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Focus Europa: Russia e Balcani tra elezioni e tensioni istituzionali

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  Redazione
  28 settembre 2026
  6 minuti, 3 secondi

Framing the World è una rubrica di analisi che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico composto da più contributi coordinati. L’obiettivo è fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali, attraverso il lavoro collaborativo della redazione.

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Domenica 20 settembre, in Russia, si sono concluse le elezioni per il rinnovo della Duma di Stato – la camera bassa del Parlamento. Come sostengono le narrazioni ufficiali, queste consultazioni hanno dimostrato ancora una volta la stabilità politica interna: la Commissione elettorale centrale ha infatti attribuito a Russia Unita – il partito del presidente Vladimir Putin – oltre il 57% dei voti, garantendo la conservazione di una maggioranza schiacciante nei 450 seggi della Camera. I dati governativi registrano inoltre un’affluenza ufficiale del 56,66%, superiore al 51,72% delle precedenti legislative. Tuttavia, dietro questi numeri, i dati reali e l'analisi dell'architettura elettorale raccontano una realtà del tutto diversa.

Il panorama politico emerso dalle urne risponde alla logica della cosiddetta "democrazia guidata". Infatti, in Parlamento accedono quattro partiti che compongono la cosiddetta “opposizione di sistema”: oltre a Russia Unita, hanno superato la soglia di sbarramento il Partito Comunista di Gennady Zyuganov (13,84%), il Partito Liberal-Democratico (8,90%) e Nuova Gente (7,94%). Si tratta di forze che, pur mantenendo identità formali differenti, condividono e votano la totalità dei provvedimenti strategici del governo, a partire dalle leggi a sostegno della guerra. Le voci autenticamente contrarie al conflitto sono state invece sistematicamente estromesse dalla competizione: il partito liberale Yabloko – l'unica forza organizzata che aveva impostato la campagna elettorale sulla richiesta di pace – è stato escluso a poche settimane dal voto. L'opposizione anti-regime, divisa tra la diaspora all'estero e la clandestinità interna, ha oscillato tra l'invito a votare per qualunque forza alternativa a Russia Unita, l'annullamento della scheda e le forme di protesta simbolica, come l’arrivo ai seggi alle ore 12:00.

Se l'apparato statale ha mobilitato i dipendenti pubblici per mostrare un'immagine di coesione, le analisi indipendenti mettono in dubbio la veridicità dei risultati ufficiali. Alcuni modelli statistici applicati ai dati dei seggi permettono di stimare un consenso reale per Russia Unita non superiore al 34%, a fronte del 57,8% proclamato da Mosca. Analogamente, la partecipazione effettiva si sarebbe attestata attorno al 40% – molto inferiore rispetto ai dati ufficiali. Inoltre, ormai come da copione, lo scrutinio è stato segnato da diverse anomalie, tra cui la comparsa improvvisa di decine di migliaia di preferenze a ridosso della chiusura delle operazioni, utili a riallineare i partiti satellite alle quote stabilite dal Cremlino. Più che un esercizio democratico, il rinnovo della Duma si è dimostrato un ennesimo rituale di ratifica: Putin ha utilizzato le elezioni esclusivamente per mostrare all'esterno la compattezza sociale indispensabile per sostenere le sfide economiche e militari del paese.

Susanna Fazzi

Balcani in bilico: Serbia e Bosnia-Herzegovina al voto tra nazionalismi, proteste e fantasmi del passato.

Il 9 settembre scorso, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha sciolto il Parlamento nazionale e indetto le elezioni politiche anticipate, che si terranno il prossimo 25 ottobre. Il voto non era previsto prima del dicembre 2027, ma Vučić ha deciso di anticiparlo dopo quasi due anni di manifestazioni antigovernative, accogliendo una delle richieste principali del movimento di protesta.

