Il conflitto ri-aperto in Nagorno-Karabakh

L'attacco azero all'enclave armena

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  Flora Stanziola
  22 settembre 2023
  4 minuti, 25 secondi

Nel Nagorno-Karabakh si combatte per il controllo di un territorio piuttosto circoscritto collocato in una posizione strategica per i flussi di distribuzione energetica tra Europa e Asia, la regione dell’Artsakh. Questa è una regione autonoma a maggioranza armena all’interno dei confini dell’Azerbaijan, tra le montagne del Caucaso meridionale, dove negli anni precedenti al discioglimento dell’URSS scoppiò una guerra su ampia scala che durò fino al 1994. Questa guerra si concluse con il raggiungimento di un cessate il fuoco firmato dalle due parti a Bishkek, in Kirghizistan, nel maggio del 1994, a favore della parte armena che riuscì quindi a ottenere il controllo non solo del Nagorno Karabakh, ma anche di ampie aree circostanti non abitate da armeni, comportando così lo sfollamento di centinaia di migliaia di azeri. In assenza di un effettivo accordo di pace, nella regione dell’Artsakh si è andato a creare un governo de facto sostenuto dall’Armenia, il quale ha continuato a controllare sia l’ex-regione autonoma sia i territori adiacenti e impedendo il ritorno della popolazione azera.

Le ostilità tra i due Stati non sono però mai definitivamente cessate, e nel 2016 ha avuto luogo la cosiddetta guerra dei quattro giorni e nel 2020 una seconda guerra del Nagorno-Karabakh.

Nel frattempo l’Azerbaijan ha vissuto una crescita sia da un punto di vista economico che da un punto di vista bellico dedicando importanti risorse alle proprie forze armate, aumentando in questo modo il divario con la vicina Armenia, la quale conta con oltre un terzo della popolazione azera.

La seconda guerra del Naborno-Karabakh durò 44 giorni con un bilancio di oltre 7.000 morti e la sconfitta della parte armena. Il 9 novembre del 2020 grazie alla mediazione della Russia, fu firmato un armistizio tra i due paesi che concedeva all’Azerbaijan il controllo di tutti i territori adiacenti il Nagorno Karabakh, nonché parte dell’ex regione autonoma storicamente abitata da armeni. Di conseguenza, quasi mezzo milione di azeri sfollati fece ritorno al proprio paese dopo 25 anni, mentre circa 100mila armeni hanno dovuto abbandonare le proprie case.

Con la firma dell’armistizio la Russia mediatrice si adoperò nell’istituire un collegamento in Karabakh nel corridoio di Lachin che permise comunque a buona parte della popolazione armena del Nagorno Karabakh a vivere nella regione. Nonostante ciò, la tregua non sempre è stata rispettata in un contesto che appare sempre più fragile a causa dello scoppio della guerra in Ucraina, la debolezza di Mosca e la difficoltà per l’Unione europea di rinunciare alle forniture di gas azere.

Alla base del conflitto vi è principalmente una questione etnica, dal 12 dicembre 2022 centinaia di attivisti azeri hanno bloccato il corridoio di Lachin, impedendo in questo modo il transito di uomini, mezzi, viveri e medicinali comportando l’isolamento di almeno 120.000 cittadini armeni. La situazione è stata poi aggravata dal fatto che le truppe di Mosca hanno di fatto passato il controllo della zona bianca di frontiera alle forze azere da questo aprile. La popolazione armena della regione Naborno Karabakh è da quest’estate isolata dal resto del mondo: i mercati e i negozi sono vuoti, le scuole sono chiuse e anche negli ospedali si manifestano malfunzionamenti e complicazioni per i pazienti a casa del blocco stradale.

Il ministro degli Esteri dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh Sergey Ghazaryan denuncia che è in atto “una politica del genocidio” che punta a eliminare la popolazione indigena armena dalla loro patria attraverso una de-armenizzazione del Nagorno Karabakh. Difatti, la regione si trova a rischio crisi umanitaria in quanto la chiusura del corridoio di Laichin non solo mette a rischio la sicurezza della regione, ma mina anche allo sviluppo socio-economico.

Una crisi che si sta facendo sentire anche con proteste nella capitale armena Yerevan, dove il 24 agosto i manifestanti hanno bloccato la città per esprimere il loro dissenso nei confronti dell’esecutivo del premier armeno Nikol Pahinyan e la sua gestione del negoziato di pace con l’Azerbaigian accusandolo di usare una linea troppo debole. Pashinyan a sua volta ha risposto alle proteste affermando che il negoziato verso la pace è l’unica strada per garantire all’Armenia una vera indipendenza ma il ministro Ghazaryan chiede l’intervento di un mediatore internazionale per risolvere il conflitto e nonostante la missione europea EUMA partita a febbraio 2023, il ministro accusa l’UE di interagire regolarmente con l’Azerbaigian nonostante la azioni definite da lui genocide.

La missione europea rappresenta di fatto gli occhi dell’UE sul campo e opera sulle basi di un accordo bilaterale con il governo armeno, con il mandato di osservare e riportare a Bruxelles gli sviluppi su tutta la linea di contatto tra Armenia e Azerbaigian. Anche i russi sono ancora presenti nella regione con oltre mille uomini armati cercando di continuare a mantenere la sicurezza del passaggio di Lachin, tassello fondamentale per gettare le basi per il raggiungimento di una pace duratura.

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L'Autore

Flora Stanziola

Autrice da giugno 2022 per Mondo Internazionale Post. Originaria dell'Isola d'Ischia e appassionata di lingue e culture straniere ha conseguito nel 2018 il titolo di Dott.ssa in Discipline per la Mediazione linguistica e culturale. Dopo alcune esperienze all'estero e nel settore turistico, nel 2020 ha intrapreso la strada delle relazioni internazionali iscrivendosi al corso di laurea magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, appassionandosi alle tematiche relative alla tutela dei diritti umani. Recentemente ha concluso il suo percorso di studi con la tesi dal titolo: "L'Uganda contemporaneo: dalle violenze ai processi di sviluppo".

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