Framing Africa & Mena

Edizione I - Libano: una tregua solo sulla carta

  Articoli (Articles)
  Redazione
  27 aprile 2026
  6 minuti, 45 secondi

Framing the World è una rubrica di analisi che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico composto da più contributi coordinati. L’obiettivo è fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali, attraverso il lavoro collaborativo della redazione.

Questo e molto altro nell’ultimo numero di FtW!

Il disarmo di Hezbollah continua a essere una sfida per il Libano

Mentre a Washington si apre il secondo round di colloqui tra Libano e Israele, il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ribadito che l'obiettivo strategico resta la neutralizzazione militare del "Partito di Dio" attraverso una combinazione di pressione bellica e diplomazia coercitiva. Nonostante gli impegni assunti dal governo di Beirut nel 2025 per lo smantellamento delle milizie entro l'anno, la realtà sul campo appare cristallizzata. Hezbollah mantiene il controllo capillare del Libano meridionale, ponendosi come uno "Stato nello Stato".

La situazione è ulteriormente esacerbata dalle tensioni regionali. Con il conflitto che ha lambito l'Iran, principale alleato di Hezbollah, il movimento si trova stretto tra la necessità di preservare la propria egemonia interna e il rischio di un isolamento totale. Per Israele, il disarmo non è più solo una richiesta di sicurezza di confine, ma una precondizione per la stabilità del Medio Oriente.

D’altro canto, il Libano vuole un accordo che fermi completamente gli attacchi israeliani e le sue mire espansionistiche, compreso il ritiro delle truppe dell’IDF dal sud del Paese. Anche questo punto appare critico, con Israele che invece vorrebbe costruire una zona cuscinetto fino al fiume Litani, da sempre suo punto di ambizione. Negli ultimi giorni, in un’intervista rilasciata a un’agenzia francese, il parlamentare del partito di Dio Hassan Fadlallah ha sottolineato che nessuno riuscirà a disarmare il suo gruppo, e che spingeranno per la resistenza nel loro diritto a difendere se stessi e il Paese.

Sebbene si spinga affinché Hezbollah compia il passo decisivo verso la sola attività politica, privare il movimento delle sue armi significa smantellare il sistema di deterrenza che lo ha reso l'attore più influente del Paese, che ne controlla settori cruciali. I colloqui di Washington cercheranno di tracciare una "roadmap" credibile, ma il rischio resta quello di un "Libano dimezzato": uno Stato sovrano sulla carta, ma diviso nei fatti tra obblighi internazionali e una realtà paramilitare ancora insormontabile.

Di Alice Balan


Stretto di Hormuz: la diplomazia delle cannoniere e il rischio energetico

Mentre il conflitto prosegue, lo stretto di Hormuz viene conteso nella cosiddetta ‘’diplomazia delle cannoniere’’ tra USA e Iran, che competono entrambi per dimostrare di poter far rispettare più efficacemente il blocco imposto. La strategia di politica estera denominata ‘’diplomazia delle cannoniere’’, o ‘’gunboat diplomacy’’, consiste nell’impiego da parte di una Nazione potente della propria marina militare in modo palese o sottinteso per imporre le proprie condizioni o intimidire un Paese più debole. È definita come dimostrazione di forza navale rapida e coercitiva, talvolta usata per fini di protezione di interessi commerciali senza dichiarare formalmente guerra.

Se l’obiettivo del Paese mediorientale è mantenere la presa salda sull'economia globale, quello occidentale è bombardare i ponti e le centrali elettriche iraniane, nel tentativo di lasciare il Paese senza petrolio. Lungo il corso d’acqua geopolitico più significativo del mondo transita circa il 20% del petrolio globale, proveniente dall’Iran e da stati del Golfo come Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq e Kuwait: secondo le stime della US Energy Information Administration, solo nel 2025 circa 20 milioni di barili hanno attraversato lo Stretto di Hormuz al giorno. Si tratta di quasi 600 miliardi di dollari di commercio di energia all'anno.

Fatih Birol, capo dell'Agenzia internazionale per l'energia, ha definito la crisi dello stretto di Hormuz come ‘’la più grande interruzione dell'approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale’’. Mentre l'attenzione rimane sugli 11 milioni di barili di petrolio e 140 miliardi di metri cubi di gas di solito nella circolazione globale quotidiana, l'impatto si estende ben oltre l'energia.