La campagna elettorale in Serbia si è presto trasformata in un terreno di scontro democratico, segnata dall’intreccio tra propaganda di regime, nazionalismo e forti tensioni sociali. A ciò si è aggiunta la morte di Ratko Mladić, deceduto il 27 agosto all’età di 84 anni nel carcere di Scheveningen, in Olanda, dove stava scontando la pena dell’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Al suo funerale a Belgrado, tenutosi lunedì 7 settembre, hanno partecipato migliaia di persone, affiancate da ministri e autorità pubbliche.

L’uso di voli di Stato, il patrocinio dell’esercito e gli omaggi negli stadi evidenziano un’operazione di riabilitazione storica a scopo politico, svolta nell’indifferenza per le vittime e nel silenzio delle istituzioni. Il presidente Vučić e il Partito Progressista Serbo (SNS) sfruttano la retorica nazionalista e lo spettro delle minacce esterne per compattare l’elettorato in vista del voto anticipato. Il quadro descrive una leadership determinata a mantenere il controllo del Paese non attraverso un regolare confronto democratico, ma facendo leva sul clientelismo, sulla polarizzazione mediatica e sul controllo delle istituzioni.

Tuttavia, il consenso attorno al governo mostra crepe evidenti. Durante i tour elettorali nelle province, la narrazione ufficiale della vicinanza al popolo viene smentita dalle contestazioni spontanee dei cittadini, provati da promesse infrante e disparità economiche. A guidare le proteste è il movimento studentesco, diventato il punto di riferimento di un’opposizione civile che guarda all’imminente appuntamento elettorale come a un’ultima, fondamentale battaglia per la sopravvivenza della democrazia e dello Stato di diritto in Serbia.

E in un clima di perenne tensione istituzionale e polarizzazione etnica, il 4 ottobre 2026 anche la Bosnia-Herzegovina è chiamata alle elezioni generali. Oggi la Bosnia è uno Stato federato suddiviso in due entità principali e un distretto autonomo:

• la Federazione di Bosnia-Herzegovina (FBiH): a maggioranza croato-bosgnacca, a sua volta suddivisa in 10 Cantoni, ciascuno dotato di un proprio governo e di ampie competenze locali;

• la Repubblica Serba di Bosnia-Herzegovina (Republika Srpska, RS): l’entità a dominanza serba, caratterizzata da un forte accentramento di potere nel capoluogo Banja Luka;

• il Distretto di Brčko: un territorio autonomo situato nel nord del Paese, autogovernato e posto sotto un controllo congiunto delle due entità.

A livello centrale, il potere esecutivo spetta alla Presidenza della Repubblica collegiale (una sorta di “triarchia a rotazione”), un organo composto da tre membri: un bosgnacco e un croato (eletti dalla Federazione) e un serbo (eletto dalla Republika Srpska), che ruotano alla presidenza dell’organismo ogni otto mesi. A supervisionare la transizione democratica e a fare da “arbitro” istituzionale, c’è l’Alto Rappresentante per la Bosnia-Herzegovina, un funzionario internazionale dotato di poteri esecutivi e legislativi straordinari, che gli consentono di imporre leggi o rimuovere funzionari locali ostili agli accordi di pace del 1995.

In uno dei sistemi amministrativi più complessi al mondo – in cui non esiste una vera polarizzazione ideologica tra destra e sinistra, ma a guidare la competizione sono i partiti espressione dei diversi gruppi etnici –, gli elettori saranno chiamati a rinnovare non solo i tre membri della Presidenza e la Camera dei Rappresentanti statale, ma anche i Parlamenti delle entità e le Assemblee delle principali unità amministrative del Paese.

Quello del 4 ottobre sarà dunque un appuntamento elettorale fondamentale per capire se la Bosnia riuscirà a sbloccare il proprio percorso di riforme e di integrazione euro-atlantica, o se rimarrà prigioniero delle sue divisioni interne, o peggio, se torneranno a incendiarsi le ceneri mai sopite della guerra degli anni novanta.

Giuliana Băruș

Framing The World è un progetto ideato e creato grazie alla collaborazione di un team di associati di Mondo Internazionale.

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