Come è ormai noto, la crisi geopolitica attuale sta generando impatti piuttosto importanti sulle politiche europee. Gli innumerevoli cambiamenti che negli ultimi mesi si sono presentati stanno, infatti, portando ad un progressivo cambiamento delle strategie messe in atto dalle Istituzioni europee, tanto da mettere in discussioni anche i principi politici che avevano portato alla creazione di una nuova “maggioranza Ursula”[1].
Un caso piuttosto delicato, che merita particolare attenzione, è la questione degli impegni climatici assunti dalla Commissione dal suo insediamento. Se, infatti, già il primo mandato della Presidenza von der Leyen era coinciso con uno sforzo molto importante, racchiuso nella proposta dell’European Green Deal, gli anni successivi sono stati segnati da iniziative molto importanti finalizzate al raggiungimento dell’agognata neutralità climatica entro il 2050[2].
In questo frangente, lo scorso mese è stata avanzata una proposta concreta da parte della stessa Commissione, attraverso un emendamento all’European Climate Law, cardine dell’iniziativa, finalizzato a delineare gli sforzi anche per gli obiettivi intermedi, volti all’abbattimento delle emissioni.
Se, da un lato, era stato negoziato uno sforzo congiunto che consentisse la riduzione del 90% delle emissioni di carbonio entro il 2040, allo stesso tempo, la proposta lasciava una maggiore flessibilità attraverso l’uso dei crediti di carbonio internazionali; una soluzione che esulerebbe quindi il conteggio dal sistema interno, meglio conosciuto come ETS (EU Emissions Trading System), di alcune quote di emissioni di CO2, sollevando per questo alcune perplessità. La principale critica in questo senso evidenzia come una strategia di questo tipo porterebbe, di fatto, ad un’esternalizzazione di alcuni sforzi e di conseguenza un potenziale rallentamento del raggiungimento degli obiettivi interni.
Indicazioni che hanno comunque portato a delle discussioni per cercare di bilanciare una potenziale azione internazionale, come ad esempio l’introduzione di limiti, in questo caso al 3%, all’utilizzo di questo meccanismo per gli obiettivi al 2040, riprendendo quanto predisposto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi; ma soprattutto limitando l’utilizzo di questo strumento solamente alla seconda metà del prossimo decennio (2036-2040).
Una situazione complessa, già emersa un mese fa, che testimoniava le numerose difficoltà a livello nazionale nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti, tanto da far propendere all’introduzione di misure per rendere gli sforzi più facilmente raggiungibili anche in quei settori che risultano più problematici, come ad esempio misure di compensazione intersettoriali, per altro già introdotte nel quadro di Fit for 55, ma ulteriormente ampliate[3].
I problemi, tuttavia, non sono terminati, tant’è che da quanto si apprende, le prossime settimane saranno cruciali viste le perplessità sollevate dai Governi riguardo all’obiettivo relativo alle emissioni climatiche, sancito al 2040. Uno scossone che ha cambiato le carte in tavola tanto da far propendere l’attuale Presidenza danese dell’Ue, al Consiglio Europeo, a rimandare la votazione della proposta di riforma a livello ministeriale durante il Consiglio Ambiente del 18 settembre.
Un’impasse preoccupante, che da quanto trapela sarà discussa direttamente in un vertice fra i primi ministri il prossimo ottobre, in modo da cristallizzare una decisione che avrà impatti importanti nella prossima COP30 che si terrà a Belém, in Brasile[4] .
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L'Autore
Tiziano Sini
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