Delimitato a nord dall’Iran e a sud dall’Oman e dagli Emirati Arabi Uniti, lo stretto è un rotta cruciale che collega il Golfo con il Mar Arabico e il cui blocco statunitense sta da mesi esponendo il mondo intero e la popolazione mediorientale a una profonda vulnerabilità: la regione è tra i fornitori primari di materie prime non petrolifere, dai fertilizzanti al metanolo, dall'alluminio alla grafite. La carenza di fornitura di risorse sta avendo quindi un grave impatto non solo sul carburante, quanto più anche sulla sicurezza alimentare e sulla transizione energetica verde. Oltre alle esportazioni, lo stretto è inoltre un canale vitale per le importazioni di materie di prima necessità in Medio Oriente, compresi cibo, medicinali e forniture tecnologiche.

Il continuo alternarsi tra apertura e chiusura di Hormuz è nelle mani dei colloqui per la tregua nella regione: a Washington il Libano chiederà a Israele l'estensione di un mese della tregua, mentre la Casa Bianca sottolinea che il rinnovo del cessate il fuoco non ha una scadenza prestabilita, e sarà lo stesso Trump a decidere quanto durerà.

Di Anna Pasquetto


Una tregua senza pace: operazioni militari e collasso umanitario in Libano

Il 17 aprile 2026 è stato annunciato un cessate il fuoco tra Israele e Libano della durata iniziale di dieci giorni, successivamente esteso fino a tre settimane. L’accordo, mediato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, mirava a favorire una stabilizzazione duratura e a promuovere un futuro incontro diplomatico tra i leader dei due Paesi. Tuttavia, parlare di una reale tregua risulta problematico.

Fin dall’annuncio, le operazioni militari israeliane nel sud del Libano non si sono interrotte, ma si sono intensificate, con un’estensione progressiva dell’occupazione, la distruzione di infrastrutture e un aumento significativo di vittime e sfollati. Il governo israeliano giustifica tali azioni con la necessità di smantellare le strutture operative di Hezbollah. Parallelamente, il leader Wafiq Sada ha dichiarato che il rispetto della tregua sarebbe stato possibile solo a condizione del ritiro completo delle truppe israeliane dal territorio libanese, sottolineando il principio di sovranità nazionale e il rispetto del diritto internazionale.

Durante un evento di raccolta fondi organizzato dal centro culturale Nuova Armenia per sostenere l’organizzazione National Station, è stata condivisa la testimonianza di Sarem Maroun Matta, collaboratore dell’organizzazione. Il suo racconto offre uno spaccato concreto della crisi umanitaria. Le persone in fuga dal sud del Libano impiegano fino a 36 ore per raggiungere aree considerate più sicure, a causa della distruzione delle infrastrutture e dell’intenso traffico di evacuazione. Questo dato appare particolarmente drammatico se confrontato con il tempo normalmente necessario per attraversare il Paese da Naqoura a Tripoli, pari a circa tre ore e mezza.

La situazione è aggravata da un tessuto sociale frammentato e da istituzioni statali indebolite, che rendono difficile il coordinamento degli aiuti. Le organizzazioni umanitarie operano in un contesto caratterizzato da sovrapposizioni di interventi e lacune nell’assistenza, con il rischio di escludere i gruppi più vulnerabili. Inoltre, la distruzione di infrastrutture chiave ha isolato oltre 150.000 persone, limitando gravemente l’accesso agli aiuti. L’UNHCR, in collaborazione con il Ministero degli Affari Sociali e diverse ONG, continua a guidare la risposta umanitaria, fornendo beni essenziali e servizi di protezione a migliaia di persone. Tuttavia, le risorse disponibili risultano insufficienti rispetto ai bisogni crescenti, aggravando ulteriormente le condizioni di vita della popolazione.

Appare dunque evidente come la prosecuzione delle operazioni militari, unita al deterioramento della situazione umanitaria, evidenzia la distanza tra dichiarazioni diplomatiche e realtà sul terreno. In questo contesto, gli sforzi delle organizzazioni internazionali risultano fondamentali ma insufficienti senza un coordinamento politico efficace e un impegno concreto della comunità internazionale. In assenza di una strategia condivisa e duratura, il rischio è che l’emergenza si trasformi in una crisi strutturale.

Di Bianca Mannino

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026

Condividi il post

L'Autore

Redazione

Tag

Libano Hormuz Israele