Il test della credibilità europea: l’UE approva il nuovo target 2040 alla vigilia della COP30

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  Elisa Parisi
  07 novembre 2025
  6 minuti, 57 secondi

Negli ultimi dieci anni, dalla firma dell’Accordo di Parigi a nome di tutti i 27 Stati membri, l’Unione Europea ha cercato di affermarsi come leader globale nella lotta alla crisi climatica.
Con l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali entro +1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, Bruxelles ha assunto impegni ambiziosi e innovativi, puntando a diventare il primo continente al mondo climaticamente neutro entro il 2050.

Un ruolo da pioniera che l’Unione intende ribadire anche oggi, ma che alla vigilia della COP30 di Belém (Brasile), in programma dal 10 novembre, appare messo alla prova da tensioni interne e compromessi difficili.

Il cammino verso il target 2040

Nel quadro dell’Accordo di Parigi, che ha dato vita a un piano d’azione universale per contrastare il cambiamento climatico, l’UE è chiamata a presentare ogni cinque anni un Contributo Determinato a Livello Nazionale (NDC) unitario, a nome dei 27.
Gli NDC, pur non essendo giuridicamente vincolanti, rappresentano strumenti chiave: traducono gli obiettivi di riduzione delle emissioni in impegni concreti e misurabili, definendo la traiettoria collettiva e il livello di ambizione dell’Europa sulla scena globale.

Nel corso del tempo, questi contributi hanno scandito l’evoluzione della politica climatica europea, tracciando il cammino delle misure adottate per onorare gli impegni di Parigi.

Al centro della strategia resta il Green Deal europeo (2019), il grande piano che ha trasformato la transizione ecologica in motore di crescita sostenibile e competitiva. La sua punta di diamante, la Legge europea sul clima (2021), ha reso giuridicamente vincolante il target di riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030, il cosiddetto Fit for 55, insieme all’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050.

Dopo aver superato con anticipo il traguardo del -20% al 2020, la Commissione ha rilanciato nel 2024 con una proposta ancora più ambiziosa: ridurre le emissioni del 90% entro il 2040.

La revisione della Legge sul clima, presentata lo scorso luglio, punta a rendere ufficiale questo nuovo obiettivo e a disegnare un quadro d’azione post 2030 in linea con gli obblighi di Parigi, semplificando i processi, promuovendo la convergenza tra settori e garantendo che la transizione resti equa e competitiva.

Divisioni interne e compromessi difficili

Il percorso politico verso il nuovo NDC si è però rivelato tutt’altro che lineare, intrecciandosi strettamente con la proposta di riduzione del -90% delle emissioni entro il 2040.
I ministri dell’ambiente non sono riusciti né a settembre né ad ottobre a trovare un accordo né sulle previsioni per il 2035 né sul target finale, riuscendo ad approvare soltanto una dichiarazione d’intenti e successivamente un orientamento provvisorio.

Le spaccature tra Stati membri, e tra il Consiglio e la Commissione stessa sui target intermedi 2035-2040 si sono rivelate profonde. Alcuni governi hanno accusato Bruxelles di aver “perso il contatto con la realtà”, ritenendo che le nuove ambizioni ignorassero le difficoltà industriali e sociali dei diversi Paesi.

Nel tentativo di superare lo stallo, la Commissione ha introdotto in corso di negoziato una proposta controversa: il ritorno all’uso dei crediti internazionali di carbonio, consentendo agli Stati membri di compensare fino al 3% delle proprie emissioni attraverso progetti ambientali nei Paesi in via di sviluppo.

Per le economie più industrializzate, questa opzione rappresenta un compromesso realistico per proteggere l’industria e i cittadini europei, concedendo più tempo all’adattamento e rispettando al contempo gli obiettivi di riduzione.

Per altri, invece, i crediti internazionali equivalgono ad una scorciatoia per evitare tagli strutturali interni. ONG, partiti verdi e scienziati hanno denunciato la misura come una forma di “deresponsabilizzazione climatica” dei Paesi più ricchi e un’occasione mancata per investire nella decarbonizzazione interna.

Anche il Comitato Scientifico Consultivo dell’UE ha avvertito che l’esternalizzazione rischia di compromettere la trasparenza del monitoraggio su cui si basa il target 2040.
Alla vigilia del Consiglio del 4 novembre, la commissaria per il Clima Teresa Ribera ha ricordato con fermezza:

“Ritardare l’azione o abbassare le ambizioni significa sprecare risorse e perdere opportunità di investimento.”

Una corsa contro il tempo prima di Belém

Il 5 novembre, dopo oltre venti ore di negoziato e alla vigilia dei bilaterali di Belém, l’UE ha approvato a maggioranza un NDC che prevede un contributo indicativo tra il 66,25% e il 72,5% di riduzione al 2035.

L’Unione si impegna inoltre a triplicare la capacità globale di energia rinnovabile e a raddoppiare il tasso di efficienza energetica entro il 2030.

Il Consiglio Ambiente ha quindi raggiunto un accordo sull’obiettivo di riduzione del 90% entro il 2040, destinato a diventare giuridicamente vincolante. Per favorire l’intesa, è stata introdotta una maggiore flessibilità: l’UE potrà esternalizzare fino al 5% delle emissioni tramite progetti verdi all’estero, rendendo di fatto il target effettivo pari a circa -85%. I crediti internazionali di alta qualità avranno una fase di prova dal 2031, prima di entrare pienamente in vigore nel 2036.

A votare contro Ungheria, Polonia e Slovacchia, mentre Belgio e Bulgaria si sono astenute dalla votazione.

Ora il dibattito politico sull’obiettivo climatico per il 2040 passa al Parlamento europeo, che si prepara a definire la propria posizione. La Commissione Ambiente potrebbe votare già la prossima settimana. Una volta che Parlamento e Consiglio avranno adottato le rispettive posizioni, inizieranno i negoziati interistituzionali. Parallelamente, la Commissione avvierà la revisione delle politiche settoriali per adeguarle al nuovo obiettivo, prevista per la seconda metà del prossimo anno.

L’Europa e la sfida della coerenza

Il compromesso raggiunto segna un equilibrio tra ambizione e pragmatismo a ridosso della COP30, riaffermando il legame tra la leadership climatica europea e lo spirito dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, lo stallo del negoziato, rimasto bloccato per mesi sull’“anello di congiunzione” tra Fit for 55 e neutralità climatica, ha intaccato la credibilità dell’UE come leader nel finanziamento climatico sul piano internazionale.

Il Segretario Generale ONU António Guterres e il presidente brasiliano Lula attendevano una posizione chiara già entro settembre, in vista della definizione della “Baku to Belém Financial Roadmap”, un piano da 1,3 trilioni di dollari per sostenere l’azione climatica nei Paesi in via di sviluppo proposto lo scorso anno proprio nella COP di Baku.

Il ritardo ha rischiato di generare forti tensioni diplomatiche: i Paesi in via di sviluppo attendevano una posizione unita e ambiziosa già prima dell’estate. La paralisi interna, aggravata dal ritiro degli Stati Uniti a pochi giorni dal vertice, ha posto l’UE di fronte a un test politico di credibilità.

La capacità dell’UE di presentarsi coerente e determinata a Belém dopo i negoziati interni sarà determinante non solo per il successo dell’intero processo multilaterale - in un momento in cui l’obiettivo stesso di riduzione delle emissioni si trova in un punto critico - ma anche per confermare quel ruolo guida che dieci anni fa a Parigi l’aveva resa il cuore della lotta globale al cambiamento climatico.

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