COP30 nel cuore dell’Amazzonia: le voci del Sud globale chiedono giustizia climatica

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  Adele Mutti
  10 dicembre 2025
  5 minuti, 48 secondi

Quando, il 10 novembre 2025, a Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, ha preso il via la UNFCCC COP30, si respirava un’aria diversa. È la prima volta che una conferenza sul clima si tiene “nel cuore della foresta”, scelta simbolica ma anche strategica: un invito a mettere al centro discussioni su deforestazione, foreste tropicali, biodiversità, così come mitigazione e adattamento.

Le aspettative erano alte, soprattutto da parte dei paesi definiti “Sud globale”, Africa, America Latina, Asia, che da decenni pagano, con minor contributo alle emissioni globali, un prezzo spesso sproporzionato per la crisi climatica. Alla COP30, queste nazioni hanno cercato di farsi sentire forte e chiaro: con strategie concrete e una richiesta implicita e urgente di giustizia climatica.

Africa: adattamento, sopravvivenza e una richiesta di responsabilità globale

Per molti paesi africani, la questione principale non è solo quanta CO₂ produrre o tagliare, ma come sopravvivere a un clima che sta già cambiando. Siccità ricorrenti, ondate di calore, inondazioni, agricoltura sempre più fragile, infrastrutture vulnerabili: per milioni di persone il cambiamento climatico è realtà quotidiana.

Per questo motivo, all’inizio della COP30 il gruppo africano di negoziatori, riunito sotto l’egida dell'African Group of Negotiators on Climate Change, ha messo l’adattamento come priorità assoluta.

Nei fatti, l’esito di Belém ha visto alcuni piccoli ma significativi risultati per l’Africa. È stato approvato che i fondi per l’adattamento climatico vengano triplicati entro il 2035. Inoltre, per la prima volta un pacchetto negoziale di COP include un insieme di indicatori volontari per misurare il progresso verso il Global Goal on Adaptation (GGA): questi indicatori coprono temi critici come acqua, cibo, salute, ecosistemi, infrastrutture, mezzi di sussistenza, finanza, tecnologia, capacità di adattamento.

Ciononostante, molte incognite restano. I fondi promessi, benché più generosi, sono rimandati al 2035: per un continente dove gli effetti del clima si avvertono già, la tempistica risulta lenta. E gli indicatori concordati sono volontari, cioè non vincolanti: questo significa che molto dipenderà da come ogni singolo paese riuscirà a tradurli in azioni concrete, e dal fatto che riceva davvero risorse, tecnologie e supporto adeguato.

Per l’Africa dunque, COP30 è un passo importante, ma la sopravvivenza di intere comunità dipende da quanto le promesse verranno mantenute. Molti governi africani lo hanno ribadito chiaramente: l’adattamento non è un compito da “paesi poveri”, ma una responsabilità globale. Anche per questo chiedono che i paesi più ricchi, quelli che storicamente hanno inquinato di più, contribuiscano con risorse, tecnologia, trasferimento di know‑how, e non mettano l’onere solo sulle spalle di chi è già fragilissimo.

America Latina e Asia: foreste, biodiversità, decarbonizzazione e il richiamo alla giustizia climatica

Ospitare la COP nell’Amazzonia brasiliana non è stato un fatto neutro: per molti paesi dell’America Latina, e anche altre nazioni tropicali in Asia, la foresta non è solo “carbon sink”, ma linfa vitale per popolazioni, biodiversità e cultura. Per questo, durante la conferenza sono state lanciate alcune iniziative ambiziose: fra tutte, la nascita del Tropical Forest Forever Facility (TFFF), un meccanismo di finanziamento guidato dal Brasile per sostenere i paesi con foreste tropicali, a patto che le preservino. Al suo lancio, il fondo ha raccolto circa 6,6 miliardi di dollari, diventando uno degli strumenti finanziari più grandi mai dedicati alla protezione delle foreste.

