sanzioni statunitensi, che hanno colpito oltre quaranta navi, società di navigazione e almeno una raffineria cinese, hanno prosciugato il rapporto sino-iraniano. Il commercio bilaterale è crollato ad una frazione del suo valore precedente nel giro di poche settimane, e le esportazioni cinesi verso l’Iran sono scese di circa il 90% solo nel primo trimestre del 2026. La Repubblica Popolare Cinese ha risposto con il confronto, cercando ingiunzioni legali per proteggere le raffinerie cinesi dalle sanzioni degli USA.

Eppure, l’ampio sistema energetico cinese ha assorbito lo shock meglio di quanto prevedesse la maggior parte degli analisti, e molto meglio rispetto a gran parte dei paesi vicini. Ad oggi, è possibile individuare quattro fattori principali dietro a questa mitigazione: consistenti scorte di greggio e di prodotti raffinati, un’estesa capacità di trasformazione petrolchimica, un’inflazione interna comparativamente bassa e, soprattutto, la costante elettrificazione dei trasporti e dell’industria, che ha impedito alla domanda di petrolio di seguire la crescita del PIL con la linearità del passato. Difatti, si stima che le importazioni cinesi di greggio siano diminuite di circa la metà dall'inizio della guerra, ed è probabilmente questo il motivo cardine per cui ad oggi i prezzi globali del petrolio si sono mantenuti ben al di sotto dei 200 dollari al barile che gli analisti temevano. Pechino ha rinunciato alla corsa al petrolio perduto per via della crisi, mantenendo in gran parte una strategia volta a ridurre gli acquisti durante i picchi di prezzo per poi comprare sui ribassi non appena le quotazioni si stabilizzavano, attingendo ad una riserva strategica stimata tra i due e i tre mesi di copertura. I volumi iraniani perduti sono stati sostituiti da maggiori flussi dalla Russiadall'Arabia Saudita e dall'Iraq, con prezzi maggiori rispetto a quelli a cui erano abituate le raffinerie cinesi.

Il ruolo della Russia come fornitore di riserva è dunque cresciuto, ma i funzionari cinesi appaiono cauti nell'impegnarsi eccessivamente: in particolare, la visita del Presidente Putin a Pechino durante la crisi non ha portato ad alcun annuncio sul gasdotto Power of Siberia 2, da tempo in discussione. Questo silenzio è stato interpretato come il segnale che la Cina preferisca ridurre del tutto la dipendenza dalle importazioni piuttosto che limitarsi a delocalizzarla. Non si tratta di una novità affrettata e nata dalle necessità del conflitto, ma di una strategia decennale volta a rendere il Dragone sempre più indipendente e meno sensibile alle crisi esterne ai propri confini.

Ciò che la guerra ha confermato è di certo la bontà della direzione che Pechino aveva già intrapreso. Il nuovo 15° Piano Quinquennale 2026-2030, presentato poche settimane prima dell’inizio del conflitto, ha adottato formalmente l’obiettivo di costruire una “potenza energetica” (能源强国, neng yuan qiang guo). Sebbene possa apparire come un semplice sinonimo, si tratta di un deliberato avanzamento rispetto alla precedente ambizione di essere semplicemente una “grande nazione energetica” (能源大国, neng yuan da guo). Il piano ha rivisto al rialzo l’obiettivo per le rinnovabili al 2030 a 3.500 GW di capacità installata, più del doppio rispetto al target di 1.200 GW che la Cina aveva già raggiunto con sei anni di anticipo, ammorbidendo al contempo il linguaggio sul carbone verso la “promozione del picco” nei consumi anziché impegnarsi in un calo netto. Il carbone, insomma, non viene abbandonato come strumento di copertura; viene mantenuto esattamente dove la logica originaria del “prima costruire, poi distruggere” lo aveva collocato.

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