Framing the World è una rubrica di analisi che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico composto da più contributi coordinati. L’obiettivo è fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali, attraverso il lavoro collaborativo della redazione.
Questo e molto altro nell’ultimo numero di FtW!
La Knesset apre alla possibilità di elezioni anticipate in Israele
Nel pomeriggio di mercoledì 20 maggio, i parlamentari israeliani hanno votato quasi all’unanimità, in lettura preliminare, un disegno di legge per sciogliere la Knesset, il parlamento composto da 120 seggi, aprendo così la strada a possibili elezioni anticipate. Il risultato — 110 voti favorevoli, senza astensioni né contrari — è stato particolarmente significativo. Il testo passerà ora in commissione, ma i tempi per l’approvazione definitiva restano incerti: potrebbe essere approvato rapidamente oppure rallentato da manovre politiche. La proposta non indica una data per le elezioni, che dovrebbero svolgersi entro cinque mesi dall’approvazione finale della legge, ovvero entro metà o fine ottobre. Le opposizioni hanno accolto con favore il voto. Il leader dei Democratici, Yair Golan, ha dichiarato che «il governo che ha causato danni senza precedenti è vicino alla fine del suo percorso». Il primo ministro Benjamin Netanyahu, invece, non ha partecipato alla votazione.
Per Netanyahu si tratta di un momento cruciale: è il premier che è rimasto in carica più a lungo nella storia del paese e guida il governo più a destra mai formato in Israele. Dopo gli attacchi di Hamas del 2023, i sondaggi hanno costantemente mostrato la difficoltà della sua coalizione nel riconquistare la maggioranza parlamentare. Inoltre, Netanyahu deve ancora affrontare un lungo processo per corruzione. Il presidente israeliano Isaac Herzog starebbe mediando per raggiungere un accordo con la procura che potrebbe portare il primo ministro settantaseienne a ritirarsi dalla politica come parte del compromesso.
Anche le sue condizioni di salute potrebbero rappresentare un fattore di incertezza: Netanyahu ha recentemente dichiarato di essere stato curato con successo da un cancro alla prostata e, nel 2023, gli è stato impiantato un pacemaker. Tra i principali sfidanti di Netanyahu emerge Naftali Bennett, suo ex alleato politico, che nel 2021 contribuì a estrometterlo dal governo diventando a sua volta primo ministro per un periodo di circa un anno. Bennett, esponente della destra israeliana, si è alleato con il leader centrista Yair Lapid per sostenere il nuovo partito “Insieme”, che secondo alcuni sondaggi sarebbe testa a testa con il Likud di Netanyahu. Un altro nome in crescita nei sondaggi è quello dell’ex capo di stato maggiore ed ex ministro centrista Gadi Eizenkot.
Tuttavia, rimane possibile che le opposizioni non riescano a formare un nuovo governo, lasciando Netanyahu alla guida di un esecutivo ad interim fino allo sblocco della situazione.
Alice Balan
Il ministro israeliano Ben-Gvir e l’umiliazione pubblica nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla.
Nelle ultime ore sono divenute di pubblico dominio le immagini che giungono dal porto israeliano di Ashod in cui si vedono i 430 attivisti provenienti da più di 40 Paesi a bordo delle barche che hanno partecipato alla Global Sumud Flotilla, fermati a circa 250 miglia nautiche dalle coste di Gaza, che attualmente si trova sotto un blocco marittimo israeliano.
È il video condiviso in prima persona dal ministro della sicurezza nazionale di Israele, Itamar Ben-Gvir, che mostra come lui stesso, dinanzi agli attivisti catturati, messi in ginocchio, bendati e con le mani legate dietro la schiena, li deride sventolando la bandiera israeliana e affermando: «Guardate come sono ridotti ora. Non eroi, sostenitori del terrorismo», e continua poi: «Benvenuti in Israele, siamo i proprietari di questa casa». Viene mostrato anche che alle grida di protesta degli attivisti, che chiedono la liberazione della Palestina, le forze pubbliche rispondono, incitate dal ministro, con la forza e la violenza.
Con questo episodio diviene, inoltre, evidente la disgregazione interna del governo di Netanyahu. Lo stesso ministro degli Esteri Gideon Saar si è espresso nei confronti del collega definendo l’accaduto come uno «spettacolo vergognoso», accusandolo di non essere il volto del Paese e di arrecarvi consapevolmente danni.
