Il 28 ottobre, Rio de Janeiro è stata teatro della cosiddetta "Operazione Contenimento". Quella che doveva essere una maxi operazione di cattura dei leader di alto rango del Comando Vermelho da parte della polizia, si è trasformata in un massacro definito come "il più sanguinoso nella storia dello stato".
Il BOPE (Battaglione per le Operazioni Speciali di Polizia) è entrato con 2.500 agenti di polizia civile e militare, due elicotteri, 32 blindati e 12 mezzi di demolizione nelle favelas di Penha e dell’Alemão. Queste zone, a nord della città, sono dominate dal cartello Comando Vermelho, che detiene il primato nel narcotraffico brasiliano.
Il bilancio dei morti è di circa 132 persone, tra cui quattro agenti. Tuttavia, ciò che sconvolge ulteriormente sono le molteplici segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali da parte della polizia civile e militare, alcune avvenute dopo la resa.
Inoltre, ad attirare l’attenzione della comunità internazionale sono state le decine di corpi mutilati. Tra le vittime c'erano anche un quattordicenne e un diciannovenne, la cui testa è stata decapitata ed esposta su un albero.
I racconti degli abitanti dell’area e i filmati diffusi sui social fungono da testimonianza dell’accaduto: bombe lanciate con i droni, 200 proiettili sparati al minuto anche da elicotteri, corpi smembrati a colpi di machete, con segni di esecuzione da arma da fuoco alla nuca e mani legate, e soprattutto l'impedimento di assistenza ai feriti.
Victor dos Santos, segretario alla sicurezza pubblica di Rio, ha dichiarato che l'obiettivo dell'operazione era quello di eseguire decine di mandati di arresto emessi dai procuratori.
Quando però la BBC Brasil ha confrontato l'elenco dei deceduti pubblicato dalla polizia con i 68 sospettati forniti dai pubblici ministeri, ha scoperto che nessuno di essi corrispondeva.
Il Comando Vermelho
Il Comando Rosso è il gruppo più potente di Rio che, tramite la gestione di tutte le attività commerciali lecite e non (dallo spaccio alla distribuzione delle bombole del gas, dal controllo della rete di autobus alla somministrazione clandestina dell’energia elettrica e della TV via cavo), controlla le favelas della città, un’area di circa nove milioni di metri quadrati.
I dati del 2024 bastano a rivelare una realtà difficile: in Brasile, il 14% della popolazione vive in aree dominate dalla criminalità organizzata.
È una mafia che recluta ragazzi di appena 12 anni, dispone di un arsenale di armi e munizioni, detta leggi ed è responsabile di sequestri, omicidi e furti nella zona. Le loro attività si espandono poi in altre regioni del Brasile, fino alla frontiera con il Paraguay, da dove importano armi e materiale di contrabbando, e a quella con il Perù e la Colombia, da dove arriva la cocaina.
Gli schieramenti
L’azione della polizia è stata ordinata da Claudio Castro, governatore di Rio, che ha agito all’insaputa del Presidente della Repubblica Luiz Inácio Lula da Silva, il quale ha fatto sapere di essere ‘’esterrefatto’’ e ‘’sorpreso’’. In questa rete di silenzi e azioni indipendenti si radica uno dei problemi più grandi del Paese: la repressione delle mafie risulta impossibile laddove vi è un eterno scontro tra poteri politici.
Mentre la sinistra di Lula supporta fermamente l’intervento delle reti di operatori sociali, ONG e organizzazioni per i diritti umani nel tentativo di sottrarre i ragazzi dai clan, la destra di Castro, stretto alleato dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ha invece come motto “bandido bom è bandido morto” e sostiene che i banditi vadano uccisi anziché sottoposti ad arresti o processi, portando avanti una politica di tolleranza zero.
Successivamente al raid, Castro ha rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui non solo definisce l'operazione "un successo", pubblicando una foto che mostra gli oltre 100 fucili sequestrati dalla polizia, ma legittima anche l’uso illegale della forza, sostenendo che "solo gli agenti di polizia sono stati vittime" e che lo Stato può "superare i propri poteri nella guerra al crimine". È da tenere a mente che il governo di Castro è stato responsabile di quattro delle cinque operazioni più letali nella storia dello Stato, tra cui quelle di Jacarezinho nel 2021 e di Vila Cruzeiro nel 2022.
La violenza e il razzismo con i quali agisce la polizia locale di Rio non risultano essere una novità, viste le oltre 800 uccisioni nel 2023 e le più di 700 nel 2024, con un profilo delle vittime sempre costante: sono persone nere e povere, provenienti dai quartieri meno abbienti.
In risposta a quest’ultimo evento, i gruppi per i diritti umani (tra cui la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), il Movimento Nazionale per i Diritti Umani (MNDH) e le sue organizzazioni affiliate in Brasile) condannano le autorità politiche di Rio de Janeiro come responsabili e fanno leva sulla violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, secondo il quale la forza letale può essere usata solo quando strettamente necessario per proteggere la vita o prevenire lesioni gravi di fronte a una minaccia imminente.
Molteplici sono anche gli avvertimenti delle Nazioni Unite e della Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH), che hanno definito discriminatoria la‘’guerra alla droga’’ portata avanti dallo Stato brasiliano. È necessaria ora la creazione e l'azione conseguente di una commissione di verifica composta da esperti internazionali, che si occupi della supervisione delle indagini e delle inchieste sulle violazioni di diritti umani da parte della polizia.
"Il silenzio e l'impunità sono complici della violenza. Finché lo Stato non si assumerà le proprie responsabilità e non garantirà il diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione, questo ciclo di abusi continuerà, colpendo in modo sproporzionato le comunità nere, meticce ed emarginate in Brasile", ha affermato Ana Piquer, direttrice per le Americhe di Amnesty International.
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L'Autore
Anna Pasquetto
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