Critical Raw Material Act: dopo soli due mesi si sollevano le prime critiche

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  Tiziano Sini
  30 luglio 2025
  2 minuti, 47 secondi

Lo scorso maggio, su forte pressione della Commissione, che ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, è stata predisposta l’attuazione della famigerata Critical Raw Material Act (CRMA).

La Commissione ha, infatti, presentato l’elenco con i 47 progetti strategici sulle materie prime, che, secondo le ambiziose premesse che li guidano, dovrebbero garantire nei prossimi anni una crescente autonomia strategica dell’UE[1]. Ovviamente, l’architettura dell’intera iniziativa ha come finalità quella di fornire risposte efficaci ad una situazione geopolitica di estrema instabilità. Ciò ha caratterizzato gli ultimi anni, tanto da far propendere per uno sforzo negoziale collettivo che portasse, dopo anni di divergenze, ad una soluzione comune nella complessa questione delle materie prime.

I 47 progetti strategici così presentati sono dislocati in 13 Stati membri, con 25 progetti che comprendono attività di estrazione, 24 di lavorazione, 10 di riciclaggio e 2 di sostituzione delle materie prime. Questo ha permesso di coprire quasi integralmente il fabbisogno di materie prime, così come riportato nel testo originale (14 delle 17 materie prime strategiche).

D’altro canto, è importante evidenziare anche lo sforzo iniziale introdotto dalle Istituzioni, che hanno predisposto non solo un investimento iniziale complessivo di circa 22,5 miliardi, ma anche un articolato sistema di coordinamento e finanziamento, che oltre alla Commissione, riguarda Stati membri ed Istituzioni finanziarie. Oltre a non dimenticare la messa in atto di cicli autorizzativi con durata da 5 ai 10 anni, che dovrebbero, nel pieno rispetto di elevati standard ambientali e sociali, garantire disposizioni semplificate.

Proprio su questo tema, nell’ultima settimana si sono sollevate importanti critiche all’interno del Parlamento europeo, contro l’operato della Commissione europea.

In primo luogo, va ricordato come ai 47 progetti strategici europei, se ne affianchino altri 13, per un totale di 60, che sono collocati fuori dall’Ue. Fra questi, secondo le critiche, ci sarebbero progetti gestiti in maniera poco trasparente, per cui non è mai stata presentata al Parlamento nessuna valutazione di impatto ambientale e nemmeno informazioni provenienti dagli studi promossi da esperti indipendenti.

Una critica è stata rimandata al mittente dalla stessa Commissione, che ha evidenziato il vincolo di riservatezza, contenuto anche nell’articolo 46 del testo originale, riguardo i segreti commerciali e aziendali dei soggetti coinvolti. Allo stesso modo, anche i pareri degli esperti, i cui nomi al momento non sono resi pubblici per motivi di privacy, hanno subito critiche.

Queste risposte non hanno fatto altro che aumentare il livello dello scontro, con una situazione che in alcuni casi, dopo le proteste a livello nazionale, si è trasferita a Bruxelles. Stessa cosa accaduta per il progetto francese nella regione dell’Allier, che ha generato forti proteste per i rischi ambientali, oppure il progetto della Mina Doade in Spagna o quello per l’estrazione nella riserva naturale di Viiankiaapa, parte della rete Ue Natura 2000.

Una situazione che quindi richiederà con ogni probabilità una nuova fase di confronto, per garantire per lo meno la negoziazione di alcuni istituti e strumenti di governance maggiormente trasparenti, rispetto a quanto al momento sancito nel CRMA[2].

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Tiziano Sini

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