Dove funziona il capitalismo

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  Redazione
  24 ottobre 2025
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Cosa può imparare il mondo, specie quello occidentale, da paesi come la Svizzera, Taiwan e Vietnam ?

La diffusa e crescente disaffezione nei confronti degli attuali sistemi capitalistici ha portato molti paesi, ricchi e poveri, a cercare nuovi e (ritenuti) più gradevoli modelli economici. Questo sentimento nasce dalla percezione che il capitalismo tradizionale, pur avendo generato indubbia e inimitabile crescita e innovazione per decenni, oggi non sia più in grado di garantire e diffondere gli stessi livelli di benessere, equità sociale e sicurezza economica a favore delle nuove generazioni.

In molte società avanzate si avverte un senso di stagnazione: i salari reali crescono poco o nulla, le disuguaglianze sociali si acuiscono e la mobilità sociale sembra sempre più un miraggio. Nel frattempo, nei paesi in via di sviluppo, la promessa di un progresso rapido e inclusivo spesso si infrange contro ostacoli strutturali, come la corruzione, la fragilità delle istituzioni e la dipendenza senza riparo da mercati globali ad andamento instabile.

Di fronte a queste sfide, governi e cittadini stanno esplorando possibilità alternative che sappiano conciliare l’efficienza economica con l’equità e la giustizia sociale. Si guarda e si analizzano con interesse i modelli che si fondano su una forte e virtuosa collaborazione tra settore pubblico e privato, come accade in Svizzera, oppure su strategie di sviluppo positivo orientate all’innovazione e all’inclusione, come in Taiwan e Vietnam.

Questi esempi suggeriscono con poche distinzioni che il successo economico non dipende solo dal libero mercato, ma anche da istituzioni solide, investimenti nell’istruzione e in infrastrutture, e da una cultura basata sul merito e sulla responsabilità collettiva. Mai come oggi, il mondo ha bisogno di sperimentare e adattare modelli che siano in grado di rispondere alle aspettative delle persone, valorizzando la dignità del lavoro e il ruolo della comunità, affinché il capitalismo possa tornare a essere una forza al servizio della società nel suo complesso.

Alcuni difensori dello status quo continuano a considerare gli Stati Uniti una stella splendente nel panorama globale, con la loro economia che supera quelle di Europa e Giappone e i loro mercati finanziari più dominanti che mai. Effettivamente, agli occhi di molti osservatori internazionali, il modello americano incarna ancora lo spirito dell’iniziativa privata e dell’innovazione senza freni o limiti: un terreno fertilissimo per le nuove idee, dove aziende tecnologiche, start-up e colossi industriali nascono e prosperano in un ambiente che premia il rischio, la creatività e la capacità di adattarsi rapidamente ai numerosi cambiamenti in corso.

Il mercato del lavoro, pur con le sue contraddizioni, resta uno dei più dinamici al mondo, capace di attrarre talenti da ogni angolo del pianeta e di offrire opportunità di crescita personale e imprenditoriale che altrove sembrano irraggiungibili. La forza degli Stati Uniti risiede anche nella robustezza delle loro istituzioni finanziarie, nella profondità e liquidità dei loro mercati azionari e obbligazionari, e nella centralità del dollaro come valuta di riserva internazionale.

Le università americane, veri e propri laboratori di innovazione, continuano a formare la classe dirigente del futuro, alimentando un ciclo virtuoso di conoscenza e progresso. In questa narrazione, l’America rimane il faro della modernità, capace di reinventarsi e di guidare le tendenze globali in economia, tecnologia e cultura. È qui che, secondo i sostenitori del modello tradizionale, il capitalismo trova la sua massima espressione: una forza propulsiva che, nonostante le sfide, mantiene gli Stati Uniti al centro del palcoscenico mondiale.

Nonostante ciò, i loro cittadini sono pessimisti quanto quelli di qualsiasi altro paese occidentale.

