Nei primi giorni di marzo del 2025, il fronte repubblicano statunitense dava segni di vacillare. In quei giorni, infatti, a Washington si stava giocando un braccio di ferro tra tre deputati repubblicani cubano-americani, Mario Diaz Balart, Maria Elvira Salazar e Carlos Gimenez, e il Presidente Trump. Il campo su cui i quattro battagliavano era le licenze petrolifere in Venezuela, e in palio c’era la maggioranza dei voti al Congresso.
Quello che i tre parlamentari, tutti provenienti da distretti della Florida meridionale, volevano da Trump era che il governo revocasse alla Chevron - uno dei giganti petroliferi statunitensi - le licenze per operare in Venezuela. Ciò che gli promettevano in cambio, e con cui lo minacciavano, erano i loro voti per far passare il suo Reconciliation Act, altrimenti conosciuto come Big Beautiful Bill: la legge di bilancio riformatrice che prevedeva tagli alle tasse dei più abbienti, bonus alle imprese e tagli alla spesa pubblica, e motivo di rottura tra Donald Trump e Elon Musk.
La ragione per cui tre deputati della Florida del sud si erano disturbati tanto a mettersi contro un Presidente che aveva già fatto saltare teste per molto meno era meramente elettorale. Le elezioni della Camera si avvicinano e circa due milioni di statunitensi che si identificano come cubani vivono in Florida, di cui una larghissima maggioranza risiede da Miami in giù, proprio nei distretti rappresentati dai tre.
Molti di loro sono profughi arrivati durante le varie ondate migratorie provenienti dall’isola caraibica per scappare dal regime castrista e rimangono oggi critici del governo cubano, il quale è molto legato al Venezuela di Maduro (tant’è che sembra le guardie personali del dittatore fossero cubane).
Con una mossa un po' demagogica che faceva leva sul sentimento antiautoritario del loro elettorato, Balart, Salazar e Gimenez avevano allora preteso che il governo americano smettesse di concedere a qualsiasi azienda il diritto di fare affari con il regime dittatoriale venezuelano. L’amministrazione Trump, che si era (re)insediata alla Casa Bianca da appena un mese e mezzo, aveva bisogno di un GOP compatto che approvasse il suo ultimo gioiellino fiscale neoliberista. Così, infine e non al netto di polemiche, aveva ceduto.
Così facendo, Trump avrebbe però rinunciato a grandissimi introiti, cosa che non è mai stata nelle corde del tycoon. Dopo il clamore suscitato dalla sua operazione che aveva accontentato i tre “disturbatori” del partito e l’elettorato cubano di Miami, Trump aveva quindi potuto gettare la maschera e tornare a ragionare nell’ottica del pragmatismo economico che lo guida.
Dopo solo pochi giorni la Chevron era tornata a operare in Venezuela. Grazie a una licenza speciale dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control), infatti, l’azienda era riuscita ad aggirare il divieto ed era tornata a produrre ed esportare il greggio del Paese sudamericano a pieno regime.
Nonostante la strategia di Trump si fosse rivelata un successo, se la cosa fosse venuta alla luce arrivando all’opinione pubblica, i politici della Florida non ci avrebbero pensato due volte prima di riprendersi la fiducia posta sul Presidente, e la questione si sarebbe trasformata presto nell’ennesimo scandalo alla corte di Re Donald. La messinscena, insomma, non sarebbe potuta durare per troppo tempo. Né per Trump, né per la Chevron.
Anche se forse inutile, è giusto ripetere ora cos’è accaduto tra l’agosto del 2025 e il 1 gennaio scorso. Dopo mesi di accerchiamento, con il dispiego di forze navali e aeree al largo di Caracas, di attacchi mirati su presunte imbarcazioni dei trafficanti di droga del cartello Tren de Aragua e di continue pressioni politiche sul Paese, poche ore dopo l’inizio del primo dell’anno una squadra speciale dell’esercito americano, i Delta Force, è entrata in Venezuela; e con un’operazione spettacolare ha preso in custodia il Presidente venezuelano Nicolas Maduro, portandolo negli Usa per essere processato.
Mentre il Paese latinoamericano si è ritrovato con un improvviso vuoto di potere (anche se la crescente pressione militare statunitense al largo di Caracas degli ultimi mesi fa dubitare che il governo non avesse un piano B, e anche uno C, nel caso di un cambio di regime forzato), l’esecutivo in Venezuela non ha mostrato segni di debolezza e la Vicepresidente di Maduro, Delcy Rodriguez, a cui non mancano rapporti ambigui con Trump, ha preso in modo deciso il comando.
Se all’inizio le parole che tuonavano dalla bocca del Presidente americano suggerivano forti sospetti nei suoi confronti - “che la Rodriguez faccia le cose per bene, o le conseguenze saranno peggiori della sorte toccata a Maduro” - oggi sembra essere diventata una Presidente ad interim affidabile per gli americani.
