La parola araba sumud, benché intraducibile in italiano, si potrebbe rendere con le parole “restanza, caparbietà, resilienza, resistenza, speranza nel futuro, solidarietà”, come affermato dal traduttore palestinese Nabil Bey Salameh. È un termine che, nel contesto palestinese, indica la volontà di resistere dinnanzi all’occupazione israeliana, restando nella propria terra.
Ed è proprio questa parola quella utilizzata per denominare la più grande operazione umanitaria verso Gaza: la Global Sumud Flotilla. È una flotta di più di 50 piccole imbarcazioni che ha iniziato a salpare dai principali porti del Mediterraneo, anche italiani, per tentare di raggiungere la Striscia di Gaza. Lo scopo della missione è rompere l’occupazione di Israele, distribuendo aiuti umanitari. Occupazione dichiarata illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia. In questo contesto, la Global Sumud Flotilla si presenta come un’azione non violenta di resistenza civile che tenta di colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni internazionali e dai governi occidentali. L’Italia, ad esempio, continua ad esportare armi ad Israele.
La situazione a Gaza è estremamente critica: le Nazioni Unite, nel mese di agosto, hanno ufficialmente dichiarato lo stato di carestia (IPC fase 5, più di mezzo milione di persone). Inoltre, più di 1,07 milioni sono nella fase “emergenza” (IPC fase 4) e 396.000 sono nella fase “crisi” (IPC fase 3). Non si tratta di una calamità naturale. Lo ha chiarito senza mezzi termini l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, denunciando che la fame a Gaza è “il risultato diretto delle politiche del governo israeliano”. Türk ha ricordato che “è un crimine di guerra usare la fame come metodo di guerra” e che “le morti che ne derivano possono costituire anche il crimine di guerra di uccisione intenzionale”. Israele, in qualità di potenza occupante, è soggetto agli obblighi del diritto internazionale umanitario di assicurare cibo, medicinali e beni essenziali alla popolazione civile sotto il suo controllo. Tale obbligo non è adempiuto.
Mentre Israele viene accusato di violare i suoi obblighi come potenza occupante, le navi della Flotilla si muovono invece nel pieno rispetto delle norme internazionali. La Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare sancisce la libertà di navigazione nelle acque internazionali (oltre le 12 miglia nautiche dalla costa di uno stato). Questo è un principio di diritto internazionale consuetudinario, applicabile indipendentemente dalla ratifica della Convenzione. Le navi civili che battono bandiera di Stati sovrani rientrano nella giurisdizione esclusiva di quegli stessi Stati. Di conseguenza, in acque internazionali, Israele non avrebbe alcun diritto di intercettare o sequestrare queste imbarcazioni. Un eventuale attacco costituirebbe violazione del diritto internazionale marittimo e del diritto umanitario.
La questione si fa più complessa avvicinandosi alle acque territoriali (entro le 12 miglia nautiche dalla costa) di Gaza. Israele rivendica il diritto di impedire l’accesso alle imbarcazioni straniere, affermando che nelle acque territoriali di Gaza possa esercitare la propria sovranità. Ma dal punto di vista giuridico non può invocare una sovranità che non possiede: Gaza non fa parte dello Stato di Israele. Sono acque in cui viene applicato un blocco illegale.
Inoltre, la quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra, all’articolo 59, stabilisce che la potenza occupante, allorché la popolazione di un territorio occupato sia insufficientemente approvvigionata, deve accettare le azioni di soccorso organizzate a favore di detta popolazione e facilitarle, autorizzando il libero passaggio di questi inviti.
Israele quindi non avrebbe il diritto di fermare le imbarcazioni, ma avrebbe l'obbligo di permettergli di distribuire aiuti umanitari.
Gli organizzatori hanno appreso dalle esperienze passate. Le Freedom Flotilla precedenti consistevano principalmente in grandi imbarcazioni facili da controllare e fermare. Questa volta, hanno optato per una strategia diversa: centinaia di piccole barche, rapide e distribuite, con partenze scaglionate da diversi porti, per rendere più complesso un eventuale blocco.
Anche l’Italia fa parte di questa rete. A Genova, l'organizzazione non governativa Music for Peace, in collaborazione con il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, ha organizzato, in un arco di soli cinque giorni, una raccolta di oltre 300 tonnellate di cibo destinate a Gaza.
Sulla una delle imbarcazioni vi sono anche politici italiani: l’eurodeputata di Alleanza Verdi Sinistra Benedetta Scuderi, la collega del Partito Democratico Annalisa Corrado, il senatore del Movimento 5 Stelle Marco Coratti e il deputato del Partito Democratico Arturo Scotto.
Il ministro della sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir ha affermato che tratteranno gli attivisti della Flotilla come terroristi, affermando che non permetteranno ingressi non autorizzati via mare.
L’europarlamentare Scuderi ha dichiarato: “Nessuno e nessuna di noi vorrebbe andare incontro alle intemperie e ad un governo che afferma di volerci trattare come terroristi. Non c'è nessun divertimento, c'è necessità e urgenza di questa iniziativa. Lo stiamo facendo perché siamo esseri umani. A maggior ragione davanti ai nostri governi, che stanno perdendo proprio la bussola umana”.
La presenza di parlamentari a bordo complica ulteriormente la posizione del governo. In Spagna, il premier Pedro Sánchez si è espresso apertamente a favore della Flotilla, garantendo sostegno e protezione diplomatica ai cittadini spagnoli coinvolti. In Italia, invece, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non lo ha fatto, benché le opposizioni abbiano chiesto che anche Roma offra protezione internazionale verso i cittadini e rappresentanti politici che parteciperanno alla missione.
Il comunicato congiunto diffuso dagli organizzatori della più grande operazione umanitaria verso Gaza insiste su tre punti chiave: l’apertura immediata di un corridoio umanitario sicuro e continuo verso Gaza, la protezione internazionale della missione come azione civile non violenta e il riconoscimento che l’uso della fame come arma di guerra costituisce una violazione grave del diritto internazionale. “La storia non ci giudicherà dalle parole, ma dalle azioni che compiamo per difendere la vita umana nei suoi momenti più vulnerabili”, si legge nella dichiarazione.
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L'Autore
Giorgia Savoia
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