Secondo alcune statistiche circa un terzo degli americani crede che un giorno diventeranno più ricchi dei propri genitori. Questo dato, sorprendente se si considera la narrazione di successo che spesso accompagna il sogno americano, rivela una profonda crisi di fiducia nel futuro e nel sistema stesso.

Nonostante la straordinaria vitalità economica degli Stati Uniti, il dinamismo del mercato del lavoro e l’abbondanza di opportunità, la percezione diffusa è che l’ascensore sociale sia bloccato e che la promessa di progresso, un tempo alla portata di tutti, sia oggi riservata ad un minor numero di privilegiati.

La società americana, storicamente costruita sull’idea di perseguire la meritocrazia e la mobilità sociale, sembra ora attraversata da una crescente inquietudine. Le nuove generazioni, gravate da debiti studenteschi, dal costo elevato della sanità e da un mercato immobiliare sempre più inaccessibile, guardano al futuro con apprensione.

La convinzione che il duro lavoro e l’ingegno garantiscano automaticamente un miglioramento della propria condizione di vita si è incrinata, sostituita da un senso di vulnerabilità di fronte alle incertezze globali e alle disuguaglianze interne sempre più marcate.

Questo scollamento tra la forza oggettiva dell’economia americana e il sentimento soggettivo dei suoi cittadini mette in luce una delle grandi sfide del capitalismo contemporaneo: secondo il quale non basta più garantire crescita e innovazione, occorre anche che i benefici siano percepiti come maggiormente accessibili e distribuiti in modo più equo. Senza questo incremento del senso di fiducia, la promessa stessa del capitalismo rischia di apparire vacua agli occhi di chi, pur vivendo nel cuore del sistema, teme di non poterne raccogliere i frutti.

La percentuale di coloro che hanno fiducia nel governo continua a diminuire, nonostante lo Stato stia costruendo una rete di sicurezza sociale sempre più generosa.

Il settanta per cento di cittadini, infatti, esprime un crescente scetticismo nei confronti della capacità delle istituzioni di rispondere alle loro esigenze e di garantire un futuro migliore. Questa disillusione si manifesta non solo nelle statistiche, ma anche nel clima sociale, dove il senso di appartenenza e la partecipazione civica sembrano affievolirsi di anno in anno.

Le politiche di welfare, pur ampliandosi e offrendo maggiori tutele in ambiti come la sanità, la previdenza e l’assistenza ai più deboli, non riescono a colmare il divario tra le promesse pubbliche e le aspettative reali delle persone. Molti cittadini percepiscono che, al di là dei sussidi e delle misure di sostegno, il sistema rimane ancora distante, burocratico e spesso inefficace nel risolvere i problemi concreti della quotidianità.

La fiducia, una volta considerata il collante essenziale del patto sociale tra i cittadini americani, oggi viene erosa da troppi scandali, inefficienze amministrative e una comunicazione istituzionale percepita come poco completa e trasparente.

In questo contesto, il crescente benessere materiale offerto dallo Stato non basta a scacciare il senso di precarietà e insicurezza che permea larghe fasce della popolazione. “Non omne quod nitet aurum est”: insomma, non tutto ciò che luccica è oro.

Si assiste così a un paradosso tutto moderno: mentre la rete pubblica di protezione si rafforza, la convinzione che il governo sia davvero al servizio dei cittadini si assottiglia, lasciando spazio a un sentimento diffuso di sfiducia e disincanto. “Fides, ut anima, unde abiit, eo perit”: la fiducia, come l’anima, dove se ne va, svanisce.

Proprio qui si annida la sfida più grande per le democrazie contemporanee: ricostruire un rapporto di fiducia autentico e duraturo tra lo Stato e i suoi cittadini.

Come diceva Sallustio: “Concordia res parvae crescunt, discordia maximae dilabuntur” (Bellum Iugurtinum)

Con l’armonia le piccole cose crescono, con la discordia le più grandi si dissolvono.

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