Nell’attuale era digitale è difficile non essersi imbattuti almeno una volta nel nome di Huawei. Produttore di smartphone e computer, pioniere del 5G e, più recentemente, dell’intelligenza artificiale, Huawei è uno dei leader globali nel mercato dell’ICT. Secondo i dati forniti dall’azienda, Huawei opera in oltre 170 Paesi con più di 200.000 impiegati e le sue tecnologie sono al servizio di oltre 3 miliardi di persone. Numeri impressionanti emergono anche sul fronte della ricerca e sviluppo: negli ultimi dieci anni, Huawei avrebbe investito più di 1,2 trilioni di yuan, equivalenti a circa 146 miliardi di euro. Al di là dei dati, ciò che rende Huawei particolarmente interessante è la sua dimensione geopolitica. Le sanzioni statunitensi, in vigore dal 2019 per motivi di sicurezza nazionale, ne sono una chiara dimostrazione. Huawei è una multinazionale a scopo di lucro e, allo stesso tempo, uno strumento chiave della strategia nazionale di Pechino.
È bene sottolineare come molte informazioni sulle origini di Huawei rimangano poco accessibili. Alcuni dettagli della sua storia sono tuttavia noti. L’azienda fu fondata nel 1987 da Ren Zhengfei nella zona economica speciale di Shenzhen. A titolo di chiarimento, le zone economiche speciali sono aree create a partire dagli anni Ottanta, nel contesto del processo di riforma e apertura promosso da Deng Xiaoping, con l’obiettivo di attrarre investimenti esteri attraverso agevolazioni fiscali, normative e amministrative. Fondata con un capitale iniziale di 20.000 yuan (circa 2.500 euro), nei suoi primi anni Huawei operava come semplice rivenditore di centralini telefonici prodotti a Hong Kong. Solo in seguito l’azienda passerà alla produzione di tecnologie proprie. In un mercato dominato da competitor stranieri, Huawei riesce progressivamente a farsi strada in un contesto particolarmente ostile. La strategia iniziale era sostanzialmente quella del catch-up, una tattica adottata da molte imprese nel mercato cinese e coerente con la strategia nazionale dell’epoca. La Cina si configurava infatti come un latecomer, ovvero un Paese il cui sviluppo industriale e tecnologico è avvenuto “in ritardo” rispetto a quello delle potenze occidentali. Il catch-up consiste dunque nel colmare il divario tecnologico con l’Occidente e rimettersi al passo. È interessante notare come, a differenza della maggior parte delle aziende private cinesi, Huawei non abbia mai formato joint venture con imprese estere, optando invece per lo sviluppo di capacità autonome. Huawei ha d’altronde da sempre beneficiato di un forte supporto statale, anche grazie ai legami di Ren con l’Esercito Popolare di Liberazione, per il quale ha lavorato come ricercatore. Ciò ha consentito all’azienda di ottenere contratti governativi, accedere a un mercato domestico protetto, beneficiare di supporto finanziario e godere di appoggio diplomatico nella sua espansione internazionale. I dettagli di queste operazioni restano in larga parte sconosciuti, ma è certo che Pechino abbia trasformato Huawei in un campione nazionale nel settore delle tecnologie e delle comunicazioni. L’azienda contribuisce infatti agli sforzi cinesi di indipendenza scientifica e tecnologica dalle potenze straniere, un’ambizione di lungo periodo che affonda le sue radici nell’era di Mao ed è stata rilanciata sotto Deng Xiaoping. In altre parole, una preoccupazione costante nella storia della Cina contemporanea.
