G20: la tassa globale sui miliardari è ancora un miraggio?

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  Michele Bodei
  09 ottobre 2024
  5 minuti, 8 secondi

Al G20 di quest’anno, la proposta di una tassa globale sui super ricchi ha unito governi di ogni continente, seminato discordia, ma anche fatto riflettere. Presentata dalla presidenza di turno, quella del Brasile, la misura prevede un’imposta minima sui redditi dei miliardari di tutto il mondo, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e finanziare iniziative globali come la lotta alla povertà e al cambiamento climatico.

L'idea di una tassa globale sui miliardari è stata formulata da Gabriel Zucman, economista francese esperto di disuguaglianza ed elusione fiscale. Zucman, noto per le sue ricerche sui paradisi fiscali e l'evasione fiscale globale, ha sviluppato il modello su cui si basa la proposta brasiliana. Il suo piano prevede una tassa minima del 2% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari, il che, secondo le stime, coinvolgerebbe circa 3.000 miliardari a livello globale.

L’idea è stata positivamente accolta

Paesi come il Brasile e la Francia sono tra i principali sostenitori della proposta. L'idea è stata accolta positivamente anche da alcuni governi europei, che vedono nella tassazione dei super ricchi una possibilità per finanziare il welfare state e per sostenere le regioni meno sviluppate nell’Ue.

La proposta gode anche della crescente attenzione internazionale verso le disuguaglianze economiche, aggravate prima dalla pandemia di COVID-19, poi dall’inflazione degli ultimissimi anni. La crisi ha evidenziato come i più ricchi abbiano continuato ad accumulare ricchezza, mentre le fasce più vulnerabili della popolazione sono state duramente colpite. L’idea non interessa solo alle classi medie e basse: un sondaggio del World Economic Forum, il 74% delle persone con un patrimonio netto elevato ha dichiarato di essere favorevole a tasse più alte sui super ricchi per affrontare le crisi sociali e ambientali.

Ma qualcuno è scettico - e ha le sue ragioni

Le principali preoccupazioni riguardano la sovranità fiscale e la fattibilità di una tassa globale uniformemente applicata

Janet Yellen, segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, ha dichiarato che Washington non vede “la necessità o l'opportunità di negoziare un accordo globale su questo tema", temendo di perdere il controllo sulle politiche fiscali interne.

Il ministro delle finanze tedesco, Christian Lindner, ha sottolineato un altro rischio. L’introduzione di una tassa globale rischierebbe di minare la competitività economica e incentivare l'evasione fiscale.

Un timore comune è che la complessità di attuare una tassa su scala globale possa portare a scappatoie legali, con i più ricchi che trasferiscono i loro beni in giurisdizioni con regimi fiscali più favorevoli.

C’è un precedente: la tassa sulle multinazionali

La proposta della tassa sui super ricchi si inserisce in un contesto più ampio di riforme fiscali globali che il G20 ha discusso negli ultimi anni. Il precedente più significativo è l'accordo raggiunto nel 2021 sulla tassa minima globale del 15% per le multinazionali, una misura volta a contrastare l'evasione fiscale e i trasferimenti di profitti verso paradisi fiscali.

La tassa sui miliardari può essere vista come un'estensione logica di questo approccio, spostando l'attenzione dalle imprese alle persone fisiche con patrimoni estremamente elevati.

A tassare le persone la situazione si fa delicata: mentre le multinazionali possono essere soggette a controlli centralizzati e dati contabili standardizzati, i patrimoni dei super ricchi sono spesso molto più difficili da monitorare e tassare. Possedendo infatti beni diversificati, tra cui azioni, proprietà immobiliari, e partecipazioni in società, la valutazione accurata del loro patrimonio diventa complessa.

Le Sfide all'Implementazione

Uno dei principali ostacoli all'attuazione di una tassa globale sui super ricchi è la coordinazione internazionale. Come sottolineato da Gabriel Zucman, l'evasione fiscale e il trasferimento di beni verso giurisdizioni più favorevoli rappresentano una minaccia costante all'efficacia di qualsiasi misura fiscale globale. Senza un accordo internazionale solido, c'è il rischio che i miliardari possano spostare i loro beni in paesi che non aderiscono alla tassa, vanificando gli sforzi di chi l'ha implementata.

Un altro problema è la trasparenza finanziaria. Molti dei più ricchi utilizzano strutture finanziarie complesse per nascondere la reale entità del loro patrimonio, rendendo difficile per le autorità fiscali tracciare e valutare con precisione i beni imponibili. Per rendere una tassa del genere efficace, sarebbe necessaria una maggiore collaborazione internazionale per migliorare la trasparenza finanziaria e rafforzare gli strumenti di controllo.

Inoltre, ci sono preoccupazioni sulla disparità di attuazione. Anche se il G20 riuscisse a trovare un accordo, ogni Paese dovrebbe adattare la tassa al proprio sistema fiscale nazionale. Alcuni Paesi potrebbero decidere di implementarla con variazioni significative, riducendo l'efficacia complessiva della misura. Il rischio è che la mancanza di uniformità nell'applicazione possa creare una competizione fiscale tra i Paesi, incentivando i super ricchi a trasferire i propri beni in Stati con regimi fiscali più favorevoli.

Tempi e dubbi: realisticamente cosa si può fare?

La tassa globale sui super ricchi rappresenta una delle proposte più ambiziose e controverse del G20. Sebbene possa potenzialmente generare enormi risorse per affrontare sfide globali come la povertà e il cambiamento climatico, la sua attuazione richiede un livello di coordinamento e trasparenza senza precedenti. Il dibattito è ancora in corso e sarà fondamentale vedere se, nei prossimi anni, il G20 riuscirà a superare le resistenze e trasformare questa proposta in realtà. L’ultima parola quest’anno passa al summit di Rio de Janeiro che si terrà a novembre, ma - si sa - accordi così ampi e dal coinvolgimento globale hanno bisogno di anni di negoziati, che spesso si concludono con dei risultati al ribasso.

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Michele Bodei

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