È recente la notizia dell’approvazione della manovra, promossa dal Governo spagnolo, che dovrebbe portare alla regolarizzazione di circa 500 mila immigrati nel Paese iberico.
Il decreto è stato approvato lo scorso gennaio grazie alla coalizione formata dal partito socialista del Premier Sánchez e Podemos, partito di sinistra anch’esso storicamente legato a questi temi.
La decisione sembra aver scosso i principali governi europei, non lasciando indifferente neppure Bruxelles, in quanto in grande controtendenza rispetto agli orientamenti attuali in materia di gestione dell’immigrazione. La svolta verso destra che pare aver investito l’Europa ha infatti portato i governi ad adottare leggi sempre più restrittive e spesso inclini a politiche di rimpatrio.
Il piano Sánchez
Il Real Decreto - come viene chiamato - riguarderà gli immigrati arrivati in Spagna prima del 31 Dicembre 2025 in grado di attestare la loro permanenza sul territorio per almeno cinque mesi e i richiedenti asilo che abbiano avviato la procedura prima di questa scadenza. Entrambe le categorie potranno avvalersi di questo “scivolo” che, in comprovata assenza di carichi pendenti o precedenti penali, permetterà loro di ottenere un permesso regolare di soggiorno e lavoro della durata di un anno, indipendentemente dal settore di impiego o dalla condizione di disoccupazione.
Il decreto prevede anche la possibilità di agevolare ulteriormente i ricongiungimenti familiari, garantendo permessi speciali di cinque anni ai figli minorenni di coloro che vedranno la propria domanda accettata. L’idea è quella di garantire una vita più degna nel tentativo di conferire stabilità e sicurezza alle famiglie.
L’obiettivo dichiarato dal governo sarebbe quello di diminuire drasticamente il numero di irregolari presenti sul territorio, garantendo loro accesso al lavoro regolamentato, a cure sanitarie pubbliche e permettendo la registrazione nel sistema di previdenza sociale. Le stime parlano di circa 500 mila domande attese, da presentare a partire da aprile 2026.
Le ragioni dell’approvazione del decreto, però, non sarebbero solo umanitarie. Infatti, la manovra cela un risvolto economico che potrebbe convincere anche gli scettici del razionale umanitario. Spingere verso un aumento di contratti di lavoro regolari permetterebbe di aumentare gli introiti delle casse statali spagnole, specialmente in un Paese in cui, secondo i dati, la migrazione sarebbe responsabile di quasi l’80% della crescita del PIL degli ultimi sei anni.
Il Premier Sánchez si è spesso battuto per difendere il modello di crescita spagnolo, che pone una grande centralità sul lavoro “migrante”, abbinando politiche migratorie liberali a quelle economiche. Il modello non si sta dimostrando efficace solo da un punto di vista umanitario - collaborando con associazioni di migranti come Regularización Ya, a cui va il merito di aver presentato la proposta al Governo - ma anche sotto quello economico. Nel 2025, infatti, il Paese iberico si è confermato primo fra gli Stati europei per crescita, con un tasso cumulativo totale del +10% rispetto al 2019 e una drastica diminuzione del tasso di disoccupazione.
I dati smentiscono anche le critiche delle forze politiche più radicali, che vedono nella linea aperta e accogliente del Premier un eccessivo fattore attrattivo (pull-factor) per nuove ondate di migranti, percepite come una minaccia verso i lavoratori spagnoli. Nell’ultimo anno, per la prima volta il 57% delle nuove opportunità lavorative è stato assegnato a cittadini spagnoli, dopo tempo che i nuovi assunti nati al di fuori dal territorio nazionale superavano di gran lunga i neo-assunti spagnoli.
Sebbene questa politica di regolarizzazione straordinaria contravvenga ai trend europei correnti, non rappresenta certo una novità nel panorama politico spagnolo. Il Paese ha avviato dieci politiche di regolazione dal 1985 a oggi, l’ultima e più grande nel 2005.