Huawei rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. È una realtà dal duplice volto: da un lato un colosso multimiliardario orientato alla massimizzazione del profitto, dall’altro un campione nazionale del Partito Comunista Cinese, nonché uno degli strumenti centrali della strategia industriale del Paese. Se l’obiettivo iniziale era colmare il divario con l’Occidente, oggi l’ambizione di Pechino è ben più elevata: diventare leader nello sviluppo di tecnologie all’avanguardia. In questo contesto, Huawei svolge un ruolo essenziale nella politica industriale cinese. Basti pensare a iniziative come Made in China 2025, la Digital Silk Road, la Belt and Road Initiative e, più recentemente, alla corsa globale all’intelligenza artificiale, ambiti nei quali Huawei è fortemente coinvolta. Il sostegno statale di cui l’azienda gode da sempre si traduce però anche in una certa interferenza politica, rendendo difficile tracciare confini netti tra impresa e Partito. Una delle questioni più dibattute riguarda proprio la struttura dell’azienda. Huawei si definisce un’azienda employee-owned, ovvero di proprietà dei dipendenti. Tuttavia, Balding e Clarke, in uno studio del 2019, hanno rivelato che Huawei è controllata da una holding, posseduta per l’1% dal fondatore Ren e per il restante 99% da un Trade Union Committee, un comitato sindacale. Su questo organo si conosce ben poco: non è chiaro chi ne siano i leader, come vengano selezionati i membri né quali siano le procedure interne. Gli autori ipotizzano che, se il comitato seguisse le modalità operative tipiche dei sindacati cinesi, Huawei potrebbe di fatto configurarsi come un’impresa di proprietà statale. In ogni caso, la questione rimane oggetto di dibattito e controversia.
In un contesto internazionale in cui la tecnologia esercita un’influenza crescente sugli equilibri globali, il ruolo di Huawei nella strategia nazionale cinese diventa sempre più centrale. Già nel 2006, con la pubblicazione del Medium to Long-Term Plan for the Development of Science and Technology, Pechino aveva chiarito la propria visione: la tecnologia come fondamento del potere nazionale e motore di trasformazione degli equilibri internazionali. Per la Cina, è la capacità di innovare a distinguere un Paese semplicemente grande da una vera potenza. Oggi il concetto di 科技自立自强 (kējì zìlì zìqiáng), ovvero autosufficienza e auto-rafforzamento in ambito scientifico e tecnologico, è diventato ancora più urgente alla luce dell’intensificarsi della competizione con gli Stati Uniti. In questo quadro, il governo cinese ha scelto di valorizzare appieno il potenziale di Huawei. L’azienda è un attore chiave della Digital Silk Road, il pilastro digitale della Belt and Road Initiative, che mira a rendere la Cina il centro di una nuova rete digitale globale attraverso progetti come il 5G, i cavi sottomarini e i data centre.
Attualmente, una tecnologia in particolare è al centro dell’attenzione di Pechino e Huawei: i semiconduttori. Essenziali per lo sviluppo delle industrie del futuro (dal quantum computing ai veicoli elettrici, dalle batterie agli ioni di litio alle celle fotovoltaiche, fino all’intelligenza artificiale), i semiconduttori rappresentano un punto debole storico per la Cina, da sempre dipendente dalle tecnologie occidentali. Sebbene Pechino eccella nel design e nell’assemblaggio, rimane carente nelle fasi più sofisticate della catena del valore, come la litografia EUV, i materiali avanzati e l’automazione della progettazione elettronica. Colmare questo divario è diventato una priorità assoluta. Dopo il 2019, anno delle prime sanzioni statunitensi, Huawei ha avviato investimenti multimiliardari nella ricerca e sviluppo di semiconduttori, un settore precedentemente marginale nella strategia aziendale. L’obiettivo di Huawei, e della Cina, non è soltanto produrre nodi avanzati, ma rendere l’intera filiera dei semiconduttori completamente autonoma. In questa direzione, secondo Bloomberg, l’iniziativa sarebbe stata promossa dall’alto: dal 2021 il governo centrale e quello di Shenzhen avrebbero infatti fornito a Huawei finanziamenti per oltre 30 miliardi di dollari. In base a diverse stime occidentali, il divario tecnologico tra Cina e Occidente nel settore dei semiconduttori sarebbe stato colmabile solo in un arco di 3-5 anni. Tuttavia, come spesso accade, il progresso tecnologico segue traiettorie imprevedibili. Nel luglio dello scorso anno, durante la World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, Huawei ha presentato CloudMatrix 384, una nuova infrastruttura per l’intelligenza artificiale costruita con 384 chip Ascend 910C, in grado per la prima volta di competere con i GB200 NVL72 della statunitense Nvidia, fino ad allora leader indiscussa del mercato.
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L'Autore
Sarah Azzurra Spada
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