Eritrea: il silenzio di uno Stato-Prigione

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  Gabriele Bellono
  28 aprile 2026
  6 minuti, 8 secondi

Biníam, vignettista liberato dopo 15 anni

Il vignettista eritreo Biníam “Cobra” Solomon, considerato ostile al regime di Isaias Afewerki, è stato liberato nei primi giorni di marzo 2026 dopo 15 anni di prigionia senza sapere perché fosse stato rinchiuso. Biníam era un vignettista satirico, prima ostile al regime etiope di Menghistu e successivamente, dopo l’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia nel 1993, anche del regime di Isaias Afewerki. Durante il periodo di detenzione non ha mai potuto vedere i suoi familiari. Venne arrestato nel 2011 e rinchiuso in un carcere ad Asmara, capitale dell’Eritrea, senza processo, così come altri migliaia di detenuti politici ostili al regime.

Lo Stato-Prigione di Isaias Afewerki e il carcere di Eiraeiro

Dal 1993 l’Eritrea è guidata dal regime dittatoriale di Isaias Afewerki. Fu celebrato come liberatore per la vittoria del 1991 sul regime comunista di Derg, consolidando poi formalmente il regime nel 1993 con l’indipendenza dell’Eritrea. Dal 2001 ha instaurato un regime del terrore mettendo al bando i partiti di opposizione, i media indipendenti, le confessioni religiose e le organizzazioni della società civile, oltre a incarcerare gli oppositori politici. In Eritrea non si parla di normali prigioni, ma di veri e propri lager, come la prigione di Eiraeiro. Attraverso un’analisi OSINT delle immagini satellitari del complesso con Google Earth Pro, si può rilevare che la struttura è localizzata in un'area montuosa e molto isolata, a circa 40 km a Nord in linea d’aria dalla capitale Asmara. Il carcere di massima sicurezza di Eiraeiro risulta attivo dal 2003 ed effettivamente utilizzando lo storico delle immagini satellitari di Google Earth Pro della struttura carceraria, risulta che la planimetria attuale era già esistente nel 2005, dunque è plausibile che il carcere sia stato costruito nei due anni precedenti.

Analisi satellitare del complesso carcerario di Eiraeiro (Coordinate: 15°42’32.97’’N 38°57’28.19’’E - Elaborazione tramite Google Earth Pro) dove si possono vedere i blocchi detentivi della struttura circondati da un paesaggio arido per impedire fughe o contatti esterni

Tra gli arrestati nel 2001 vi fu Dawit Isaak, giornalista eritreo-svedese, di cui però non si ha più avuto alcuna notizia: «Nei primi anni della sua detenzione si sono avute informazioni secondo le quali il giornalista era spesso ricoverato in ospedale. E questo era preoccupante. Ma ora non arriva nessuna notizia e ciò è anche peggio» affermano i relatori dell’ONU. Proprio Dawit Isaak, secondo una testimonianza, datata all’aprile 2010, di un rifugiato eritreo che ha lavorato in quel carcere, potrebbe essere detenuto nella prigione di massima sicurezza di Eiraeiro, nel quale risulterebbero rinchiusi anche diversi prigionieri di alto profilo come ex ministri contrari al governo di Isaias Afewerki. Tuttavia altre fonti indicano che Dawit Isaak sarebbe deceduto proprio ad Eiraeiro; purtroppo non si conosce l'anno preciso della morte.

Biníam e Dawit Isaak non sono due casi isolati

La storia del vignettista Biníam, così come la vicenda di Dawit Isaak, seppur con esiti diversi, non sono casi isolati, ma rientrano all’interno di un sistema repressivo che detiene migliaia di persone in carcere senza processo, in un Paese che da tempo è sotto accusa per violazione dei diritti umani. Proprio Amnesty International, il 17 settembre 2021, chiese alle autorità eritree di liberare i giornalisti e i politici arrestati 20 anni prima, lanciando una campagna dal titolo “#WhereAreEritreasDissidents”.

