Con 11 voti favorevoli, 3 astensioni e nessun voto contrario, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 2797/2025, segnando un punto di svolta storico per la lunga disputa sul Sahara Occidentale. Il testo, che rinnova il mandato della missione MINURSO, riconosce per la prima volta il piano di autonomia marocchino del 2007 come unica base concreta per la gestione del territorio, superando la prospettiva del referendum di autodeterminazione che da decenni paralizzava il processo negoziale.
La questione del Sahara Occidentale affonda le radici nel 1975, quando la Spagna abbandonò la sua ex colonia lasciando un vuoto di potere. Il Marocco e la Mauritania rivendicarono il territorio, mentre il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, proclamò la Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD). La cosiddetta Marcia Verde, organizzata dal re Hassan II, portò oltre 300.000 marocchini a occupare pacificamente la regione, consolidando la presenza di Rabat.
Da allora, il conflitto tra le forze marocchine e i combattenti del Polisario ha diviso il territorio e prodotto decine di migliaia di profughi nei campi di Tindouf, in Algeria. Nel 1991 l’ONU istituì la MINURSO, con il compito di organizzare un referendum sull’indipendenza. Tuttavia, le dispute sull’identificazione degli aventi diritto al voto e le divergenze politiche resero impossibile la consultazione. Negli anni successivi, tutti i tentativi di mediazione – compreso il Piano Baker II del 2003 – naufragarono tra le resistenze reciproche.
A partire dagli anni 2000, il Marocco ha puntato su una strategia di “realismo negoziale”. Nel 2007, Rabat propose un piano di autonomia regionale che prevedeva ampie competenze amministrative e culturali per la popolazione sahariana, ma sotto la sovranità del Regno. Il progetto ha guadagnato consensi internazionali grazie all’attivismo diplomatico del re Mohammed VI, che ha saputo presentare il Marocco come un attore stabile e affidabile nel contesto nordafricano e saheliano. Oggi più di 30 Paesi africani e arabi, insieme a Stati Uniti, Francia, Spagna e Regno Unito, sostengono apertamente la proposta marocchina. Determinante è stato il sostegno degli Stati Uniti, che già nel 2020, sotto l’amministrazione Trump, avevano riconosciuto ufficialmente la sovranità marocchina del Sahara.
L’Algeria, storica sostenitrice del Fronte Polisario, ha boicottato il voto, definendo la risoluzione “un tradimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Il Polisario, dal canto suo, ha denunciato l’esclusione dal processo negoziale, parlando di “fine del sogno saharawi”. Tuttavia, negli ultimi anni, il movimento separatista ha perso parte del sostegno internazionale; fonti europee e africane hanno più volte espresso preoccupazione per l’instabilità crescente nella regione dei campi di Tindouf, dove operano traffici di armi e carburante e dove la penetrazione di organizzazioni terroristiche rappresenta una minaccia reale.
Poche ore dopo il voto, il re Mohammed VI ha pronunciato un discorso televisivo in cui ha definito la risoluzione ONU “una vittoria della diplomazia e della legittimità”. Il sovrano ha annunciato una revisione del piano di autonomia, per adattarlo alle nuove condizioni internazionali, e ha lanciato un appello diretto al presidente algerino Abdelmadjid Tebboune per ristabilire “relazioni fraterne e costruttive” tra i due Paesi. Il re ha anche invitato i saharawi dei campi di Tindouf a rientrare “nelle loro terre d’origine” e a partecipare allo sviluppo economico del Sahara, oggi centro di grandi progetti infrastrutturali e logistici che collegano l’Africa occidentale al Mediterraneo.
Pochi giorni dopo la decisione delle Nazioni Unite, l'Unione Europea e il Marocco hanno firmato un nuovo accordo commerciale che estende le tariffe preferenziali anche ai prodotti provenienti dal Sahara Occidentale. Bruxelles ha giustificato la scelta come un passo verso lo “sviluppo inclusivo delle popolazioni locali”, ma per il Fronte Polisario e per numerose ONG si tratta di una legittimazione economica dell’occupazione.
La Risoluzione 2797 non chiude il conflitto, ma ne cambia la natura. L’ONU abbandona la logica dell’attesa e del referendum per abbracciare una soluzione pragmatica, centrata su stabilità, cooperazione e sviluppo regionale. La sicurezza del Sahara Occidentale è ormai considerata essenziale non solo per il Nord Africa, ma anche per l’intera area saheliana: il territorio rappresenta un corridoio strategico per progetti come il gasdotto Nigeria-Marocco, le reti digitali africane e le rotte commerciali atlantiche.
Cinquant’anni dopo la Marcia Verde, il Sahara Occidentale entra definitivamente nella sfera geopolitica del Marocco. Per Rabat, si tratta della consacrazione di una visione diplomatica paziente e coerente; per Algeri e il Polisario, di un ridimensionamento inevitabile. La comunità internazionale sembra aver scelto la stabilità rispetto all’incertezza, l’autonomia rispetto all’indipendenza. Il messaggio dell’ONU è chiaro: dopo decenni di stallo, è il tempo dell’attuazione, non più dell’attesa.
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L'Autore
Wiam Kessab
IT
Wiam Kessab, classe 2001, ha conseguito la laurea triennale presso la Fondazione UniverMantova in mediazione linguistica; lingue per le relazioni internazionali.
Attualmente sta frequentando il corso di laurea magistrale in relazioni internazionali e diplomazia, curriculum in diritto internazionale ed economia presso l’Università degli studi di Padova.
Durante i suoi studi ha sviluppato un forte interesse sia per le relazioni internazionali che per le lingue.
Attualmente è autrice di Mondo internazionale Post per "Società e Legge".
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Wiam Kessab, born in 2001, graduated from the Fondazione UniverMantova in language mediation; languages for international relations.
She is currently attending the Master's degree course in international relations and diplomacy, curriculum in international law and economy at the University of Padua.
During her studies, she developed a strong interest for the international relations and languages.
She is currently author of International World Post for 'Society and Law'.
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