Il caso KFC: quando il marketing sul cibo diventa estremo

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  Valeria Fraquelli
  12 ottobre 2026
  4 minuti, 56 secondi

Ho già parlato del marketing applicato al cibo e di tutte quelle strategie che servono alle aziende per fidelizzare i consumatori, per convincerli a comprare sempre di più e per legarli all’azienda; questa volta, però, le strategie di vendita hanno raggiunto davvero il massimo. 

Siamo di fronte a strategie di marketing sempre più aggressive e spregiudicate, capaci di rendere il corpo stesso dei consumatori un espositore vivente di messaggi pubblicitari.

Sappiamo tutti che la pubblicità ha una notevole influenza sui consumatori, soprattutto sui più giovani, e sappiamo che molto spesso compriamo anche cose che non ci servono, solo perché abbiamo visto gli spot in televisione, in rete o nei podcast che ascoltiamo tutti i giorni. Questa volta, però, è il consumatore stesso che diventa parte della pubblicità, trasformandosi in uno strumento della strategia di vendita.

Il medico epidemiologo Franco Berrino e il giornalista scientifico Ennio Battista hanno scritto un libro-inchiesta che dimostra chiaramente come molto spesso la pubblicità ci spinge ad acquistare «pasti o colazioni piene di zuccheri nascosti, barrette vendute come salutari, prodotti “ricchi di proteine”, grassi demonizzati o rivalutati e molte altre promesse nutrizionali che hanno più a che fare con il marketing che con la scienza».

L’indagine, quindi, rivela una realtà scomoda: mangiamo guidati più dalla pubblicità che dalle evidenze scientifiche. Di conseguenza, non siamo davvero noi a decidere cosa mangiare; è il marketing ad avere un potere immenso sulle nostre scelte alimentari.

Le aziende ci costringono a comprare i loro prodotti anche se non ne abbiamo bisogno; ci fanno comprare cibi che non sono di certo amici della nostra salute e si arricchiscono senza pensare agli effetti sulla natura e sull'uomo.

Il marketing estremo è sempre più diffuso e i suoi effetti si vedono tutti i giorni. C'è sempre più pubblicità aggressiva, con spot che ci fanno vedere cibo associato a situazioni di gioia, bellezza, divertimento, amicizia e famiglia. Ed ecco che siamo disposti a comprare di più, a comprare alimenti che magari non sono nemmeno i nostri preferiti, pur di ottenere una serenità e una felicità che, al giorno d'oggi, in una società sempre più stressata e con meno tempo a disposizione, sembra l’unica via possibile.

Nel caso del cibo, il marketing gioca proprio sulla mancanza di tempo, che molto spesso ci impedisce di cucinare, per proporci cibi pronti con la promessa di salute e benessere, ma che invece sono pieni di zuccheri e grassi.

Il caso dei tatuaggi in cambio di pollo fritto del colosso KFC porta tutte le strategie di marketing allo stremo: infatti, è il consumatore stesso a trasformarsi in un cartellone pubblicitario vivente.

In questo caso, rimarcano gli esperti, «KFC compie un passo ulteriore: invita consumatori e consumatrici a imprimersi sulla pelle un simbolo legato al brand, trasformando il loro stesso corpo in un mezzo pubblicitario permanente in cambio di un coupon». 

"«Tutto per un coupon»" si potrebbe dire. Siamo disposti persino a tatuarci pur di accaparrarci cibo, anche di scarsa qualità. Questo avviene perché il marketing e la comunicazione ci fanno credere che anche il cibo meno sano sia buono e apprezzabile; ci convincono che quel tipo di alimenti sia l'unico in grado di darci le sostanze nutritive di cui abbiamo bisogno.

Il marketing ha sempre più potere sulle nostre scelte in fatto di cibo e sta diventando incredibilmente estremo; sono le stesse aziende che quasi ci costringono a consumare i loro prodotti, pur sapendo che non sono salutari per il nostro organismo.

 Il caso dell'acquisto di pollo fritto da KFC in cambio di un tatuaggio è solo l'estremizzazione di un marketing che arriva a invadere anche la nostra privacy e che non ci rende più padroni neanche del nostro corpo. Lo dimostra il fatto che questa nuova strategia di marketing sia stata presentata proprio al Modena Nerd,  «una manifestazione costruita intorno a fandom, cultura pop e appartenenza alle community. KFC utilizza gli stessi codici – il simbolo da esibire, l’identificazione con un universo condiviso, l’esperienza da raccontare sui social – per trasferire sul marchio commerciale dinamiche tipiche dei fandom e delle community».

La voglia di identificarsi e di sentirsi parte di un gruppo, unita al desiderio di cibo a buon mercato, spinge i consumatori ad accettare un tatuaggio, diventando essi stessi parte della promozione. Il corpo viene mercificato, usato come se fosse un semplice cartellone promozionale che KFC sfrutta per pubblicizzare il suo pollo fritto.

In conclusione, il marketing è ormai sempre più estremo ed è difficile non cadere nelle strategie e negli inganni delle aziende (non tutte, ma la maggior parte). Per questo motivo, bisogna cercare di comprare solo cibo salutare e controllato, munendosi sempre di una lista della spesa così da acquistare solo ciò che serve veramente. E' fondamentale ricordare che siamo noi ad avere il coltello dalla parte del manico: con i nostri soldi possiamo costringere le aziende a puntare di più sul cibo biologico e sano.


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L'Autore

Valeria Fraquelli

Mi chiamo Valeria Fraquelli e sono nata ad Asti il 19 luglio 1986. Ho conseguito la Laurea triennale in Studi Internazionali e la Laurea Magistrale in Scienze del governo e dell’amministrazione presso l’Università degli Studi di Torino. Ho anche conseguito il Preliminary English Test e un Master sull’imprenditoria giovanile; inoltre ho frequentato con successo vari corsi post laurea.

Mi piace molto ascoltare musica in particolare jazz anni '20, leggere e viaggiare per conoscere posti nuovi ed entrare in contatto con persone di culture diverse; proprio per questo ho visitato Vienna, Berlino, Lisbona, Londra, Malta, Copenhagen, Helsinki, New York e Parigi.

La mia passione più grande è la scrittura; infatti, ho scritto e scrivo tuttora per varie testate online tra cui Mondo Internazionale. Ho anche un mio blog personale che tratta di arte e cultura, viaggi e natura.

La frase che più mi rappresenta è “Volere è potere”.

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