La scarcerazione di Biníam non è un’eccezione, ma si inserisce in una serie di liberazioni recenti avvenute tra il 2025 e il 2026, su volontà del regime di Afewerki. Nel dicembre 2025 vennero liberati 13 detenuti rimasti in carcere senza accuse e processo. Una mossa per cercare di ottenere il consenso dei Paesi della regione, per rompere l’isolamento diplomatico dell’Eritrea nel Corno d’Africa, in quanto così facendo il governo eritreo dà l’impressione di un'apparente moderazione ai Paesi vicini e ai nuovi partner internazionali, senza però di fatto scalfire la sua impalcatura repressiva pluridecennale. In sostanza l’obiettivo dell’Eritrea è quello di tornare ad essere presentabile agli occhi dei suoi partner regionali, mascherando il suo status quo autoritario con delle piccole concessioni di facciata di politica interna. Questa strategia si inserisce in un contesto di forti tensioni nel Corno d’Africa, basti pensare alla guerra civile in Sudan, nel Darfur, e agli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, dove l’Eritrea ha oltre 1.000 km di costa proprio su quel tratto di mare. La volontà dell'Eritrea è quella di presentarsi come attore credibile in un contesto di profonda crisi.

Diritti umani sotto assedio

Secondo il rapporto ONU, pubblicato il 12 maggio 2025, che copre il periodo che va dall’aprile 2024 all’aprile 2025, redatto da Mohamed Abdelsalam Babiker, il Relatore Speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, la situazione dello stato di diritto in Eritrea resta molto critica, con completa assenza di uno spazio democratico. Vengono represse le libertà di espressione, di associazione e le libertà di culto. In proposito il governo di Afewerki reprime duramente le fedi religiose, come i Testimoni di Geova, i cristiani evangelici, i chierici musulmani e i leader della Chiesa Ortodossa. Il rapporto denuncia la totale mancanza di volontà da parte del governo eritreo di cooperare e di permettere indagini indipendenti all’interno del paese. Vengono fornite prove dettagliate del fatto che in Eritrea continuino a verificarsi violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie di prigionieri politici che vengono rinchiusi in condizioni disumane e a cui viene negata la possibilità di rivedere le proprie famiglie. Viene condannata la coscrizione militare obbligatoria, valida per uomini e donne, che in Eritrea ha durata indefinita creando un sistema che l’ONU considera a tutti gli effetti una forma di lavoro forzato. Anche i gruppi più vulnerabili della popolazione vengono esposti ad abusi: donne e ragazze vengono esposte a violenze di genere durante il servizio militare, oltre al fatto che vengono segnalati gravi violazioni contro i diritti delle persone con disabilità, delle minoranze e dei gruppi indigeni.

I rifugiati e i richiedenti asilo eritrei non hanno vita facile neanche al di fuori del loro Paese perché molti di questi finiscono vittime di reti internazionali di traffico di esseri umani, subendo rapimenti, torture e sfruttamento, in particolar modo lungo le rotte migratorie verso il Nord Africa, Medio Oriente e Europa. A causa della repressione del regime eritreo, circa il 18% della popolazione eritrea è fuggita in esilio, trovando però pericoli anche all’estero. In Sudan, i rifugiati eritrei sono vittime di violenze e abusi sessuali da parte delle forze paramilitari sudanesi (RSF) nel contesto del conflitto locale; anche in Etiopia i rifugiati eritrei non hanno più accesso alle procedure di asilo e sono stati vittime di violenza da parte della polizia ad Addis Abeba.

Epilogo: il dramma degli eritrei nel silenzio del mondo

Il quadro generale è di una persecuzione senza fine per i rifugiati eritrei, perseguiti sia nel loro Paese, sia fuori i confini dell’Eritrea, dove sono oggetto di violenze e abusi. La storia di Biníam, nonostante la recente scarcerazione, così come la vicenda di Dawit Isaak, la cui fine è ancora avvolta nel mistero, anche se si ipotizza un decesso, dimostrano che in Eritrea, sotto il regime di Afewerki, non c’è spazio per il dissenso. La persecuzione degli oppositori politici continua tuttora nel silenzio della comunità internazionale.

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L'Autore

Gabriele Bellono

Autore per l'area tematica "Diritti Umani" di MI POST

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