Nelle ultime settimane, il mondo si è svegliato in una nuova era di scarsità. Nelle stazioni di servizio, i prezzi della benzina e del diesel sono saliti vertiginosamente, colpendo milioni, se non miliardi, di consumatori. Il motivo di questo shock globale risiede nel blocco di un passaggio marittimo largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto: lo Stretto di Hormuz. La decisione di Teheran di colpire le petroliere straniere che attraversano lo stretto che si trova tra l’Iran e la Penisola Arabica, in risposta ai massicci bombardamenti subiti dalle forze congiunte di Stati Uniti e Israele, rappresenta un nuovo strato del conflitto in corso che lo aggrava ulteriormente. Colpisce direttamente nazioni neutrali e lontane dal teatro di guerra e complica la situazione sia sul piano militare, sia su quello della diplomazia, la cui branca energetica è da sempre molto sensibile a situazioni di instabilità. Circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto transitano da qui. Oggi, quel flusso è fermo. Il fronte marittimo di questo conflitto non si limita ad essere solo terreno di operazioni militari, ma anche uno spazio dove si gioca su livelli che trascendono la guerra in sé.
Nello studio della geopolitica, il controllo degli spazi marittimi e degli stretti è sempre stato fondamentale. Sono diversi gli studi che evidenziano come il controllo dei cosiddetti "choke points" sia vitale per una nazione: sia a livello territoriale, che a livello economico. La letteratura scientifica si è anche impegnata a fondo nell’analisi della forte vulnerabilità degli stretti, i quali, in un mondo globalizzato e interdipendente rappresentano un vero e proprio tallone d’Achille potenziale per la dinamicità mondiale. Se bloccati, le conseguenze sono enormi e colpiscono tutti.
L’IRAN E HORMUZ
Con un passaggio quotidiano che sfiora i 20 milioni di barili di greggio, lo Stretto ha rappresentato storicamente un limite che poche volte una nazione ha deciso di oltrepassare. Persino durante la "Tanker War” degli anni '80, nel pieno del conflitto tra un Iran fresco di rivoluzione islamica e un Iraq da poco guidato da Saddam Hussein, il traffico non fu mai interrotto totalmente. Mentre già all’epoca l’Iraq poteva contare sulla East-West Pipeline, un oleodotto che taglia orizzontalmente la penisola arabica, per bypassare Hormuz e limitare i danni, Teheran sapeva che chiudere lo stretto avrebbe significato un suicidio economico, essendo quel passaggio virtualmente la sua unica via d'uscita per le esportazioni. Ma nel 2026, con l'economia iraniana già fortemente colpita dalle sanzioni, le infrastrutture colpite dai raid alleati, e una leadership nuova, instabile e non priva di tensioni interne, il calcolo di Teheran è cambiato. L'Iran, tra i maggiori produttori di greggio dell’OPEC, sembra infatti essere disposto a rinunciare alle esportazioni del proprio petrolio via mare pur di colpire USA e Israele, anche se per Hormuz passa circa il 90% di tutto il suo oro nero venduto all’estero.
La strategia della "terra bruciata" perseguita dall’ayatollah Mojtaba e dalle Guardie della Rivoluzione Islamica non si è fermata allo schieramento della propria flotta e all’affondamento delle petroliere transitanti, ma sembra che stia procedendo con il posizionamento di mine nelle acque dello Stretto, utilizzando ordigni a contatto e magnetici di fabbricazione russa e cinese, rendendo Hormuz un passaggio impossibile da attraversare, anche per le stesse navi iraniane. Lo stato maggiore della marina delle IRGC nega tutto, asserendo che lo stretto non sia chiuso militarmente, ma solo sotto totale controllo iraniano.
DOVE SI COLLOCANO GLI USA
Davanti alla possibilità che le petroliere venissero scortate dalle navi da guerra americane, gli Stati Uniti si sono mostrati molto prudenti, rifiutandosi, almeno in un primo momento, perché “non pronti”. Il ruolo degli Stati Uniti, quindi, divide gli analisti. Un primo scenario vedrebbe Washington impegnata in una strategica partita di attesa e logoramento: aspettare che l’isolamento autoimposto dissangui il regime degli Ayatollah, portando il Paese al collasso interno prima che le riserve strategiche globali di greggio si esauriscano.