Questo fondo rappresenta non solo un aiuto economico, ma anche un riconoscimento internazionale dell’importanza delle foreste tropicali, un bene comune globale, e della necessità che i paesi che le ospitano vengano sostenuti nel proteggerle.

Parallelamente, molti paesi latinoamericani e asiatici, insieme ad altre nazioni vulnerabili, hanno chiesto una transizione energetica reale: non basta puntare sulle energie rinnovabili, servono un impegno concreto per l’abbandono dei combustibili fossili e una roadmap che renda credibile quel cambiamento. Più di ottanta paesi, Italia, altri paesi europei ma anche America Latina, Asia e Africa, hanno espresso il loro sostegno a un piano globale per il phase‑out dei fossili.

Al centro di questa richiesta c’è l’idea di giustizia climatica: per molti, non basta ridurre le emissioni, serve che chi ha inquinato maggiormente negli ultimi decenni assuma la responsabilità storica, finanziaria e tecnologica della transizione. 

In questo senso, la COP30 ha rappresentato un’occasione per dare voce a richieste che spesso restano ai margini: protezione degli ecosistemi, rispetto per la biodiversità, decarbonizzazione, energia pulita, eque politiche di transizione.

Quando si tirano le somme, COP30 lascia un bilancio misto. Da un lato, i progressi non sono irrilevanti. L’accordo noto come Global Mutirão è stato approvato all’unanimità: al suo interno, tra le decisioni chiave, quella di triplicare i fondi per l’adattamento ai paesi in via di sviluppo entro il 2035. Inoltre, con il TFFF e altri meccanismi, si apre una strada concreta per sostenere la protezione delle foreste tropicali, offrendo una compensazione economica a chi evita la deforestazione.

C’è anche la nascita di nuovi strumenti multilaterali che possono aiutare nell’attuazione delle promesse: tra questi, il programma “Global Implementation Accelerator” e la “Belém Mission to 1.5”, pensati per sostenere l’implementazione delle politiche climatiche (mitigazione, adattamento, pianificazione nazionale) in tutti i paesi che hanno aderito.

Ma le ambiguità restano. Quello che molti speravano, un impegno vincolante per l’abbandono dei combustibili fossili e per la fine della deforestazione globale, non è stato incluso nel testo finale. Il Global Mutirão non cita esplicitamente petrolio, gas o carbone. Così, quello che poteva essere un passo decisivo rischia di restare, per molti, una promessa a metà. Alcune organizzazioni ambientaliste e attivisti hanno definito l’esito “insufficiente”: le cosiddette “piccole vittorie” non bastano di fronte all’urgenza climatica, alla distruzione delle foreste e alla crescente vulnerabilità di milioni di persone. 

Infine, resta aperta la questione della distribuzione reale dei fondi: quanto andrà a programmi gestiti da governi, quanto sarà destinato a comunità locali o indigene, quanto sarà in grant e quanto in prestiti, quale governance sarà garantita.

La COP30, per la prima volta al centro dell’Amazzonia, ha messo in luce come la crisi climatica non sia un problema astratto, distante, ma una questione profondamente connessa a diritti umani, sopravvivenza, equità internazionale.

Per l’Africa, l’America Latina, l’Asia, COP30 ha offerto qualche speranza: nuove promesse economiche, riconoscimento dell’importanza delle foreste, un tentativo, pur debole, di transizione energetica globale.

Ma la strada è ancora lunga. Le promesse rischiano di restare parole se non accompagnate da risorse reali, impegni vincolanti, trasparenza e partecipazione vera delle comunità locali e indigene.

Quel che è certo è che le voci del Sud globale non sono state più facili da ignorare. E per chi scrive o si informa di ambiente, giustizia e sviluppo, questa cronaca dal cuore dell’Amazzonia può essere un modo per raccontare il cambiamento climatico non come catastrofe astratta, ma come sfida mondiale con volti, nomi, paesi e popoli che chiedono di essere ascoltati.

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