Ciò che emerso dall’esperienza precedente è la necessità di promuovere parallelamente adeguate riforme dei settori sanitario, abitativo e dei servizi, per far sì che il sistema di welfare state sia in grado di assorbire, senza ricadute, le pressioni dovute ai nuovi ingressi. In questo senso, già a inizio gennaio, Sánchez aveva annunciato un pacchetto di dodici misure per rafforzare l’accesso all’housing, finanziando la conversione e costruzione di progetti di edilizia sociale.
La situazione italiana
Nel nostro Paese, l’ultima regolarizzazione straordinaria era stata approvata nel 2020, in piena pandemia, con effetti ben diversi da quelli attesi dall’attuale piano di Sánchez.
La misura di regolarizzazione - parte del Decreto Rilancio promosso dal Governo Conte - aveva l’obiettivo primario di garantire a un gran numero di lavoratori irregolari un accesso più ampio ai servizi sanitari e di assistenza sociale, imposti dalle necessità della pandemia.
La misura aveva, però, riguardato solamente i lavoratori del settore agro-alimentare, sanitario e domestico, dimenticando una fetta di popolazione non indifferente e, per questo, è stata ampiamente criticata. Inoltre, molte ONG umanitarie avevano denunciato una serie di limiti del piano, tra cui la lentezza burocratica e la complessità del sistema di presentazione della domanda. Per fare un paragone, il governo Sánchez promette attualmente un tempo medio di gestione della procedura di 15 giorni; nel caso italiano, dopo un anno dal lancio della misura, solamente poco meno di 90.000 domande erano state evase - a fronte di circa 230.000 domande totali.
Ad alimentare ulteriormente le critiche ci ha pensato il conferimento della responsabilità della domanda di regolarizzazione in capo ai datori di lavoro. Questi ultimi dovevano presentare, insieme all’istanza di regolarizzazione, anche una serie di documenti relativi alla propria situazione economica e fiscale, per accertare l’effettiva capacità di sostenere l’assunzione regolare di nuovo personale. Questo vincolo ha operato come un grande disincentivo, rappresentando di fatto un’ammissione ufficiale del mancato pagamento di contributi e tasse, regolarmente dovuti per i contratti di lavoro. A ciò si deve aggiungere il pagamento degli oneri amministrativi per la procedura, cifra che numerose ONG hanno denunciato essere stata fatta ricadere sugli stessi lavoratori irregolari.
Dunque emerge come, nonostante all’apparenza la misura del 2020 possa essere letta come precursore del decreto spagnolo di regolarizzazione 2026, in realtà essa sia stata un piano mal congeniato e fallace. La mancanza di riforme sociali, sanitarie e di edilizia sociale parallele - che invece hanno accompagnato le regolarizzazioni iberiche del 2005 e 2026 - e l’estensivo carico di documenti da presentare hanno avuto un effetto limitante sui benefici economici attesi, nonché sulla stessa capacità dello Stato di sostenere la campagna. I vincoli e i criteri sono risultati troppo rigidi e gravosi sia sui datori che sui lavoratori stessi, finendo per ostacolare la buona riuscita della misura.
I dati prevedono un grande successo per la manovra Sánchez (esattamente come era stato per quella di Zapatero nel 2005), mentre bisognerà aspettare ancora per rilevarne l’influenza sulle politiche degli altri Paesi europei, specialmente quelli interessati in egual misura dal problema della migrazione irregolare, come l’Italia. Secondo ISTAT, infatti, nel 2023 il valore dell’economia sommersa (cioè proveniente dal lavoro irregolare, al netto delle attività illegali) ammontava a 198 miliardi di euro, di cui nessuna parte destinata alle casse dello Stato.
In conclusione, se osservato correttamente il modello spagnolo potrebbe effettivamente essere incisivo e rappresentare una svolta anche al di fuori dei confini nazionali.
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L'Autore
Francesca Rosti
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