Oggi, come mai prima, la tecnologia rende possibile costruire una rappresentazione credibile della nostra identità senza che la nostra presenza o il nostro consenso siano mai stati coinvolti. Ma se la finzione diventa indistinguibile dalla realtà, cosa resta del nostro diritto di decidere chi siamo agli occhi degli altri?
I deep fake, generati o manipolati mediante l'intelligenza artificiale, hanno prodotto una frattura senza precedenti, separando la persona fisica dalla sua raffigurazione digitale. Così facendo, hanno aggiunto un ulteriore livello di complessità al tema del consenso, mettendo in discussione il principio stesso dell’autodeterminazione e riducendo ulteriormente la capacità dell’individuo di controllare il modo in cui la propria immagine viene ricreata e diffusa online.
Questi contenuti audiovisivi non rappresentano più una semplice curiosità tecnologica relegata alla fantascienza.
La distanza tra ciò che un tempo sembrava impossibile e ciò che oggi può essere prodotto artificialmente si è ormai dissolta. E la loro applicazione più diffusa è la pornografia non consensuale, una forma di violenza digitale che colpisce in modo schiacciante le donne.
Secondo alcune stime recenti, tra cui un rapporto pubblicato da Home Security Heroes nel 2023, circa il 98% dei video deep fake disponibili in rete è di natura pornografica e la quasi totalità delle persone raffigurate - il 99% - sono donne.
Il dato non descrive soltanto la diffusione di una tecnologia, ma rivela una tendenza inquietante: l’appropriazione digitale dell’immagine femminile, trasformata in un oggetto manipolabile al di fuori di ogni forma di consenso.
Per comprendere perché i deep fake mettono in crisi non solo la tecnologia, ma anche il modo in cui concepiamo autonomia e uguaglianza, bisogna partire da una domanda apparentemente semplice: quali tutele esistono per il diritto all'autodeterminazione?
Spesso il diritto all’autodeterminazione è interpretato come il meccanismo attraverso cui un individuo autorizza o rifiuta un determinato atto incidente sulla propria sfera giuridica, finendo talvolta per essere ridotto a una logica binaria: un semplice “sì” o “no”. Al di là dei dibattiti che hanno messo in discussione questa visione del consenso come scelta puramente dicotomica, tale concezione si fonda comunque sull’idea di una decisione libera e informata rispetto a un evento concreto: qualcosa che accade realmente, un’azione alla quale è possibile aderire o opporsi.
È proprio questa premessa che i deep fake pornografici mettono radicalmente in crisi. A differenza delle forme tradizionali di violazione del diritto all'immagine o della privacy, non vi è necessariamente un atto reale al quale la persona abbia potuto partecipare o al quale abbia potuto negare il proprio consenso.
Non esiste proprio l'esperienza vissuta; esiste, invece, una rappresentazione interamente fabbricata, costruita indipendentemente dalla volontà dell’individuo, ma comunque capace di produrre conseguenze drastiche e profondamente tangibili.
È qui che la questione supera il concetto di consenso in senso stretto. Queste immagini, di natura sessuale o meno, non riguardano più soltanto qualcosa che viene "fatto" a una persona, ma qualcosa che viene creato su di essa.
Quando una tecnologia rende possibile produrre una versione credibile di una persona - talvolta impercettibile da ciò che gli altri percepiscono come vero - viene messo in discussione il legame fondamentale tra individuo e identità.
La dimensione della sessualizzazione rende questo fenomeno ancora più complesso. Il problema non è soltanto che il contenuto sia falso, ma che una finzione possa comunque produrre ripercussioni concrete sulla persona a cui viene associata. Anche quando la sua natura artificiale è conosciuta, l’immagine continua a operare nello spazio sociale, influenzando percezioni e giudizi che non dipendono esclusivamente dalla sua autenticità, ma dal significato culturale che porta con sé.
In un contesto italiano, nel quale persistono ancora narrazioni sulla femminilità divise tra rispettabilità ed erotizzazione, i deep fake possono riattivare stigmi e giudizi già esistenti. Non creano quindi nuove forme di controllo sul corpo femminile, ma amplificano dinamiche di poteri preesistenti, trasferendole e adattandole poi nello spazio digitale.
Il caso di Giorgia Meloni ne è un esempio emblematico, non tanto per la figura politica coinvolta, quanto per il messaggio che trasmette.
Nel 2024, l'immagine della Presidente del Consiglio è stata utilizzata per realizzare e diffondere online video pornografici generati dall'intelligenza artificiale.
Oltre alle implicazioni giudiziarie, il caso evidenzia come la mercificazione del corpo possa diventare uno strumento di attacco anche nei confronti della donna che ricopre la più alta carica dello Stato.
Se nemmeno il massimo livello di potere istituzionale mette al riparo da questo tipo di violenza, allora la questione supera il singolo episodio. È un promemoria, per certi versi amaro, che il progresso tecnologico non coincide necessariamente con un progresso culturale: nonostante i passi avanti compiuti sul piano dell'uguaglianza, l'identità femminile continua a essere uno dei principali terreni su cui si esercitano controllo e delegittimazione, reale o artificiale che sia.
La tecnologia introduce nuovi strumenti, ma le logiche che ne orientano l'uso appartengono a un immaginario molto più antico.
Come rispondere, allora, a questa nuova forma di violenza?
Come spesso accade di fronte alle grandi innovazioni tecnologiche, il diritto è arrivato dopo. L'intelligenza artificiale si è evoluta a una velocità che ha lasciato ampie zone grigie sul piano normativo, rendendo evidente la necessità di un nuovo quadro normativo.
L'Unione europea ha compiuto un passo importante in questa direzione con l'AI Act, introducendo un sistema di regolazione basato sul livello di rischio e nuovi obblighi di trasparenza per alcuni contenuti generati dall'intelligenza artificiale.
A questo si affianca la direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, che riconosce per la prima volta a livello europeo alcune forme di violenza digitale, tra cui la diffusione non consensuale di materiale intimo.
Tuttavia, come questo fenomeno dimostra, i deep fake non possono essere considerati soltanto un problema tecnologico. Il cambiamento giuridico è necessario, ma da solo non basta.
La sfida è anche culturale: riguarda il valore che attribuiamo all'autodeterminazione, alla dignità della persona e alla libertà di ciascuno di mantenere un controllo sulla propria immagine e sulla propria presenza nello spazio digitale.
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L'Autore
Lily Harriet Russell
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AI Act Diritti Digitali Violenza di genere Deep fake consenso