Dopo quasi quattro anni dalla fine del conflitto avvenuto nel Tigray tra il 2020 e il 2022, devastante sul piano umanitario e ignorato dai media occidentali, la regione etiope sta ancora oggi affrontando le conseguenze di una pace complessa e illusoria: quella che doveva essere una fase di ricostruzione post bellica è sfociata invece in una crisi, con il forte rischio che la guerra non sia, in realtà, mai finita.
L’accordo di Pretoria: perché la pace è fallita
La guerra civile è esplosa il 4 novembre 2020 in seguito all’offensiva da parte del governo federale etiope di Abiy Ahmed contro il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), e si considera come uno dei conflitti più sanguinosi e al contempo meno raccontati dei nostri tempi.
Come emerge dai dati raccolti dall’Unione Africana e dal lavoro del diplomatico italiano Giuseppe Mistretta, il bilancio delle vittime del conflitto si aggira tra le 600.000 e 800.000, senza contare i 4 milioni di sfollati e le 100.000 vittime di violenze sessuali, utilizzate come vere e proprie armi di guerra. Inoltre, il conflitto ha causato danni cospicui al Paese, già considerato uno dei più poveri del mondo, radendo al suolo ospedali, scuole, luoghi di culto ed edifici governativi.
A concludere le ostilità fu l’Accordo di Pretoria, firmato nel novembre 2022 grazie alla mediazione dell’Unione Africana, che non ha portato però ad una vera pacificazione bensì ad una fragile ‘’tregua armata’’. Ecco che le falle nell’accordo risiedevano in molteplici fattori: l’esclusione di attori decisivi nei processi di pace, l’Eritrea di Isaias Afwerki (alleata di Addis Abeba), le milizie etnico-nazionaliste Amhara (Fano) e l’OLA, Oromo Liberation Army. A ciò si sono aggiunti il mancato disarmo totale delle TDF, Tigray Defence Forces, e le dispute territoriali nel Tigray occidentale circa il corridoio strategico di Welkait/Humera.
Gli accordi sono degenerati ufficialmente nel luglio 2026, quando le autorità del Tigray hanno ufficialmente dichiarato ‘’collassato’’ l’accordo di Pretoria, accusando il regime di Abiy Ahmed di assedio della regione, emarginazione politica e attacchi diretti con droni e artiglieria su Macallè, capitale della regione, che hanno causato vittime civili e riaperto così una guerra che non era mai stata davvero chiusa.
Il fallimento della pace riflette una profonda frammentazione politica e istituzionale non solo all’interno del Tigray, ma anche a livello federale: Abiy Ahmed, salito al potere nel 2018 con un’agenda riformista presentandosi come ‘’il nuovo volto della pace in Africa’’ e con un Nobel per la Pace a suo nome, continua ad essere il premier del governo centrale etiope, promuovendo un ‘’Dialogo Nazionale’’ sulle riforme costituzionali. L’iniziativa è stata tuttavia bollata da osservatori internazionali, dall’opposizione e dalle milizie Amhara Fano come ‘’politica performativa’’, pianificandone il boicottaggio.
Al contempo, l’amministrazione regionale vive una forte instabilità dopo che il TPLF ha di fatto soppiantato l’Amministrazione Regionale Provvisoria, creata in virtù dell’Accordo di Pretoria nel maggio 2026, con Addis Abeba che continua a ritenere legittima solo la precedente amministrazione provvisoria.
La crisi umanitaria: il dramma degli ‘’invisibili’’
Come denunciato da Amnesty International, la guerra e gli attuali scontri hanno nuovamente esposto i civili ad una grave violazione dei diritti umani: l’80% della popolazione necessita di assistenza umanitaria in un contesto di mancanza assoluta di aiuti internazionali.
L’intera regione è oggi un enorme campo di profughi ‘’blindati’’, in particolare nei centri di Macallè e Adwa, dove centinaia di migliaia di sfollati interni non hanno la possibilità di tornare a casa, in particolar modo nelle aree contese o ancora occupate del Tigray occidentale.
Non solo: la popolazione vive nel limbo tra lo sfollamento e il totale isolamento economico e di informazioni, e l’erosione economica (o ‘’morte lenta’’) è accompagnata dalla paralisi del sistema socio-educativo segnata dalla chiusura anticipata delle scuole e dal sovraccarico delle strutture di accoglienza che cercano di assistere orfani, ex bambini soldato e donne che hanno subito abusi.
La violenza di genere registra ancora una volta cifre drammatiche: basti pensare che la violenza sessuale in contesti di conflitto è utilizzata come arma di guerra e ha portato a oltre 100.000 casi stimati di stupri di massa e abusi sistematici volti a traumatizzare la popolazione. Ciò comporta, di conseguenza, un’estrema difficoltà a curare i traumi psicologici e fisici delle sopravvissute, in particolar modo in un contesto socio-sanitario devastato dalla distruzione e dal saccheggio degli ospedali.
Non è tutto: le conseguenze disastrose della guerra si sommano agli eventi climatici estremi, come tempeste di grandine e siccità, che colpiscono la regione, al punto che il World Food Programme (WFP) ha evidenziato che, nonostante la crescita economica dell’Etiopia, la sovrapposizione letale di cambiamento climatico e conflitti fanno sì che i bisogni umanitari della popolazione restino altissimi, e dai dati emerge che oltre il 60% della popolazione etiope ha sofferto di insicurezza alimentare grave.
A fronte di questa crisi, è stato creato un piano di emergenza per il Tigray da 626,8 milioni di dollari per circa 3,7 milioni di persone, dei quali sono però stati raccolti solamente 3,38 milioni, mettendo in luce il grave sottofinanziamento degli aiuti economici.
Come denunciato da Tigere Chagutah, direttore di Amnesty per l’Africa orientale e meridionale, la situazione è aggravata dall’assenza di processi di giustizia per i crimini di guerra e dalla chiusura della Commissione Internazionale delle Nazioni Unite sull’Etiopia e dell’Inchiesta della Commissione africana sui diritti umani.
Il Tigray è un ‘’laboratorio della barbarie?’’
Ebbene, come mostrato da Giuseppe Mistretta, il Tigray rappresenta uno degli esempi contemporanei di come la fine dei combattimenti ufficiali non coincide automaticamente con il ritorno alla pace se mancano ricostruzione economica, giustizia per i crimini commessi e tutela dei diritti della popolazione: ad oggi non vi è alcuna indagine internazionale conclusa sulle sistematiche violazioni dei diritti umani.
In un contesto come il precedentemente analizzato, concorrono nella difficoltà della risoluzione del conflitto una molteplicità di fattori che includono, in primis, l’assenza di attenzione e di un reale impegno internazionale sull’accaduto: solo recentemente e di fronte al concreto pericolo di escalation militare, la comunità internazionale, tra cui l’Unione europea, gli Stati Uniti, Canada, Norvegia e Regno Unito, ha espresso preoccupazione.
Ecco che la mancata risoluzione di queste importanti lacune strutturali impedisce ad una regione in condizione di sopravvivenza di poter, finalmente, guardare pacificamente al futuro.