Il 21 aprile 2026, il gabinetto guidato da Sanae Takaichi ha approvato una revisione dei limiti all'esportazione di equipaggiamenti militari che apre, per la prima volta nella storia del Giappone del dopoguerra, alla vendita di armi letali all'estero. La decisione, adottata congiuntamente dal Consiglio di sicurezza nazionale, segna formalmente la fine di un tabù che aveva resistito per oltre ottant'anni. Eppure, chi studia la politica di sicurezza nipponica sa bene che questa non è una rottura improvvisa: è piuttosto l'atto finale di una trasformazione iniziata molto prima, lentamente, quasi in punta di piedi.
La costituzione e il modello Yoshida
Tutto parte dall'Articolo IX della Costituzione del 1947, la cosiddetta “clausola pacifista”, redatta sotto occupazione americana. Il testo rinuncia esplicitamente alla guerra come strumento di politica sovrana e vieta il mantenimento di forze armate convenzionali. Nei decenni successivi, questa disposizione si intrecciò con la cosiddetta Dottrina Yoshida: il Giappone avrebbe concentrato le proprie energie sulla ricostruzione economica, delegando di fatto la propria sicurezza all'alleanza con gli Stati Uniti. Le Forze di Autodifesa (JSDF), istituite nel 1954, erano ammesse soltanto per la difesa del territorio nazionale, il cosiddetto “pacifismo di una sola nazione”.
Sul fronte degli armamenti, il divieto di esportazione non era scritto nella Costituzione – che non menziona esplicitamente il commercio d’armi – ma si consolidò per via politica. Nel 1967, il primo ministro Eisaku Sato codificò i Tre Principi sulle esportazioni di armi, vietandone la vendita a paesi comunisti, sotto embargo internazionale e coinvolte in conflitti armati, in risosta alle preoccupazioni riguardo il coinvolgimento diretto del Giappone nella guerra del Vietnam.
La svolta arrivò nel 1976, quando il governo Miki estese il divieto in modo quasi universale, collegandolo allo “spirito della Costituzione pacifista”. Recenti ricerche storiche dimostrano che quella mossa fu in realtà il risultato di un compromesso politico contingente, non di un'autentica convinzione antimilitarista: l’opposizione aveva usato la questione per bloccare l’approvazione del bilancio annuale, e il governo cedette. Una volta istituzionalizzata, tuttavia, quella norma divenne un pilastro identitario del dopoguerra giapponese.
La guerra del Golfo e il risveglio
Il primo scossone arrivò nel 1991, con la guerra del Golfo. Nonostante un contributo finanziario di tredici miliardi di dollari alla coalizione guidata dagli Stati Uniti, il Giappone non inviò alcun soldato. Il Kuwait non incluse Tokyo nell’elenco dei paesi da ringraziare, e il governo rimase segnato dall’umiliazione della “chequebook diplomacy”. L’anno successivo, una legge autorizzò per la prima volta il dispiegamento delle Forze di autodifesa in operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, sia pure in contesti non di combattimento. Era il primo cedimento strutturale di quel modello.
Abe e il pacifismo proattivo
La svolta più significativa prima di quella odierna porta la firma di Shinzo Abe, che tornò al governo nel 2012. Nel 2013, la sua amministrazione introdusse la prima Strategia Nazionale di Sicurezza, costruita attorno al concetto di “contributo proattivo alla pace”: il paese avrebbe smesso di essere uno spettatore passivo e avrebbe assunto un ruolo attivo nel preservare l’ordine internazionale. Nel 2014, Abe allentò il divieto di esportazione di armi del 1976, adottando nuovi Tre Principi sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie della difesa: le esportazioni diventarono possibili se funzionali alla pace, all’interesse strategico nazionale o al rafforzamento dell’industria della difesa. Nello stesso anno, una reinterpretazione costituzionale autorizzò per la prima volta la legittima difesa collettiva: le Forze di Autodifesa giapponesi potevano ora intervenire se un paese alleato fosse stato attaccato, anche senza che una minaccia diretta al Giappone stesso. Era una rivoluzione silenziosa.
