Da Tbilisi ai laboratori chimici: quando reprimere la protesta diventa un esperimento sui corpi

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  Blerina Ymeri
  12 dicembre 2025
  8 minuti, 41 secondi

Negli ultimi due anni la Georgia è diventata uno dei laboratori più inquietanti d’Europa sul rapporto tra potere politico, società civile e diritto di protestare. Chi ha seguito le cronache italiane, dall’analisi de Il Bo Live al pezzo di Euractiv sulle proteste represse con idranti e gas, ha visto spesso le stesse immagini: giovani con le bandiere georgiane ed europee, notti intere davanti al Parlamento di Tbilisi e una repressione sempre più dura.

Secondo il World Report 2025 di Human Rights Watch, il 2024 è stato l’anno in cui la Georgia ha compiuto “passi significativi all’indietro” sui diritti umani. Nuove leggi repressive hanno limitato libertà di espressione, di associazione e di riunione, mentre il governo ha congelato l’apertura dei negoziati di adesione all’Unione europea fino al 2028. Proprio questa decisione, presa a fine novembre 2024, ha fatto esplodere proteste di massa in tutto il Paese.

Come sono nate le proteste

Il cuore del conflitto è l’orientamento del Paese: una larga maggioranza della popolazione vuole un futuro nell’Unione europea, mentre il partito al governo, Georgian Dream, ha progressivamente spostato l’asse verso una linea più vicina a Mosca, adottando leggi e pratiche che ricordano da vicino i modelli autoritari della regione.

Già nel 2023-2024 le piazze si erano riempite contro la cosiddetta “legge sugli agenti stranieri”: un provvedimento che obbliga ONG e media con più del 20% di finanziamenti dall’estero a registrarsi come “organizzazioni che perseguono gli interessi di una potenza straniera”. Una formulazione che, per molte realtà della società civile, significa essere marchiati come “nemici interni”, con effetti devastanti sulla fiducia dell’opinione pubblica e sulla possibilità di lavorare. Human Rights Watch parla esplicitamente di un “arsenale di leggi incompatibili con gli impegni della Georgia su libertà di espressione, associazione e non discriminazione”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso arriva il 28 novembre 2024, quando il governo annuncia la sospensione dei negoziati di adesione all’UE. In poche ore decine di migliaia di persone scendono in piazza a Tbilisi e in altre città: studenti, lavoratori pubblici, giornalisti, avvocati e pensionati. I cortei sono dichiaratamente pro-UE e anti-governativi, e molti li percepiscono come l’ultima possibilità per fermare uno scivolamento verso un sistema sempre più autoritario.

Repressione in piazza e nei luoghi di lavoro

La risposta delle autorità è rapida e dura. Amnesty International documenta un uso ripetuto e illegale della forza da parte della polizia: lacrimogeni, proiettili di gomma, idranti, pestaggi e arresti di massa. Centinaia di manifestanti vengono feriti, anche in modo grave, e molti raccontano maltrattamenti in custodia che, in alcuni casi, arrivano a livelli assimilabili alla tortura. La stretta non si limita alla strada. Secondo un’indagine citata da Reuters, circa 700 dipendenti pubblici sono stati licenziati per aver firmato lettere aperte o aver partecipato alle proteste pro-UE: ministeri, amministrazioni locali ed enti pubblici. Il primo ministro ha definito questa epurazione una sorta di “auto-purificazione” della pubblica amministrazione da elementi considerati “sleali”. Organizzazioni come Human Rights Watch parlano ormai apertamente di una “crisi dei diritti” creata dal governo: conti bancari di ONG congelati, dirigenti di organizzazioni civiche convocati per interrogatori in base a indagini pretestuose e intimidazioni mirate a giornalisti e attivisti.

A tutto questo si aggiunge, nel 2025, un nuovo pacchetto legislativo che colpisce direttamente il diritto di manifestare. Nel suo rapporto del 4 dicembre 2025, Human Rights Watch descrive una serie di leggi che “interferiscono ingiustificatamente” con il diritto di assemblea pacifica e che, combinate con un uso abusivo della forza e multe altissime, rendono la dissidenza sempre più rischiosa. 

Tra le misure più discusse ci sono:

  • limiti molto restrittivi ai luoghi e agli orari delle manifestazioni;
  • divieti di oggetti come maschere, caschi o fuochi d’artificio, la cui violazione comporta sanzioni economiche pesanti;
  • ampliamento dei poteri della polizia di identificare, fermare e detenere i manifestanti;
  • nuovi reati amministrativi, formulati in modo vago, che permettono di colpire forme di protesta simbolica o creativa.

Il risultato è un clima di paura: molte persone rinunciano a scendere in piazza per non rischiare licenziamenti, multe insostenibili o procedimenti penali. Giornalisti e operatori dei media sono colpiti in modo particolare: in alcune proteste decine di reporter sono stati feriti, talvolta mentre indossavano pettorine e badge di riconoscimento chiaramente visibili. In questo contesto di tensione strutturale tra governo e società civile, emerge una vicenda ancora più grave che oggi sta facendo discutere mezzo mondo: l’accusa di aver usato, per disperdere i cortei, non solo lacrimogeni “classici”, ma anche un agente chimico sviluppato ai tempi della Prima guerra mondiale.

L’accusa di uso di armi chimiche

Nel 2025, un’inchiesta della BBC ha documentato che, durante alcune delle proteste più dure a Tbilisi, la polizia avrebbe usato idranti caricati non solo con acqua, ma anche con una sostanza chimica chiamata camite (bromobenzyl cyanide), un agente lacrimogeno molto più tossico dei gas normalmente impiegati per il controllo delle folle. 

