YouTube ha eliminato oltre 700 video che testimoniavano violenze israeliane

A seguito delle sanzioni americane contro tre organizzazioni per i diritti umani palestinesi, Google ha rimosso i loro contenuti e chiuso i loro account su YouTube. I video documentavano e denunciavano violenze israeliane e violazioni del diritto internazionale.

  Articoli (Articles)
  Emma Zurru
  11 novembre 2025
  4 minuti, 55 secondi

All’inizio di ottobre, YouTube ha cancellato dalla sua piattaforma più di 700 video pubblicati sugli account di tre importanti organizzazioni per i diritti umani palestinesi, ovvero Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e il Palestinian Centre for Human Rights. Si trattava di video di denuncia, che documentavano una serie di atti violenti di soldati o coloni israeliani nei confronti di proprietà e persone palestinesi, e in generale denunciavano abusi e violazioni del diritto internazionale da parte di Israele a Gaza e in Cisgiordania.

Così ha riportato un’inchiesta condotta da The Intercept, che spiega come la rimozione dei video sia stata la diretta conseguenza delle sanzioni che l’amministrazione Trump ha emesso nei confronti delle tre organizzazioni: il 4 settembre un comunicato stampa del Segretario di Stato Rubio aveva annunciato le sanzioni ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203, ovvero quello con cui si emettevano le sanzioni alla Corte Penale Internazionale.

Il comunicato afferma che “questi gruppi si sono direttamente impegnati a sostenere gli sforzi della Corte Penale Internazionale (CPI) nell’indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani, senza il consenso di Israele”, azioni che gli USA ritengono illegittime; il comunicato ribadisce infatti che né gli Stati Uniti né Israele sottostanno allo Statuto di Roma, e quindi ritengono che la Corte Penale Internazionale non possa agire contro di loro. Per questo, chi collabora con la Corte – come avrebbero fatto le tre organizzazioni palestinesi – è soggetto a sanzioni analoghe.

Il portavoce di YouTube, Boot Bullwinkle, ha confermato la motivazione della rimozione, affermando che “Google si impegna a rispettare le sanzioni applicabili e le leggi sulla conformità commerciale”: nella policy editoriale di Conformità alle Sanzioni di Google si afferma proprio di non poter pubblicare contenuti di “enti o individui soggetti a restrizioni ai sensi delle leggi applicabili in materia di sanzioni commerciali e conformità alle norme sull'esportazione”.

I gruppi hanno quindi visto eliminati i loro video perché, avvisava YouTube, “i contenuti violano le nostre linee guida”. Un portavoce del gruppo Al Mezan ha affermato che “chiudere il canale significa privarci della possibilità di raggiungere coloro a cui vogliamo trasmettere il nostro messaggio e così compiere la nostra missione”. Al-Haq ha dichiarato di ritenere questa chiusura, avvenuta tra l’altro senza preavviso, un “allarmante passo indietro per i diritti umani”, oltre che un segnale di come le sanzioni americane vengano usate per silenziare le voci palestinesi e ostacolare il lavoro di denuncia delle responsabilità israeliane.

I contenuti dei video rimossi andrebbero da inchieste, come un’analisi dell’uccisione nel 2022 della giornalista Shireen Abu Akleh, colpita al collo mentre indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta press, a testimonianze di torture e documentari come “The Beach”, dove si testimoniava l’uccisione di alcuni bambini mentre si trovavano sulla spiaggia.

La decisione di YouTube è stata vista come un atto di complicità della piattaforma con i governi israeliano e americano nell’ostacolare la denuncia delle violenze israeliane. Non è la prima volta che YouTube viene accusata di agire in questo senso: The Intercept riporta la chiusura, sempre in quest’anno, dell’account di un gruppo per il supporto legale ai prigionieri palestinesi (la Addameer Prisoner's Support Association) a seguito di sanzioni simili; le stesse accuse venivano mosse anche dieci anni fa, quando gruppi palestinesi denunciavano l’applicazione non uniforme delle linee guida su YouTube ai loro contenuti rispetto a quelli israeliani. Un’inchiesta di Wired del 2024 ha confermato questa pratica.

Israele aveva già delegittimato il lavoro delle organizzazioni, accusandole di collaborare con Hamas. Tuttavia, il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) è definito dalle Nazioni Unite la più antica organizzazione per i diritti umani a Gaza, e nel 2024 le stesse Nazioni Unite avevano denunciato attacchi proprio contro il centro, quando attacchi aerei israeliani hanno colpito gli uffici di Gaza City, Jabalya, Khan Younis e Rafah, danneggiandoli e soprattutto uccidendo diversi membri dello staff.

Il genocidio a Gaza ha mostrato l’importanza dei veicoli di informazione diretta, dei social media come canale di trasmissione delle notizie e soprattutto come unico mezzo di diffusione delle informazioni da dentro la Striscia: Israele ha infatti vietato l’ingresso della stampa internazionale, i pochi giornalisti che hanno ottenuto il permesso di entrare sono sempre stati scortati da soldati dell’IDF e il loro materiale ha dovuto essere visionato e approvato da Israele stesso, impedendo di fatto che quella stampa fosse davvero indipendente. Per questo il lavoro dei giornalisti e delle organizzazioni presenti sul campo è fondamentale, e per questo Israele ha compiuto diversi attacchi verso entrambi i gruppi.

Già nel 2022 la Committee to Protect Journalist aveva pubblicato un report in cui si documentava un lungo pattern di delegittimazione da parte di Israele dei giornalisti palestinesi, spesso tramite accuse di affiliazione al terrorismo ma senza la presenza prove (pattern che si è ripetuto ad agosto di quest’anno, con la morte di Anas al-Sharif, volto di Al Jazeera ucciso assieme ad altri quattro colleghi in un attacco aereo sulla tenda dei giornalisti). Il fine sarebbe la legittimazione delle uccisioni targettizzate. La conseguenza, la minaccia all’indipendenza e alla libertà dell’informazione.

Per i palestinesi i video pubblicati direttamente da loro sono stati e continuano ad essere il mezzo di comunicazione primario, oltre che necessario, per far conoscere al mondo il loro dramma, in quello che è stato spesso battezzato il primo genocidio in diretta della storia.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025

Condividi il post

L'Autore

Emma Zurru

Categorie

Società

Tag

Trump Corte Penale Internazionale Palestine Israel sanctions International Penalty