Con Fumio Kishida, che succedette ad Abe nel 2021, la traiettoria ha subìto un ulteriore accelerazione. Di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, Tokyo impose sanzioni a Mosca e si schierò senza esitazioni con l’Unione Europea e la NATO, in un coinvolgimento di un conflitto europeo senza precedenti nella storia del Giappone. Nel 2022, una nuova Strategia Nazionale di Sicurezza ha fissato l’obiettivo del 2% del PIL per la difesa entro il 2027, destinando complessivamente 43 trilioni di yen nei cinque anni successivi. La stessa Strategia autorizzò lo sviluppo di capacità di contrattacco, e il governo acquistò quattrocento missili da crociera Tomahawk dagli Stati Uniti. Nel 2023, il Giappone esportò per la prima volta missili superficie-aria PAC-3 agli Stati Uniti, giustificando la mossa con l’esaurimento delle scorte americane impegnate in Ucraina. Il tabù si incrinava, formalmente ancora in piedi, ma sempre più svuotato di contenuto.
Aprile 2026: l’epilogo
La decisione del 21 aprile 2026 completa questo arco storico. Takaichi, considerata la principale erede politica di Abe, ha formalizzato ciò che il suo mentore aveva avviato. Le nuove norme permettono la vendita di sistemi d’armi letali all’estero, pur mantenendo restrizioni nei confronti di paesi coinvolti in conflitti attivi. La motivazione è duplice: strategica – rafforzare l’industria nazionale della difesa, ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, costruire partnership di sicurezza più solide con paesi partner – ed economica. Le aziende giapponesi del settore operavano da decenni in un mercato chiuso e poco redditizio. Il recente contratto con l’Australia per la fornitura di fregate è il primo grande banco di prova di questa nuova stagione.
La reazione di Pechino e le tensioni regionali
Non sorprende che la Cina abbia risposto con durezza. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha espresso “seria preoccupazione”, leggendo la mossa come un ulteriore passo verso quello che Pechino chiama il "nuovo militarismo nipponico". Le relazioni tra i due paesi erano già tese per via delle dichiarazioni di Takaichi su Taiwan e per un gesto simbolico legato al santuario di Yasukuni – luogo di culto che la Cina associa alla memoria del militarismo imperiale giapponese. È la misura di quanto la politica interna giapponese si intrecci ormai con gli equilibri diplomatici regionali: ogni passo verso la normalizzazione militare del Giappone viene letto da Pechino come una revisione dell’ordine postbellico.
Un paese che cambia, una Costituzione che resta
Eppure la Costituzione del 1947 non è ancora stata modificata. L’Articolo IX rimane intatto, e questa è la peculiarità del percorso giapponese: un paese che ha trasformato radicalmente la propria politica di sicurezza senza mai toccare formalmente la norma che avrebbe dovuto impedirlo, agendo attraverso reinterpretazioni, nuove leggi e revisioni dei principi attuativi. Come ha scritto il politologo Purnendra Jain, si tratta di una “reinterpretazione, non di un rifiuto", della costituzione pacifista del dopoguerra: l’idealismo ha lasciato spazio a un realismo pragmatico, senza che il testo costituzionale venisse formalmente alterato.
Il Giappone di Takaichi è più assertivo, più presente sullo scenario internazionale della difesa, più disposto ad assumersi rischi diplomatici con i vicini. La grande domanda rimasta aperta è se questa trasformazione consoliderà la stabilità regionale attraverso una deterrenza più efficace, o se alimenterà le spirali di riarmo in un’area già attraversata da tensioni strutturali. La risposta dipenderà in larga misura da ciò che accade tra Tokyo, Pechino e Washington nei prossimi anni. E dalla volontà – o meno – di continuare a chiamare tutto questo “pacifismo”.
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L'Autore
Valeria Picciolo
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