Nelle ultime due settimane, infatti, la Rodriguez ha lavorato per sconvolgere completamente l’indirizzo del governo di cui lei stessa era vicecapo. Ha riaperto linee di credito verso l’Occidente, aumentato i suoi legami con Washington e rilasciato i detenuti politici dalle carceri venezuelane, tra cui i nostri Alberto Trentini e Mario Burlò. La Rodriguez ha insomma lasciato intendere, senza mai esplicitarlo a parole, di essere pronta a operare sotto l’egida statunitense, ovviamente a patto di mantenere la propria posizione di influenza nel nuovo Venezuela.
L’obbedienza di un governo con cui i rapporti erano ostili fino a poco fa è sicuramente un toccasana per i politici statunitensi. La casta di Washington sa perfettamente che una transizione morbida e un governo stabile sono prerogative essenziali affinché il Paese diventi appetibile agli occhi di quelle aziende petrolifere occidentali che ora potrebbero tornare a operare in Venezuela, imbottendo le tasche del governo federale. La stabilità venezuelana, inoltre, permette ora agli americani di poter concentrare tutte le loro attenzioni e le loro energie verso il fianco nord dell’impero, cioè la Groenlandia.
Oltre alle (debolissime) basi giuridiche su cui si è poggiato l’intervento americano in Venezuela, ai dibattiti morali sul bene e sul male, dove l’ingerenza negli affari di un altro Paese viene dipinto come prodotto di uno o dell’altro a seconda della fonte da cui arriva l’opinione, e alle (false) giustificazioni di Trump sul fatto che il Paese fosse l’hub globale del traffico di droga, quello che stupisce di più è come la politica venezuelana non fosse stata decisa a Caracas. Il destino del Paese era infatti già stato segnato molto tempo fa nei corridoi dei palazzi del potere a Washington, nei distretti elettorali della Florida e nelle negoziazioni di bilancio tra repubblicani.
Altro elemento che trova origine molto tempo fa è il rapporto tra Chevron e Partito Repubblicano. Un legame che non nasce e muore solo quando Marillyn Hewson, ex CEO di Lockheed Martin e oggi membro del CDA della Chevron, veniva proposta per diventare ambasciatrice permanente all’ONU durante la prima amministrazione Trump, ma che è cresciuto e si è consolidato nel tempo tramite appoggi politici e sostegno economico sistematico.
Negli anni, infatti, la Chevron si è rivelata essere una generosissima finanziatrice di deputati e think tank appartenenti all’universo repubblicano. I finanziamenti ai partiti, si sa, non costituiscono un reato. Fanno parte del processo democratico e sono pratiche conformi alle leggi elettorali del sistema bipartitico statunitense. I problemi del rapporto tra Chevron e GOP non riguardano i finanziamenti in sé, quanto la loro destinazione.
Diversi esponenti del GOP finanziati dalla big del petrolio, ad esempio, erano tra quelli che, solo poche ore dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, votarono per rovesciare il risultato delle elezioni del 2020. E ancora, il think tank che tra tutti ha ricevuto la maggior parte dei fondi destinati dalla Chevron è stato l’International Republican Institute, un centro di ricerca conservatore accusato da più parti di essere coinvolto in diversi coup, crisi di governo e di aver interferito in elezioni di Paesi di tutto il mondo. Infine, tra i beneficiari dei fondi della compagnia vi è stato anche il Congressional Leadership Fund, ovvero un Super PAC repubblicano noto per le sue ingenti spese, di cui una buona parte elargita sotto forma di “dark money”, somme di denaro la cui provenienza originaria è irrintracciabile.
E’ proprio questo il contesto in cui nel 2024 si inserisce un rapporto della Commissione interna del Congresso per la supervisione e la rendicontabilità, che svelava come Trump avesse ricevuto milioni di dollari da diversi governi stranieri durante la sua prima presidenza, tra cui Cina e Arabia Saudita.
Pochi mesi dopo, il medesimo report veniva menzionato nella lettera fatta notificare al CEO della Chevron stessa, Michael K. Wirth, nella quale si chiedevano chiarimenti riguardo a una cena tenutasi a Mar a Lago, durante la quale Trump avrebbe sollecitato donazioni miliardarie a lui e altri dirigenti dell’industria petrolifera.
Ciò che l’ex Presidente prometteva in cambio, anche questo illegale, era la garanzia che se fosse stato rieletto avrebbe elargito più permessi di trivellazione nel Golfo del Messico e congelato quelli sulle esportazioni di GNL, il Gas Naturale Liquefatto, sensibilmente meno inquinante del petrolio.
Quello che emerge è dunque un quadro costituito da un intreccio di legami e interessi convergenti tra GOP, Chevron e il cambio di regime in Venezuela. Un sistema in cui il confine tra scelte politiche, capitalismo energetico e relazioni clientelari è sempre più sfumato. L’unico risultato che queste dinamiche possono produrre è che le tensioni intra-partitiche di un Paese a 4000 chilometri di distanza finiscano per contribuire e velocizzare, se non determinare, un cambio di regime in un Paese estero.
Nel frattempo, questi avvenimenti riportano indietro gli equilibri di almeno 25 anni, a un’epoca in cui le geometrie internazionali venivano ridisegnate da Washington nel completo disprezzo del diritto internazionale, sulla base dell’infallibile fiuto che gli americani hanno sempre avuto per il petrolio straniero.
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