Testimoni e medici intervistati da giornalisti e ONG descrivono sintomi che vanno ben oltre il fastidio temporaneo tipico dei lacrimogeni: bruciore intenso e prolungato sulla pelle, difficoltà respiratorie, aritmie cardiache e altri problemi che si sono protratti per settimane. Alcuni studi clinici su gruppi di manifestanti hanno registrato alterazioni del ritmo cardiaco e disturbi cardiopolmonari compatibili con l’esposizione a un agente chimico fortemente irritante.

Amnesty International, in una dichiarazione di dicembre 2025, definisce “sconvolgente” la risposta delle autorità alle accuse sull’uso di chimici vietati e chiede un’indagine internazionale indipendente, oltre a un embargo totale sulle esportazioni di equipaggiamento per le forze di polizia verso la Georgia.

Che cos’è il camite e perché fa paura

Il camite è un agente chimico sviluppato all’inizio del Novecento come gas lacrimogeno militare. A differenza dei lacrimogeni più diffusi oggi nelle operazioni di ordine pubblico (come il CS gas), il camite ha effetti più duraturi e può provocare danni seri all’apparato respiratorio e ad altri organi interni. Per questo da decenni non è considerato adatto al semplice “controllo dei disordini”, ma è piuttosto vicino alla categoria delle armi chimiche vere e proprie.

La Convenzione sulle armi chimiche (Chemical Weapons Convention, CWC), di cui la Georgia fa parte, vieta lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio e l'uso di armi chimiche. Fa una sola eccezione: l’uso dei riot control agents, agenti chimici non letali pensati per causare irritazione temporanea e reversibile, può essere consentito solo per fini di law enforcement, cioè di polizia, e non come metodo di guerra.

Per rientrare in questa eccezione, però, una sostanza deve avere alcune caratteristiche: effetti che svaniscono rapidamente dopo la fine dell’esposizione, un profilo di rischio relativamente basso e un uso in concentrazioni che non provochino danni seri alla salute. L’uso su larga scala di un agente altamente tossico e poco studiato sugli esseri umani, in un contesto di piazza, rischia di violare sia lo spirito sia la lettera della Convenzione.

Cosa dice il governo georgiano

Le autorità di Tbilisi negano di aver usato il camite. In una dichiarazione recente, il Servizio di sicurezza dello Stato ha affermato che la sostanza impiegata in passato, compresa la notte del 4-5 dicembre 2024, è il CS gas (o-chlorobenzylidene malononitrile), un lacrimogeno molto diffuso a livello globale, e che il Ministero degli Interni non ha mai acquistato il camite.

Il CS è effettivamente classificato come “riot control agent” e, in linea di principio, può essere usato a fini di ordine pubblico, purché in modo proporzionato e nel rispetto degli standard sui diritti umani. Ma non è innocuo: studi citati anche dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e da organismi sanitari mostrano che, in determinate condizioni (spazi chiusi, alte concentrazioni, esposizione prolungata), può causare danni gravi ai polmoni, al cuore e ad altri organi.

Qui si apre un doppio problema:

  1. Verità dei fatti: se l’inchiesta BBC e le testimonianze raccolte da Amnesty International fossero confermate, l’uso di camite, un agente di fatto “militare”, contro manifestanti civili costituirebbe una violazione molto seria della CWC e dei diritti umani fondamentali, in particolare del diritto all’integrità fisica e a non essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti.
  2. Uso abusivo anche di agenti “legali”: anche ammettendo che sia stato usato “solo” CS, resta da verificare se l’impiego sia avvenuto nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità. Se la polizia ha fatto ricorso a gas e idranti in modo indiscriminato contro manifestazioni in larga parte pacifiche, provocando feriti gravi e danni duraturi, si può parlare comunque di uso illegale della forza.

Dal punto di vista del diritto internazionale dei diritti umani, il quadro è chiaro:

  • il diritto di riunione pacifica è protetto dall’articolo 21 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e dall’articolo 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo;
  • ogni restrizione deve essere strettamente necessaria e proporzionata;
  • l’uso della forza da parte della polizia deve essere l’ultima risorsa e mirato a ridurre, non ad aumentare, il rischio per l’incolumità delle persone.

Perché la risposta internazionale conta

Amnesty International chiede un’indagine internazionale con il coinvolgimento di organismi come l’OPCW e un embargo sull’esportazione di equipaggiamento per le forze di polizia verso la Georgia. Alcune capitali europee discutono di possibili sanzioni mirate, mentre il dibattito interno all’UE è reso ancora più delicato dal fatto che la Georgia è formalmente un Paese candidato all’adesione.

Se un Paese candidato può reprimere proteste pro-Europa con gas lacrimogeni impiegati abusivamente e, secondo alcune accuse, persino con agenti chimici di tipo militare senza conseguenze politiche, il messaggio verso altri governi della regione è chiaro: i “valori europei” sono negoziabili.

Per questo la vicenda georgiana non riguarda solo Tbilisi. Parla anche a chi, dentro l’Unione, sta ridisegnando il perimetro del diritto di protesta, talvolta introducendo leggi che, in nome dell’ordine pubblico, rendono sempre più difficile manifestare. La storia delle piazze di Tbilisi, dalle bandiere dell’UE alle notti di gas e idranti, ricorda che i diritti non si perdono tutti insieme: si erodono un decreto alla volta, una carica di polizia alla volta e una sostanza “sperimentale” alla volta.

Ed è proprio in questo lento scivolamento che, spesso, la comunità internazionale decide se restare spettatrice o farsi finalmente carico della promessa, mai scontata, che i diritti umani valgano davvero per tutti.

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Blerina Ymeri

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