Da luglio 2024, la Bielorussia ha iniziato a concedere la grazia presidenziale a centinaia di cittadini finiti in carcere durante le proteste pacifiche avvenute dopo la frode elettorale nel 2020 o per aver semplicemente criticato il governo bielorusso.
A settembre del 2025 sono stati liberati due gruppi di detenuti. Il primo, l’11 settembre, ha coinvolto 40 prigionieri politici liberati a seguito di un accordo con gli Stati Uniti; il secondo gruppo, invece, è stato rilasciato il 16 settembre. In quest’ultimo rientravano persone condannate per crimini legati all’estremismo, ma non è stato specificato il numero specifico dei prigionieri politici coinvolti.
Sebbene in apparenza questa scelta possa far pensare che la situazione del paese stia migliorando, la realtà dei fatti è ben diversa. I prigionieri liberati vengono infatti espulsi dalla Bielorussia e trasferiti in Lituania. Uno dei prigionieri, Mikalai Statkevich, oppositore politico, è stato nuovamente incarcerato dopo essersi rifiutato di oltrepassare il confine. Inoltre, secondo il centro per i diritti umani Viasna, almeno 1184 prigionieri politici sono ancora detenuti e sottoposti a tortura, isolamento, discriminazione e maltrattamenti.
Le elezioni presidenziali del 2020
La situazione è peggiorata da agosto 2020, a seguito delle elezioni presidenziali che hanno visto l’ennesima vittoria del presidente Aljaksandr Lukašėnka, in carica dal 1994. Le elezioni sono state considerate truccate dai centri per i diritti umani: questo ha portato migliaia di cittadini bielorussi a riversarsi nelle piazze per protestare pacificamente contro l’ingiustizia politica e la cattiva gestione del paese in diversi ambiti. Tuttavia, il governo ha accolto le proteste con violenza. Le forze di sicurezza bielorusse hanno imprigionato migliaia di persone, molte delle quali sono state sottoposte a torture e abusi. Tra gli arresti figuravano numerosi giornalisti, membri dell'opposizione politica, candidati presidenziali, attivisti civili e difensori dei diritti umani. Nel giro di pochi giorni sono stati imprigionati circa 7000 individui.
Ad oggi, il governo bielorusso ha cercato di eliminare ogni traccia delle proteste del 2020: i media che ne avevano parlato sono stati chiusi oppure costretti a operare dall’estero. Perfino i cittadini tendono a cancellare le loro foto delle proteste per paura di essere collegati ad esse e, di conseguenza, imprigionati.
Tuttavia, la repressione politica non si è fermata qui: Lukašėnka non si è limitato a sopprimere le manifestazioni, ma ha creato un vero e proprio sistema mirato a reprimere ogni possibile scintilla di dissenso nei confronti del governo bielorusso. In quest'ottica, nel corso degli ultimi cinque anni sono state promulgate leggi contro l’estremismo e il terrorismo, in pratica utilizzate come strumento per imprigionare chi è ritenuto scomodo per il regime. Le condizioni a cui sono soggetti i detenuti violano frequentemente i diritti umani. Sempre secondo il centro per i diritti umani Viasna, dal 2020 circa 8500 persone sono state processate e più di 60 mila imprigionate.
Perchè Minsk libera i prigionieri politici
I motivi che si celano dietro le grazie presidenziali sono tuttavia ben lontani da una reale apertura democratica. Lasciare in libertà individui considerati politicamente attivi rappresenta una minaccia per il governo, che sta cercando di sradicare ogni possibile forma di dissenso. Il regime è arrivato perfino a monitorare i social media dei cittadini per identificare i più “estremisti”.
La decisione quindi di liberare i prigionieri è dettata da motivi diplomatici. L’accordo del’11 settembre è stato frutto di una trattativa con gli Stati Uniti, che in cambio hanno alleggerito alcune sanzioni imposte alla compagnia aerea bielorussa Belavia. Minsk, come la sua storica alleata Mosca, è soggetta alle sanzioni occidentali per le violazioni contro i diritti umani, per la repressione a seguito delle elezioni nel 2020 e per il supporto dato alla Russia nella sua invasione dell’Ucraina.
Allo stesso tempo, l’Unione europea si trova in difficoltà nei rapporti con la Bielorussia anche per la questione migratoria. È dal 2021 che il presidente bielorusso ha adottato una politica di visti per coloro che cercano rifugio in Europa: tuttavia, una volta giunti al confine polacco, gli individui vengono respinti e rimandati in Bielorussia. Il meccanismo senza via d’uscita venutosi così a creare è stato motivo di ulteriori pressioni per l’Unione europea, che nel frattempo non ha smesso di sanzionare lo stato bielorusso e alcuni suoi cittadini, come avvenuto nel marzo del 2025.
Le scarcerazioni non sono accompagnate da nessuna revisione dei processi né da un riconoscimento delle violazioni subite dai prigionieri, negando di fatto le ingiustizie attuate dallo stato. Inoltre, non c’è stata alcuna interruzione degli arresti senza motivi fondati: una prova ulteriore che lo stato non è davvero interessato ad un cambiamento, ma agisce solo per motivi strategici.
Addirittura, il controllo statale sui media, sulla società civile e sulle organizzazioni non governative è sempre più serrato. Diversi media indipendenti sono stati chiusi, e molte organizzazioni non governative sono state dichiarate illegali.
Un altro aspetto da sottolineare è che le persone liberate non possono rimanere in Bielorussia, ma sono costrette ad emigrare in Lituania o in altri paesi vicini. Questo destino è stato condiviso da molti oppositori politici, i quali si sono rifugiati all’estero per non finire arrestati. Si stratta di una strategia del regime per ridurre l’influenza degli oppositori politici sulla popolazione: così facendo, anche se i dissidenti operano dall’estero (spesso Lituania o Polonia), possono essere etichettati facilmente dal governo come “agenti stranieri” sotto il controllo occidentale, rafforzando la propaganda del paese.
Durante una di queste scarcerazioni, avvenuta a giugno del 2025, è stato rilasciato anche Syarhei Tsikhanouski, un oppositore politico di Lukašėnka arrestato nel 2020 dopo aver annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali. Anche la sua liberazione è avvenuta nell’ambito di un accordo con gli Stati Uniti. Tsikhanouski è stato costretto ad andare all’estero, raggiungendo la moglie, Sviatlana Tsikhanouskaya, candidata alle elezioni presidenziali del 2020, e considerata da molti la reale vincitrice delle elezioni.
Tuttavia, questo meccanismo di scambi rischia di legittimare le pratiche del regime, trasformando la questione dei diritti umani in un gioco diplomatico tra sanzioni e liberazioni. Il volto autoritario del regime bielorusso resta lo stesso, mentre la società continua a subire le conseguenze della repressione sistematica imposta da Lukašėnka .
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L'Autore
Angela Sartori
Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.
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