Fine vita: Laura Santi e il suicidio assistito in Italia

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  Emma Zurru
  07 agosto 2025
  5 minuti, 57 secondi

«La vita è una e soltanto una e me la tengo cara, me la sono sempre tenuta cara. Avere la libertà di morire è una cosa dirompente, ma vorrei far capire che non porta nessun abuso. Ora sono libera di decidere della mia esistenza. Sono libera di capire fino a che punto voglio affrontare la progressione di una malattia che non si sta fermando ed è dirompente […] È come se tu ti sporgessi da un parapetto che si affaccia sul vuoto: tu guardi di sotto e ti chiedi: vuoi morire domani? No, grazie, domani no. E forse neanche dopodomani, forse neanche tra una settimana. Questo è il parapetto, questa è la libertà».

Il 22 luglio 2025 la giornalista Laura Santi, affetta da sclerosi multipla da 25 anni e quasi interamente paralizzata, ha scelto di accedere al suicidio medicalmente assistito, dopo che a novembre dell’anno scorso ne aveva finalmente ottenuta l’approvazione, a distanza di tre sofferti anni dalla prima richiesta. La scelta di non accedere subito al suicidio assistito è consistita per lei nell’esercizio della sua libertà ottenuta, nell’affacciarsi da quel parapetto sapendo di poterlo superare, ma decidendo di non farlo, non ancora, in quel dilemma che lei stessa racconta tra la sua mente che ha “una fame disperata di vita” e il suo corpo che ogni giorno “mi dice basta”.

In occasione della sua morte, la giornalista ha voluto lanciare un appello ai parlamentari, che in queste settimane stanno discutendo un Disegno di Legge sul fine vita non esente da pesanti critiche: nel video che ha voluto fosse pubblicato dopo la sua morte, Santi chiede di bocciare, in nome del “buon senso di esseri umani”, il testo di questo disegno che “non è un intento di regolamentare il fine vita, ma [un intento] di escludere questo diritto ” e li scongiura di occuparsi delle vite dei malati più gravi.

Diritto al fine vita in Italia

In Italia ad oggi non esiste una legge sull’eutanasia, che è ancora illegale, ma esiste la possibilità di ricorrere al suicidio medicalmente assistito.

Si tratta di due pratiche diverse: con eutanasia si intende “l’atto di procurare intenzionalmente e in modo indolore la morte di una persona cosciente e in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni e che ne fa esplicita richiesta”, e questa è illegale ai sensi dell’art. 579, omicidio del consenziente.

Con suicidio assistito invece si intende “l’atto attraverso cui la persona che ne fa richiesta, sempre nelle sue piene capacità cognitive, si autosomministra il farmaco letale per porre fine alle proprie sofferenze”. Si tratta di un iter diventato possibile con la sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019, detta anche “sentenza Cappato” perché è quella che ha assolto l’attivista per i diritti del fine vita Marco Cappato dall’accusa di istigazione al suicidio. Questa gli era stata imputata dopo che aveva aiutato Fabiano Antoniani (noto come Dj Fabo) a raggiungere la Svizzera, dove l’uomo, reso tetraplegico da un incidente stradale, aveva potuto scegliere di porre fine alla propria vita.

In occasione di quella sentenza, si sono stabiliti i quattro requisiti che la persona richiedente suicidio assistito deve soddisfare perché possa accedervi:

  1. Irreversibilità della patologia
  2. Presenza di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili per il paziente
  3. Dipendenza da trattamenti di sostegno vitale
  4. Capacità di prendere decisioni libere e consapevoli

A verificarlo è l’Azienda Sanitaria territorialmente competente, che deve poi indicare il farmaco e le modalità di autosomministrazione; la relazione viene poi inviata al comitato etico: solo dopo questa ulteriore approvazione, la persona malata potrà decidere quando e se accedere al suicidio. Occorre sottolineare che si tratta di procedure dai tempi molto lunghi, difficilmente sopportabili dai richiedenti non solo perché significa protrarre un dolore fisico, ma perché – questo il messaggio forte di Laura Santi – significa tenere lontana la libertà di scelta.

Nel 2021 si è parlato molto di eutanasia perché l’Associazione Luca Coscioni (ALC) aveva promosso un referendum per l’eutanasia legale, che abrogasse parzialmente proprio l’art. 579. Come ha sottolineato anche Laura Santi in un’intima intervista rilasciata al giornalista Mario Calabresi, la somministrazione autonoma del farmaco letale non è scontata per chi ne fa richiesta, perché non sempre la persona si trova nelle condizioni di poter, fisicamente, assumere qualsiasi cosa.

La raccolta firme fu un successo, ma a febbraio del 2022 il percorso referendario venne bloccato dalla Corte Costituzionale, che ritenne inammissibile il quesito: si ritenne che l’abrogazione avesse in sé il rischio di incostituzionalità perché “avrebbe esposto i soggetti vulnerabili a pressioni o abusi, rendendo la normativa incompatibile con la tutela minima della vita richiesta dalla Costituzione”.

La decisione della Corte è stata ampiamente criticata, in primo luogo perché il giudizio di possibile incostituzionalità del quesito è stato emesso nella fase di valutazione dell’ammissibilità: l’anticipazione di questo giudizio non è prevista dalla procedura costituzionale per i referendum, e la Costituzione stessa indica già, all’art. 75, quali siano le materie inammissibili in referendum (“per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80]”).

La proposta per il disegno di legge sul fine vita

Il ddl contro cui si schiera Laura Santi nel video rivolto ai parlamentari è stato ampiamente criticato anche dall’Associazione Luca Coscioni e da molti giuristi: il testo del disegno introduce l’obbligatorietà delle cure palliative prima dell’accesso al suicidio (che per ora invece sono previste come opzione da illustrare al richiedente); vieta l’impiego di personale e dispositivi del Sistema Sanitario Nazionale, affidando le decisioni sui richiedenti ad un organo governativo; e soprattutto, si legge in un comunicato dell’ALC, limita il diritto al suicidio solo “alle persone che siano dipendenti da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali” invece che da “trattamenti di sostegno vitale” (come previsto finora dalla Corte costituzionale). Così facendo, si escludono le persone che a seguito di indicazione medica hanno rifiutato trattamenti di sostegno vitale e le persone totalmente dipendenti da assistenza e trattamenti forniti da familiari o caregiver, che invece finora, in alcuni casi, hanno effettivamente già ottenuto l’aiuto alla morte volontaria da parte del Servizio sanitario nazionale”. Secondo Cappato, con questo si porta non solo alla privatizzazione del suicidio assistito, ma ad un suo diretto divieto.

L’Associazione si fa portatrice di una proposta alternativa, una proposta di legge regionale denominata “Liberi subito”, già depositata in 18 regioni. Per ora, solo in Toscana è stata approvata per la prima volta una legge regionale sul fine vita; e intanto, l’Umbria di Laura Santi ha raggiunto la soglia delle firme necessarie per procedere all’approvazione.

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Emma Zurru

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