Come Trump vuole sacrificare l’Ucraina per competere con la Cina

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  Leonardo Di Girolamo
  06 marzo 2025
  5 minuti, 29 secondi

Nonostante le dure parole di Donald Trump nei confronti della Russia durante la propria campagna elettorale, minacciando Vladimir Putin con nuove sanzioni in caso non si fosse raggiunto un accordo “entro 24 ore” dal proprio insediamento, il comportamento della sua amministrazione nelle ultime settimane suggerisce un drastico cambio di rotta. Il 12 febbraio, il nuovo Segretario della Difesa americano Pete Hegseth ha dichiarato che il ritorno dell’Ucraina ai confini pre-2014 è “un obiettivo irrealistico” che “prolungherebbe solamente la guerra causando maggiori sofferenze”. La successiva telefonata durata 90 minuti fra il Presidente Trump e Putin ha ulteriormente allarmato l’Ucraina e gli alleati europei, preoccupati da quest’apertura unilaterale alle negoziazioni con la Russia.

A Fox News, Donald Trump dichiarerà nei giorni successivi che “Loro [l’Ucraina] potrebbero raggiungere un accordo. Potrebbero non raggiungere un accordo. Potrebbero diventare russi un giorno, o potrebbero non diventare russi un giorno. Ma rivoglio questi soldi indietro”. Questo atteggiamento aggressivo nei confronti di un Paese alleato – almeno finora – è stato successivamente messo nero su bianco grazie al Telegraph, che ha pubblicato la bozza datata 7 febbraio 2025 di un accordo secondo il quale gli Stati Uniti otterrebbero un controllo quasi totale sulle materie prime e le risorse naturali ucraine – fra cui le famose e oramai essenziali terre rare – in cambio del supporto americano passato – e forse futuro. Le cifre in questione sono assolutamente fuori scala per quanto riguarda un Paese che, bisogna sottolinearlo, non è l'aggressore in questo conflitto. Nello stesso articolo del Telegraph, Ambrose Evans-Pritchard sottolinea come la percentuale del PIL ucraino su cui l’amministrazione Trump vorrebbe mettere le mani sarebbe maggiore delle riparazioni che furono imposte alla Germania con il Trattato di Versailles.

In diverse occasioni, Donald Trump ha commentato le proprie abilità di abile negoziatore. Nella sua autobiografia “Trump: L’arte di fare affari”, pubblicata nel 1987, scriveva: “Il mio stile di negoziazione è semplice e diretto […] Miro molto in alto, e poi continuo semplicemente a spingere e spingere e spingere per ottenere ciò che voglio”. Una tecnica applicabile al mondo del business, ma non nelle relazioni internazionali. Se un partner commerciale infastidito può semplicemente lasciar perdere, l’Ucraina è di fatto costretta ad accettare le imposizioni americane – e così sembrava aver fatto lo scorso 26 febbraio.

Nonostante l’accordo sia stato modificato prima della firma del Presidente ucraino Zelensky, prevista per venerdì 28 febbraio, la conferenza stampa nello Studio Ovale è stata tutto fuorché un successo – né per l’immagine degli Stati Uniti, né per lo status di “abile negoziatore” che Trump si era attribuito. Un evento che solitamente rappresenta una formalità si è trasformato in un grottesco spettacolo ricondiviso non solo dalla stampa internazionale, ma anche e soprattutto da canali social che raramente trattano temi politici. Donald Trump, spalleggiato dal Vicepresidente J.D. Vance, ha attaccato duramente il Presidente ucraino, lanciando un segnale chiaro agli alleati: degli Stati Uniti non ci si può più fidare. Non sorprende che Ursula von der Leyen abbia già annunciato un piano da 800 miliardi di euro per riarmare l’Europa.

D’altro canto, se l’accordo fosse stato effettivamente firmato, gli esperti avevano già segnalato come gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto il vantaggio economico atteso. Le ragioni sono molteplici: le stime sul valore dei depositi minerali ucraini potrebbero non essere affidabili perché risalenti a studi sovietici condotti fra gli anni ’60 e gli anni ’80; i costi e i tempi di estrazione sono significativamente alti; queste “terre rare” non sono poi così “rare” come si pensa – a dar loro questo aggettivo è in realtà l’assenza diffusa del know-how necessario per lavorarle.

Diversi commentatori politici e giornali specializzati stanno analizzando questo nuovo modus operandi degli Stati Uniti, cercando spiegazioni che vanno dalla volontà di tornare a politiche di isolazionismo alla mera incapacità diplomatica. Queste due analisi in particolare sono in realtà poco lungimiranti. Innanzitutto, il modo in cui gli Stati Uniti sembrano voler far valere le proprie richieste richiama un comportamento molto più egemonico che isolazionista. Inoltre, seppur Donald Trump abbia dimostrato scarse capacità diplomatiche, alle sue spalle c’è pur sempre uno staff preparato. D’altro canto, una chiave di lettura poco richiamata dalla stampa internazionale riguarda la Cina, in particolare il proprio vantaggio economico in materia di terre rare e le relazioni fra Pechino e Mosca.

La Repubblica Popolare Cinese gioca un ruolo fondamentale nel mercato globale delle terre rare, contribuendo alla produzione mondiale per circa il 70% e dominandone anche i settori della raffinazione e lavorazione, potendo vantare proprio il know-how che gli Stati Uniti non possiedono. In risposta alle politiche americane volte a impedire l’accesso nel mercato dei microprocessori a Pechino, il governo cinese ha imposto controlli stringenti all’export delle tecnologie di estrazione delle terre rare verso una serie di Paesi, fra cui proprio gli Stati Uniti, che ad oggi sono gravemente dipendenti dall’import di terre rare cinesi. L’approccio di Trump alla Groenlandia e all'Ucraina è facilmente spiegabile proprio dalla necessità di divenire indipendenti su questo fronte.

Storicamente, le relazioni fra Russia e Cina sono sempre state complesse. Feng Yujun, professore e ricercatore di primo piano nel campo degli studi russi presso l’Università di Pechino, ricorda come la Russia abbia rappresentato un pericolo maggiore per la Cina proprio nei periodi di maggior vicinanza diplomatica e politica. Secondo lui, il governo cinese dovrebbe essere cauto di fronte a un riavvicinamento tra Washington e Mosca. Il professore dell’Università di Denver Sisheng Zhao conferma le preoccupazioni di Feng, sottolineando come ciò potrebbe compromettere la strategia del “Fronte Unito Anti-Egemonico”, aumentando le paure del governo cinese di ritrovarsi isolato nella propria rivalità geopolitica con gli Stati Uniti. E forse è proprio questo a cui l’amministrazione Trump sta puntando.

In seguito al caos che ha avuto luogo nello Studio Ovale, Trump ha annunciato la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina, che quindi appare non più come un attore da sostenere per supportare i valori fondamentali dell’Occidente, ma solamente come uno strumento economico e diplomatico da sacrificare per riassestare l’impegno americano verso l’unico avversario che preoccupa Washington: la Cina. La stessa Cina che adesso avrà vita facile nei rapporti con quei Paesi la cui sicurezza dipende dagli Stati Uniti, che ora appaiono tutto fuorché affidabili.

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