Il caso del Tigray: tra guerra invisibile e pace apparente

  Articoli (Articles)
  Anna Pasquetto
  29 settembre 2026
  5 minuti, 24 secondi

A quasi quattro anni dalla fine del conflitto avvenuto nel Tigray tra il 2020 e il 2022, devastante sul piano umanitario e ignorato dai media occidentali, la regione etiope sta ancora oggi affrontando le conseguenze di una pace complessa e illusoria: quella che doveva essere una fase di ricostruzione postbellica è sfociata invece in una crisi, con il forte rischio che la guerra non sia, in realtà, mai finita.

L’accordo di Pretoria: perché la pace è fallita

La guerra civile è esplosa il 4 novembre 2020 in seguito all’offensiva da parte del governo federale etiope di Abiy Ahmed contro il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) ed è considerata come uno dei conflitti più sanguinosi e al contempo meno raccontati dei nostri tempi.

Come emerge dai dati raccolti dall’Unione Africana e dal lavoro del diplomatico italiano Giuseppe Mistretta, il bilancio delle vittime del conflitto si aggira tra 600.000 e 800.000, senza contare i 4 milioni di sfollati e le 100.000 vittime di violenze sessuali, utilizzate come vere e proprie armi di guerra. Inoltre, il conflitto ha causato danni cospicui al Paese, già considerato uno dei più poveri del mondo, radendo al suolo ospedali, scuole, luoghi di culto ed edifici governativi.

A concludere le ostilità fu l’Accordo di Pretoria, firmato nel novembre 2022 grazie alla mediazione dell’Unione Africana, che non ha portato però a una vera pacificazione, bensì a una fragile ‘’tregua armata’’. Le falle nell’accordo risiedevano in molteplici fattori: l’esclusione dal processo di pace di attori decisivi, tra cui l’Eritrea di Isaias Afwerki (alleata di Addis Abeba), le milizie etnico-nazionaliste Amhara (Fano) e l’OLA, Oromo Liberation Army. A ciò si sono aggiunti il mancato disarmo totale delle TDF, Tigray Defence Forces, e le dispute territoriali nel Tigray occidentale relative al corridoio strategico di Welkait/Humera.

Nel luglio 2026 le autorità del Tigray hanno dichiarato "collassato" l’accordo di Pretoria, accusando il regime di Abiy Ahmed di aver assediato la regione, emarginato politicamente le autorità tigrine e condotto attacchi diretti con droni e artiglieria su Macallè, capitale della regione, causando vittime civili e riaprendo così una guerra che non era mai stata davvero chiusa.

Il fallimento della pace riflette una profonda frammentazione politica e istituzionale non solo all’interno del Tigray, ma anche a livello federale: Abiy Ahmed, salito al potere nel 2018 con un’agenda riformista presentandosi come ‘’il nuovo volto della pace in Africa’’ e insignito del premio Nobel per la Pace, continua ad essere il premier del governo centrale etiope, promuovendo un ‘’Dialogo Nazionale’’ sulle riforme costituzionali. L’iniziativa è stata tuttavia bollata da osservatori internazionali, dall’opposizione e dalle milizie Amhara Fano come ‘’politica performativa’’, pianificandone il boicottaggio.

Al contempo, l’amministrazione regionale vive una forte instabilità dopo che, nel maggio 2026, che il TPLF ha di fatto soppiantato l’Amministrazione Regionale Provvisoria, creata in virtù dell’Accordo di Pretoria, con Addis Abeba che continua a ritenere legittima solo la precedente amministrazione provvisoria.

La crisi umanitaria: il dramma degli ‘’invisibili’’

Come denunciato da Amnesty International, la guerra e gli attuali scontri hanno nuovamente esposto i civili ad una grave violazione dei diritti umani: l’80% della popolazione necessita di assistenza umanitaria in un contesto di grave insufficienza di aiuti internazionali.

L’intera regione è oggi un enorme campo di profughi ‘’blindati’’, in particolare nei centri di Macallè e Adwa, dove centinaia di migliaia di sfollati interni non hanno la possibilità di tornare a casa, in particolar modo nelle aree contese o ancora occupate del Tigray occidentale.

Non solo: la popolazione vive nel limbo tra lo sfollamento e il totale isolamento economico e di informazioni, e l’erosione economica (o ‘’morte lenta’’) è accompagnata dalla paralisi del sistema socio-educativo segnata dalla chiusura anticipata delle scuole e dal sovraccarico delle strutture di accoglienza che cercano di assistere orfani, ex bambini soldato e donne che hanno subito abusi.

La violenza di genere registra ancora una volta cifre drammatiche: basti pensare che la violenza sessuale in contesti di conflitto è utilizzata come arma di guerra e ha portato a oltre 100.000 casi stimati di stupri di massa e abusi sistematici volti a traumatizzare la popolazione. La cura dei traumi psicologici e fisici delle sopravvissute è particolarmente difficile in un contesto sociosanitario devastato dalla distruzione e dal saccheggio degli ospedali.

Non è tutto: le conseguenze disastrose della guerra si sommano agli eventi climatici estremi, come tempeste di grandine e siccità che colpiscono la regione. Il World Food Programme (WFP) ha evidenziato che, nonostante la crescita economica dell’Etiopia, la sovrapposizione letale di cambiamento climatico e conflitti fa sì che i bisogni umanitari della popolazione restino altissimi. Dai dati inoltre emerge che oltre il 60% della popolazione etiope ha sofferto di insicurezza alimentare grave.

A fronte di questa crisi, è stato creato un piano di emergenza per il Tigray da 626,8 milioni di dollari per circa 3,7 milioni di persone. Di questa somma, però, sono stati raccolti solamente 3,38 milioni, mettendo in luce il grave sottofinanziamento degli aiuti economici.

Come denunciato da Tigere Chagutah, direttore di Amnesty per l’Africa orientale e meridionale, la situazione è aggravata dall’assenza di processi di giustizia per i crimini di guerra e dalla chiusura della Commissione Internazionale delle Nazioni Unite sull’Etiopia e dell’Inchiesta della Commissione africana sui diritti umani.

Il Tigray è un ‘’laboratorio della barbarie?’’

Ebbene, come mostrato da Giuseppe Mistretta, il Tigray rappresenta uno degli esempi contemporanei di come la fine dei combattimenti ufficiali non coincide automaticamente con il ritorno alla pace se mancano ricostruzione economica, giustizia per i crimini commessi e tutela dei diritti della popolazione. Ad oggi non vi è alcuna indagine internazionale conclusa sulle sistematiche violazioni dei diritti umani.

In un contesto come quello analizzato, molteplici fattori ostacolano la risoluzione del conflitto, tra cui in primis, l’assenza di attenzione e di un reale impegno internazionale sull’accaduto. Solo recentemente e di fronte al concreto pericolo di escalation militare, la comunità internazionale, tra cui l’Unione europea, gli Stati Uniti, Canada, Norvegia e Regno Unito, ha espresso preoccupazione.

Il persistere di queste lacune strutturali impedisce ad una regione in condizione di sopravvivenza di poter, finalmente, guardare pacificamente al futuro.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026

Condividi il post

L'Autore

Anna Pasquetto

Tag

TIGRAY etiopia africa subsahariana conflitto