Il settore automobilistico italiano attraversa una crisi profonda, determinata da molteplici fattori che ne stanno minando la stabilità e la crescita.
Uno dei principali elementi di criticità è il drastico calo delle nuove immatricolazioni: se prima della pandemia il mercato registrava oltre 2 milioni di nuove vetture all’anno, oggi il dato si è ridotto a circa 1,5 milioni. A fronte di questa contrazione, le preferenze degli automobilisti italiani si sono orientate verso veicoli di dimensioni maggiori, con i SUV che rappresentano ormai più della metà del mercato. Sul fronte dell’elettrificazione, l’Italia mostra un trend peculiare: sebbene le auto ibride leggere (mild hybrid), che combinano un motore termico con un piccolo propulsore elettrico non ricaricabile, abbiano guadagnato terreno, le vetture completamente elettriche (BEV) e le ibride plug-in faticano a imporsi. La loro quota di mercato si attesta intorno al 4%, ben al di sotto della media europea del 15%, un dato lontano dalle previsioni ottimistiche del 2020. La scarsa diffusione dei veicoli elettrici in Italia è legata a fattori economici e infrastrutturali, tra cui il costo dell’energia e la tipologia di abitazioni, spesso prive di punti di ricarica privati.
A pesare sulla crisi del comparto è anche la crescente difficoltà economica delle famiglie italiane. Negli ultimi dieci anni, il reddito disponibile in termini reali è diminuito del 5%, mentre il prezzo medio delle automobili è aumentato sensibilmente, passando da circa 19.000 a 30.000 euro. Un caso emblematico è quello della Fiat Panda, il modello più venduto in Italia: nel 2015 costava meno di 10.000 euro, oggi supera i 16.000 euro.
Un ulteriore elemento critico è rappresentato dal prezzo dei carburanti e dell’energia elettrica. Nel 2024, il costo medio di un litro di benzina è stato superiore di 30 centesimi rispetto a dieci anni fa, mentre l’energia elettrica in Italia continua a essere tra le più care d’Europa. Questo fattore rappresenta un ostacolo significativo per la diffusione dei veicoli elettrici, il cui vantaggio economico può essere garantito solo se la ricarica avviene a costi contenuti, preferibilmente attraverso fonti domestiche.
Nonostante la contrazione delle vendite di auto nuove, la domanda di mobilità in Italia non è diminuita, anzi, risulta in crescita. L’aumento del costo delle auto nuove, unito a una crescente polarizzazione dei redditi – con una riduzione delle fasce medie e un incremento di quelle basse e alte – ha spinto sempre più consumatori verso il mercato dell’usato, con una predilezione per veicoli più vecchi, spesso obsoleti e più inquinanti.
Le cause di questa “tempesta perfetta” sono molteplici e interconnesse. La pandemia e il conflitto in Ucraina hanno contribuito a un’impennata dei costi delle materie prime e dell’energia, mentre le politiche europee sulla transizione elettrica, imposte con scadenze stringenti e senza una pianificazione adeguata, hanno generato incertezze sia tra i produttori che tra i consumatori. Il continuo susseguirsi di normative, restrizioni e incentivi ha creato un clima di instabilità che frena gli investimenti e disorienta il mercato.
Per invertire questa tendenza negativa, sarà necessario un ripensamento strutturale delle politiche industriali e ambientali, con un approccio che tenga conto della sostenibilità economica e sociale della transizione ecologica. Servono incentivi mirati per le fasce di reddito più deboli, una revisione dei dazi e una strategia che promuova veicoli più leggeri e meno impattanti, perché, in definitiva, il principio resta lo stesso: “l’energia più sostenibile è quella che non si consuma”.
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