Dalle Conquiste alla Regressione: l’Argentina di Milei contro l’Uguaglianza di Genere

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  Nicole Mancinelli
  06 aprile 2025
  9 minuti, 51 secondi

Il 3 giugno 2015, a seguito del femminicidio della quattordicenne Chiara Paez, circa 300.000 donne invadevano le piazze argentine, lanciando all’unisono un potente grido di protesta: “Ni Una Menos!” (Non una di meno). Questo grido, carico di frustrazione e rabbia contro l’impunità della violenza di genere, segnava la nascita di un movimento che, in meno di dieci anni, avrebbe portato a un significativo progresso nelle politiche sui diritti delle donne e della comunità LGBTQ+. Con la stessa determinazione e coraggio delle Nonne di Plaza de Mayo, la nuova generazione di donne argentine riuscì a far sentire la forza di quella marcia anche oltre i confini nazionali diventando un caso globale. Infatti, #NiUnaMenos ispirò movimenti simili in Perù, Uruguay, Germania, Brasile, Messico e persino in Italia, dove emersero iniziative con lo stesso nome o con altri hashtag di mobilitazione, come #MeToo (Anche io) e #MiPrimeroAcoso (La mia prima molestia).

Negli anni successivi alla nascita di #NiUnaMenos, le donne argentine videro finalmente l'approvazione di leggi a lungo attese, destinate a proteggere i loro diritti e a contrastare la disuguaglianza.

Tra le più significative, spiccano: 

  •  La Legge sulla Parità di Genere nella Rappresentanza Politica (2017), che ha imposto l’alternanza di donne e uomini nelle liste elettorali per il Congresso della Nazione e il Parlamento del Mercosur;
    • La creazione del Ministerio de las Mujeres, Generos y Diversidad (Ministero delle Donne, Generi e Diversità) (2019), volto a garantire il rispetto dei diritti delle donne e della comunità LGBTQ+ tramite politiche, fondi e programmi mirati alla lotta contro le violenze.
    • La legge Micaela (2019): una normativa storica che ha reso obbligatoria la formazione in materia di genere e violenza contro le donne per governatori e funzionari pubblici di tutti i livelli.  Il programma Acompañar(2020), uno dei più efficaci nel suo genere, che ha garantito a circa 352.385 donne un sostegno economico pari a un salario minimo per sei mesi, accompagnandole nel loro percorso di uscita da situazioni di violenza.
    • La legalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza (2021), passo storico per il femminismo Argentino.

    Il movimento #NiUnaMenos aveva dato inizio a un’ondata di cambiamenti che avevano significativamente migliorato la condizione delle donne in Argentina. Tuttavia, a dieci anni di distanza, il Paese che una volta era diventato un esempio globale nella lotta femminista si trova oggi a dover affrontare una preoccupante regressione dei diritti umani. Con l’elezione di Javier Milei nel 2023, secondo molte delle principali attiviste argentine, ha preso il via un vero e proprio attacco sistematico al movimento femminista. A dimostrazione concreta di questa regressione, uno dei primissimi atti del governo La Libertad Avanza è stato lo smantellamento del Ministero delle Donne, delle Pari Opportunità e della Diversità, segnando solo l’inizio di una serie di passi indietro nelle politiche di tutela dei diritti di genere.

    Questa scelta, tuttavia, non è arrivata inaspettata. Una campagna elettorale costruita su un linguaggio aggressivo e ostile verso le minoranze e le donne lasciava già presagire le intenzioni del nuovo esecutivo. Non stupisce, quindi, che l’elezione di Milei abbia portato in breve tempo all’annullamento di molti dei progressi ottenuti dopo anni di mobilitazione femminista, svuotando di significato i principali strumenti di prevenzione, sanzione ed eradicazione della violenza di genere.

    Dopo aver declassato il Ministero delle Donne, delle Pari Opportunità e della Diversità a un semplice sottosegretariato con risorse ridotte, il governo ha presentato il disegno di legge “Basi e punti di partenza per la libertà degli argentini”, che mira a modificare profondamente leggi strutturali in materia di diritti. Tra i cambiamenti più allarmanti, spicca l’intenzione di abolire la legge del 2017 che garantisce una rappresentanza paritaria nelle liste elettorali, riaprendo così la possibilità di governi completamente maschili.

    Inoltre, il progetto di riforma include anche la modifica della legge Micaela, limitando la formazione obbligatoria sulla violenza di genere ai soli dipartimenti già specializzati in materia. Una mossa che rischia di rendere la legge inefficace, vanificando il suo obiettivo principale: sensibilizzare e formare l’intera struttura pubblica, e non solo chi è già formato.

    A completare questo quadro già allarmante, le decisioni prese in materia di prevenzione e supporto alle vittime di violenza risultano particolarmente inquietanti. In un Paese come l’Argentina, dove si registra un femminicidio ogni 27 ore e dove la casa—più che lo spazio pubblico—rappresenta il luogo di maggior pericolo per le donne, la scelta del governo di ridurre drasticamente i fondi destinati alle politiche di protezione e assistenze sono profondamente dannose. In maniera più specifica, i finanziamenti destinati alla consulenza legale gratuita per le vittime di abuso sessuale sono stati completamente eliminati, mentre quelli per l'assistenza alle vittime di tratta sono stati ridotti drasticamente, con un taglio dell’87,7 percento. Allo stesso modo, il budget per la gestione della linea d’emergenza 144, che offre assistenza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, alle donne e alle persone della comunità LGBTQ+ vittime di violenza, è stato ridotto del 61 percento. Il programma Acompañar, che ha fornito supporto a migliaia di donne in difficoltà, ha visto il suo budget dimezzato, riducendo non solo l’aiuto economico, ma anche il periodo di accompagnamento da 6 a 3 mesi. In altre parole, le politiche adottate dal governo Milei fanno sì che una donna argentina che decida di denunciare una situazione di violenza non possa più contare su un reale sostegno politico ed economico per uscirne.