Un secondo scenario, invece, vedrebbe gli USA colti di sorpresa e totalmente impreparati ad un'eventualità del genere, proprio perché mai verificatasi prima. Questa ipotesi sarebbe avvalorata sia da diverse fonti interne alla Casa Bianca, sia da un evidente fallimento tecnico della US Navy. Il comando della Marina di Washington ha infatti completato, nel gennaio 2026, la dismissione delle ultime quattro unità della classe Avenger, le navi dragamine. Il piano prevedeva la loro sostituzione con le Littoral Combat Ships (LCS), unità più complete, veloci e munite di sistema MCM (Mine Countermeasures Mission Package), che le rende capaci di colpire le mine stando fuori dall’area di pericolo tramite l’uso di appositi droni (anche subacquei). Le LCS, però, sono state ribattezzate dai marinai "Little Crappy Ships" dopo che hanno presentato dei problemi cronici di affidabilità e rimangono oggi una classe di vascelli considerata poco efficiente. Senza una reale buona capacità di sminamento, la flotta americana rimane paralizzata e può solo osservare da lontano le presunte mine iraniane che galleggiano nello stretto.
A sostegno della prima tesi, che rimane comunque quella più probabile, c’è il fatto che le navi da guerra statunitensi si trovino sia nel Golfo di Oman, dove è presente la portaerei a propulsione nucleare USS Abraham Lincoln, sia in quello Persico, dove opera la Quinta Flotta. Queste forze creano un vero e proprio blocco navale che non deve fare altro che aspettare e bloccare ogni tentativo di rifornimento esterno verso le coste iraniane.
In particolare, il Mar Arabico e il Golfo di Oman sono diventati una sorta di parcheggio per una delle più imponenti forze d'urto navali degli ultimi anni. Oltre alla Abraham Lincoln, sono altri due i Carrier Strike Groups (cioè formazioni navali composte da più navi al seguito di una portaerei) in movimento verso il Medio-Oriente: la USS George H.W. Bush, e la USS Gerald Ford, la più grande nave da guerra mai costruita. L'amministrazione Trump ha inoltre annunciato che paesi alleati come Giappone, Corea del Sud, Francia e Regno Unito dovranno mandare ulteriori forze navali a sostegno della già pressante presenza americana.
La superiorità numerica alleata, tra l’altro, ha già riscosso le sue prime vittorie. L'episodio più simbolicamente rilevante in questa fase è stato l'affondamento della fregata IRIS Dena, uno degli orgogli della cantieristica navale iraniana. La nave stava rientrando da un'esercitazione congiunta in India, la MILAN 2026, un evento cerimoniale che aveva visto la partecipazione di marine tradizionalmente contrapposte, inclusi gli Stati Uniti. Al suo rientro, intercettata dalle forze statunitensi, la Dena è stata colpita da siluri lanciati da un sottomarino USA e affondata in acque internazionali.
IL RISCHIO DI TEHERAN
La chiusura de facto di Hormuz non è solo un atto di guerra e non riguarda solo l’aspetto bellico di un conflitto appena aperto. Le sue ripercussioni si fanno sentire in tutto il mondo e l'intero sistema economico potrebbe scivolare in una recessione con pochi precedenti. Teheran sta giocando un'ultima carta, rischiosissima in primis per sé stessa. Anche se per ora il paese sta trovando un’alternativa affidabile per il suo export di greggio rivolgendosi verso la Cina, con l’aumentare della pressione militare occidentale nello stretto di Hormuz e sulle infrastrutture tecniche del paese, e con la crescente (presunta) sistemazione di mine nel passaggio marittimo da parte di Teheran, la capacità iraniana di far partire navi petroliere verrà sempre meno, e il rischio è quello di implodere economicamente e politicamente.
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L'Autore
Giovanni Ferrazza
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