Afghanistan: quando l’esclusione delle donne diventa sistema

  Domina
  Blerina Ymeri
  04 maggio 2026
  6 minuti, 5 secondi

A quasi cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, la condizione delle donne e delle ragazze in Afghanistan non può più essere letta soltanto come una sequenza di divieti. L’esclusione dall’istruzione, dal lavoro, dalla mobilità autonoma e dagli spazi pubblici si è trasformata in un sistema sempre più organizzato, che incide non solo sui diritti individuali, ma anche sulla tenuta sociale, economica e sanitaria del Paese. La questione, dunque, non riguarda soltanto “ciò che le donne non possono più fare”, ma il modo in cui la loro esclusione sta diventando una struttura permanente della vita pubblica afghana.

Istruzione, lavoro e sanità: il costo sociale dell’esclusione

Secondo una recente analisi UNICEF pubblicata nell’aprile 2026, se le restrizioni all’istruzione femminile e al lavoro delle donne continueranno, l’Afghanistan rischia di perdere entro il 2030 fino a 20.000 insegnanti donne e 5.400 operatrici sanitarie. Il dato è particolarmente significativo perché mostra come l’esclusione femminile non produca effetti solo nel presente, ma comprometta anche la capacità futura del Paese di garantire servizi essenziali. In altre parole, vietare alle ragazze di studiare oggi significa privare l’Afghanistan delle insegnanti, delle infermiere, delle ostetriche e delle dottoresse di domani.

L’istruzione è il primo anello di questa catena. Dal settembre 2021, più di un milione di ragazze è stato privato dell’accesso alla scuola secondaria. Se il divieto resterà in vigore fino al 2030, oltre due milioni di ragazze saranno escluse dall’istruzione oltre la scuola primaria. Nello stesso periodo, anche il numero di insegnanti donne nella scuola di base ha già registrato un calo significativo, passando da quasi 73.000 nel 2022 a circa 66.000 nel 2024. La scuola, quindi, non è solo uno spazio educativo negato: è il luogo in cui si interrompe la possibilità stessa di costruire autonomia, lavoro e partecipazione sociale.

Questo meccanismo produce un effetto a cascata. Se una ragazza non può completare gli studi, difficilmente potrà accedere a una professione qualificata. Se le donne vengono progressivamente escluse dal lavoro, interi settori si indeboliscono. Il caso della sanità è emblematico. In Afghanistan, per ragioni sociali e culturali, molte donne e bambine non possono ricevere cure da personale maschile. La diminuzione delle operatrici sanitarie, quindi, non è solo un problema occupazionale: può tradursi in un minore accesso alle cure materne, neonatali e pediatriche. UNICEF ha stimato che le restrizioni su istruzione e lavoro femminile stiano già costando al Paese 84 milioni di dollari all’anno in mancata produzione economica.

La crisi sanitaria rende ancora più evidente il carattere sistemico della discriminazione. Nel febbraio 2026, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha denunciato che le politiche talebane stanno limitando l’accesso alla salute per donne e ragazze attraverso restrizioni alla libertà di movimento, al diritto al lavoro, alla formazione medica e tramite la segregazione di genere nelle strutture sanitarie. Bennett ha definito queste misure non come provvedimenti isolati, ma come parte di un sistema istituzionalizzato di discriminazione di genere.

La restrizione della mobilità è uno degli strumenti centrali di questo sistema. L’obbligo di essere accompagnate da un mahram, cioè da un tutore maschile, limita la possibilità delle donne di accedere a ospedali, scuole, luoghi di lavoro e servizi pubblici. La libertà di movimento, che può sembrare un diritto elementare, diventa in realtà la condizione pratica per esercitare molti altri diritti. Se una donna non può uscire liberamente, non può curarsi, lavorare, studiare, denunciare violenze o partecipare alla vita della comunità.