    Come se non bastasse, una delle dichiarazioni più controverse in materia di violenza di genere è arrivata il 24 gennaio, in occasione del World Economic Forum. In quella sede, il governo argentino ha annunciato—"in nome dell’uguaglianza"—l’intenzione di eliminare il femminicidio come aggravante nel codice penale. Secondo il presidente Milei e il suo ministro della Giustizia, Mariano Cúneo Libarona, questa aggravante costituirebbe una forma di “privilegio” per le donne, poichè, a loro dire, implicherebbe che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Una tesi che stravolge completamente il significato del termine "femminicidio", riducendolo a un concetto distorto e fuorviante.

    In realtà, come sottolineato dall’EIGE (European Institute for Gender Equality), il femminicidio un fenomeno sistemico, che riguarda l’uccisione di donne e bambine in quanto tali, per motivi legati al genere. Negare la sua specificità significa minimizzare una delle forme più estreme e tragiche di violenza patriarcale, con gravi implicazioni non solo giuridiche, ma anche culturali e simboliche.

    È evidente che la Casa Rosada intenda proseguire con una vera e propria “caccia alle streghe”, smantellando leggi e programmi che riguardano ogni aspetto della vita delle donne. Le principali attiviste dei movimenti femministi argentini temono che la legalizzazione dell’aborto, conquistata dopo anni di mobilitazione, possa essere la prossima a cadere sotto i colpi del governo. Questo timore è rafforzato dalle dichiarazioni pubbliche di Javier Milei e dalle prime azioni concrete, come il blocco all’acquisto di forniture essenziali per l’accesso all’aborto sicuro.

    In linea con la retorica del governo de La Libertad Avanza, fortemente contraria non solo all’aborto ma anche alla possibilità che una donna possa decidere liberamente se e quando diventare madre, è stato smantellato il Piano ENIA (Estrategia Nacional de Prevención del Embarazo No Intencional en la Adolescencia). Questo programma, introdotto già sotto il governo di Mauricio Macri, garantiva l’accesso gratuito a metodi contraccettivi moderni, come impianti sottocutanei, contribuendo in modo significativo alla riduzione della maternità adolescenziale, che era stata dimezzata nel giro di pochi anni.

    Le decisioni della Casa Rosada vanno oltre al simbolico, producendo effetti concreti e devastanti sulla vita di migliaia di persone. Secondo l’ultimo rapporto del Centro de Economía Política Argentina (CEPA), i tagli alla spesa sociale combinati con quelli che hanno colpito direttamente le politiche di sostegno e inclusione femminile hanno acuito le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro. Rispetto al 2023, il tasso di disoccupazione femminile è salito al 7,9 percento, contro il 6,2 percento degli uomini. Il rapporto sottolinea inoltre un preoccupante aumento della femminilizzazione della povertà. Il divario nell’occupazione informale è cresciuto di 3,7 punti percentuali, raggiungendo il 38,7 percento per le donne contro il 35 percento per gli uomini. Questa crescita dell’informalità ha avuto ripercussioni dirette sulle condizioni lavorative e sul reddito delle donne. Il divario salariale ha toccato il 27,7 percento, il che significa che, in media, le donne guadagnano quasi un terzo in meno rispetto ai colleghi uomini. Questi dati confermano in modo inequivocabile come le politiche economiche e sociali del governo Milei abbiano effetti regressivi e profondamente iniqui, penalizzando in maniera sistematica le donne e aggravando le disuguaglianze strutturali già radicate nella società argentina.

    Ma l'impatto delle politiche del Presidente non si ferma al piano istituzionale: il clima tossico generato dai suoi discorsi e dalla sua retorica aggressiva legittima comportamenti violenti anche nella sfera pubblica. L’odio diffuso dal vertice dello Stato si traduce in attacchi reali: molte delle principali esponenti del femminismo argentino—attrici, giornaliste, scrittrici—sono diventate bersagli di campagne d’odio e intimidazione, soprattutto attraverso i social media.

    Tra le voci più colpite figura Luciana Peker, nota giornalista, attivista e autrice del libro La revolución de las hijas (La rivoluzione delle figlie). Dopo aver ricevuto ripetute minacce di morte e intimidazioni gravi, Peker è stata costretta a lasciare l’Argentina per motivi di sicurezza. In questo contesto, un anno Peker, firmava su The Guardian un articolo dal titolo emblematico : I diritti delle donne stanno scomparendo in Argentina. Non abbassate la guardia: i vostri potrebbero essere i prossimi.” Un monito potente, scritto da chi oggi è stata costretta all’esilio per poter continuare a difendere i diritti delle donne. Le sue parole sono una vera e propria chiamata alla consapevolezza e a riconoscere l’inestimabile valore dei traguardi raggiunti grazie a anni di battaglie e resistenza, ricordandoci quanto sia più facile e rapido perdere diritti che conquistarli.

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    L'Autore

    Nicole Mancinelli

    Categorie

    America del Sud

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    women rights Governo Milei Argentina America Latina Milei LGBT+ Femminismo