Ben-Gvir, in risposta, ha criticato quanto detto dal ministro degli Esteri accusandolo di non capire «come comportarsi con i sostenitori del terrorismo».
È, infine, intervenuto il premier israeliano sostenendo al contempo il divieto di entrata nelle acque territoriali dei sostenitori del terrorismo e che il comportamento del ministro della sicurezza risulti «non in linea con i valori e le norme di Israele».
I membri della Flotilla, dei quali 29 sono italiani, sono stati trasferiti su navi israeliane in vista dell’identificazione e attendono la liberazione e il rimpatrio. Testimonianze interne sostengono che stanno subendo abusi fisici e violenze gravi tra cui l’uso di taser, molestie sessuali e umiliazioni.
Dalla diffusione online delle immagini, molteplici sono state le condanne da parte della comunità internazionale relative al trattamento disumano dei membri della missione e durissime sono le reazioni da parte dei governi occidentali: Francia e Italia hanno convocato gli ambasciatori israeliani, quest’ultima per chiedere ‘’chiarimenti formali’’ sull’accaduto e per ribadire «l’inaccettabilità di quanto accaduto anche alla luce del fatto che i cittadini coinvolti non erano armati né avevano intenzioni violente», seguita, tra i tanti, da Spagna, Corea del Sud, Stati Uniti, Canada, Paesi Bassi, Belgio, Irlanda e Inghilterra.
Fondamentale è ora il rilascio di tutti gli attivisti catturati da Israele, richiesta che è oggetto di mobilitazione nelle piazze di molti Paesi del mondo.
Anna Pasquetto
La flotilla di Gaza e il diritto internazionale: tra crisi umanitaria, repressione e doppi standard europei
L’intercettazione della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza da parte delle autorità israeliane ha innescato tensioni diplomatiche internazionali e sollevato interrogativi giuridici riguardo al trattamento degli attivisti, apparentemente non conforme ai principi del diritto internazionale umanitario e marittimo. La missione era salpata da Barcellona con l’obiettivo di trasportare beni di prima necessità destinati alla popolazione palestinese, tuttora sottoposta ad assedio nonostante il cessate il fuoco.
Secondo la Risoluzione 53/144 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nota come Dichiarazione sui difensori dei diritti umani, “Ogni individuo ha il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Tale quadro giuridico sembrerebbe entrare in contrasto con la reazione israeliana, che ha etichettato gli attivisti come terroristi.
Secondo le testimonianze diffuse dagli organizzatori, l’operazione avrebbe comportato lo speronamento e l’abbordaggio delle imbarcazioni, la distruzione dei motori e dei sistemi di navigazione e comunicazione, oltre alla detenzione arbitraria di oltre 170 persone. Diversi attivisti hanno denunciato violenze fisiche e psicologiche durante la custodia israeliana. Secondo alcune fonti, circa 50 attivisti sarebbero stati ricoverati a Istanbul per le lesioni riportate. Il team legale italiano della flotilla starebbe preparando una denuncia internazionale per presunti reati di tortura e violazioni dei diritti umani.
Le reazioni europee sono apparse diversificate. In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha criticato Itamar Ben-Gvir e chiesto una revisione delle relazioni tra Unione Europea e Israele. Una risposta più incisiva è arrivata dalla Spagna, dove il governo di Pedro Sánchez ha garantito immediata protezione diplomatica ai propri cittadini coinvolti nella missione.
In questo contesto, la vicenda della flotilla assume un significato che va oltre il singolo episodio diplomatico o militare: diventa il simbolo delle contraddizioni dell’ordine internazionale contemporaneo. Da una parte, il diritto internazionale e la tutela dei diritti umani vengono costantemente richiamati come principi universali; dall’altra, la loro applicazione sembra dipendere dagli equilibri politici ed economici degli Stati coinvolti. La differenza di approccio adottata dall’Europa nei confronti della Russia e di Israele alimenta così accuse di doppio standard e mette in discussione la credibilità delle istituzioni internazionali.
Bianca Mannino
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L'Autore
Francesco Oppia
Autore di Mondo Internazionale Post
Tag
Medio Oriente Israele Palestina