Dal controllo sociale alla responsabilità internazionale

La Legge sulla Propagazione della Virtù e sulla Prevenzione del Vizio, resa pubblica nell’agosto 2024, ha rafforzato ulteriormente questo quadro. Secondo un rapporto UNAMA dell’aprile 2025, la sua applicazione ha aumentato le restrizioni su accesso agli spazi pubblici, abbigliamento, viaggio senza mahram e accesso alla sanità. Il rapporto sottolinea anche che l’applicazione della legge è diventata più sistematica rispetto ai precedenti decreti, grazie alla creazione di comitati provinciali in almeno 28 delle 34 province afghane e alla presenza di migliaia di ispettori, prevalentemente uomini, dotati di ampi poteri discrezionali.

Il controllo non passa soltanto attraverso le istituzioni formali. UNAMA osserva che le responsabilità di enforcement si stanno progressivamente spostando anche verso famiglie, comunità locali, leader religiosi e figure maschili del contesto domestico. Questo produce una forma di autocontrollo sociale: donne e ragazze sono spinte a modificare il proprio comportamento per evitare sanzioni, umiliazioni o conseguenze sui propri familiari. La discriminazione, così, non resta confinata alla legge scritta, ma entra nella vita quotidiana e nei rapporti familiari.

Anche Human Rights Watch, nel suo World Report 2026, evidenzia come nel 2025 i talebani abbiano intensificato le restrizioni sui diritti di donne e ragazze. Il rapporto segnala il mantenimento del divieto di istruzione secondaria e superiore, ulteriori limitazioni alla libertà di espressione femminile, controlli sugli spazi pubblici, raid nei luoghi di lavoro per verificare la segregazione di genere e restrizioni sull’accesso all’occupazione e all’assistenza umanitaria. Questo conferma che l’esclusione femminile non riguarda un singolo ambito, ma attraversa scuola, lavoro, media, sanità, mobilità e partecipazione sociale.

Per descrivere questa condizione, esperti, attiviste e organizzazioni internazionali utilizzano sempre più spesso l’espressione “apartheid di genere”. Il termine va impiegato con attenzione, perché non è ancora codificato come crimine autonomo nel diritto penale internazionale. Tuttavia, serve a indicare una realtà precisa: la costruzione di un sistema in cui un gruppo viene escluso dalla vita pubblica sulla base del genere. Nel febbraio 2026, l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha affermato che le donne e le ragazze afghane affrontano una discriminazione e un’oppressione tali da costituire persecuzione, aggiungendo che il sistema di segregazione imposto ricorda l’apartheid, fondato sul genere anziché sulla razza.

La dimensione giudiziaria internazionale rafforza questa lettura. Nel luglio 2025, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro il leader talebano Haibatullah Akhundzada e Abdul Hakim Haqqani, Chief Justice dell’amministrazione talebana, accusandoli di crimini contro l’umanità per persecuzione di donne, ragazze e persone LGBT. Si tratta di un passaggio importante perché sposta il tema dal piano della denuncia politica a quello della responsabilità penale internazionale.

L’Afghanistan mostra quindi come la discriminazione di genere possa trasformarsi in un sistema di governo. Non si tratta soltanto di vietare alle donne di frequentare l’università, lavorare in determinati settori o muoversi liberamente. Si tratta di costruire un ordine sociale nel quale la presenza femminile viene progressivamente cancellata dagli spazi della formazione, della cura, dell’economia e della decisione pubblica. Questa esclusione non colpisce solo le donne, ma impoverisce l’intera società afghana, perché priva il Paese di competenze, lavoro, cura e partecipazione.

Per questo la crisi dei diritti delle donne in Afghanistan non può essere considerata una questione marginale o “interna”. È una delle più gravi sfide contemporanee al sistema internazionale dei diritti umani. Se l’esclusione sistematica di metà della popolazione viene normalizzata, il principio di uguaglianza rischia di diventare una formula vuota. Riconoscere la natura strutturale di questa persecuzione è il primo passo per non raccontare la condizione delle donne afghane come un’emergenza passeggera, ma come un sistema di oppressione che richiede attenzione politica, pressione diplomatica e responsabilità internazionale.

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